Il buonismo non fa bene all'integrazione
Articolo: Ancora sull'asilo
E bravo il cittadino, intelligente come un’auguria fuori stagione. Prima di pontificare sul multiculturalismo, provi a fare un giro nelle periferie delle grandi città. Basta guardare cosa sta succedendo in alcune zone di Lecco, Monza e Milano per rendersi conto che un modello di integrazione basato esclusivamente sul buonismo e sull’accoglienza (come ci propina il PD di cui ad esempio è tesserato il nostro sindaco), senza una vera politica di integrazione, rischia di produrre l’esatto contrario di ciò che promette: ghettizzazione, comunità che vivono separate e cittadini italiani che finiscono per sentirsi stranieri nei quartieri in cui abitano da generazioni. Per me integrazione significa una cosa molto semplice: chi arriva in un Paese deve rispettarne le regole, impararne la lingua, comprenderne gli usi e i costumi e partecipare alla vita della comunità che lo accoglie. L'integrazione deve essere un percorso reciproco, ma non può significare che sia la società ospitante a doversi adattare completamente a chi arriva. E allora proviamo anche a parlare di multiculturalismo in termini di reciprocità. Provi a immaginarsi cittadino italiano che si trasferisce in Iran e pretende di poter bere liberamente un calice di vino, frequentare una chiesa senza limitazioni o, se donna, girare per strada con una gonna e le spalle scoperte. Se le va bene finisce appeso a testa in giù. La convivenza tra culture diverse è possibile, ma richiede rispetto delle regole, conoscenza reciproca e soprattutto reciprocità. Altrimenti non è integrazione: è semplicemente la creazione di comunità separate che vivono una accanto all’altra in conflittualit continua.
E bravo il cittadino, intelligente come un’auguria fuori stagione. Prima di pontificare sul multiculturalismo, provi a fare un giro nelle periferie delle grandi città. Basta guardare cosa sta succedendo in alcune zone di Lecco, Monza e Milano per rendersi conto che un modello di integrazione basato esclusivamente sul buonismo e sull’accoglienza (come ci propina il PD di cui ad esempio è tesserato il nostro sindaco), senza una vera politica di integrazione, rischia di produrre l’esatto contrario di ciò che promette: ghettizzazione, comunità che vivono separate e cittadini italiani che finiscono per sentirsi stranieri nei quartieri in cui abitano da generazioni. Per me integrazione significa una cosa molto semplice: chi arriva in un Paese deve rispettarne le regole, impararne la lingua, comprenderne gli usi e i costumi e partecipare alla vita della comunità che lo accoglie. L'integrazione deve essere un percorso reciproco, ma non può significare che sia la società ospitante a doversi adattare completamente a chi arriva. E allora proviamo anche a parlare di multiculturalismo in termini di reciprocità. Provi a immaginarsi cittadino italiano che si trasferisce in Iran e pretende di poter bere liberamente un calice di vino, frequentare una chiesa senza limitazioni o, se donna, girare per strada con una gonna e le spalle scoperte. Se le va bene finisce appeso a testa in giù. La convivenza tra culture diverse è possibile, ma richiede rispetto delle regole, conoscenza reciproca e soprattutto reciprocità. Altrimenti non è integrazione: è semplicemente la creazione di comunità separate che vivono una accanto all’altra in conflittualit continua.
Ermes
























