Osnago: don Leonard parla della sua vocazione, nel 5° anniversario di sacerdozio

La messa delle 10:30 di domenica 6 settembre, nella chiesa parrocchiale di S. Stefano gremita di fedeli, è stata l'occasione per la comunità di Osnago di celebrare i cinque anni di sacerdozio di don Leonard, sacerdote messicano arrivato in parrocchia durante l'estate per affiancare le attività pastorali. 
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Nell’omelia, don Leonard ha ripercorso la propria storia vocazionale, iniziata in una famiglia protestante presbiteriana: nato e cresciuto in Messico, in una famiglia nella quale anche la madre e i nonni appartenevano alla stessa tradizione religiosa, a 15 anni ha scelto di entrare nella Chiesa cattolica. Una decisione che ha segnato l’inizio di un cammino che lo avrebbe portato, qualche anno più tardi, in seminario.

Il primo incontro vocazionale non fu un colpo di fulmine: dopo un fine settimana trascorso in seminario insieme ad altri ragazzi della sua età tra preghiera e momenti di condivisione, don Leonard tornò a casa con una convinzione precisa: «Questo non fa per me». Per mesi, quindi, non tornò in seminario, convinto che quella non fosse la sua strada.
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Quella possibilità però, continuava a tornare nei suoi pensieri: «C’era ancora questa inquietudine nel mio cuore», ha raccontato, e così decise di partecipare a un nuovo incontro vocazionale, questa volta per avere la certezza definitiva che quella non fosse la sua strada. L’esperienza, invece, prese una direzione diversa: «Mi è piaciuto, mi sono trovato bene», e da quel momento iniziò un percorso di discernimento durato tre anni.

A 18 anni arrivò il momento della scelta. Da una parte c’erano gli studi e la possibilità di intraprendere una carriera universitaria: don Leonard ha raccontato di essere sempre stato portato per lo studio e di aver guardato con interesse soprattutto alla psicologia e all’architettura. Dall’altra c’era il seminario. Alla fine scelse il sacerdozio. 

Una decisione importante, non priva di timori: «C’era la paura di lasciare la famiglia, gli amici e di non sapere dove mi avrebbe condotto quella scelta». Ma, ancora una volta, a prevalere fu la vocazione: «La paura c’era, ma la chiamata del Signore era più forte». 
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Sono passati 13 anni da quel primo ingresso in seminario e cinque dall’ordinazione sacerdotale. Gli anni successivi lo hanno portato anche a Roma per gli studi, un’esperienza che gli ha permesso di riflettere sul significato del ministero sacerdotale: «Prima di organizzare, prima di insegnare, prima di celebrare, il sacerdote è un amico di Cristo», ha spiegato. 

E Proprio nella dimensione della relazione che don Leonard ha individuato uno degli aspetti più profondi della vocazione: «Il “sì” pronunciato il giorno dell’ordinazione non basta, è una scelta da rinnovare ogni giorno», ha spiegato, individuando un filo rosso tra il matrimonio, la vita consacrata e ogni altro particolare servizio.
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Nel suo racconto il sacerdozio non è mai un cammino da percorrere sopra la comunità, ma dentro di essa: il sacerdote è chiamato a portare perdono, consolazione e speranza, ma è anche lui a ricevere qualcosa dalle persone che incontra. Lo ha sperimentato in prima persona con le famiglie che gli hanno aperto le porte delle proprie case e, in particolare, nell’incontro con i malati: «Quante volte un sacerdote entra nella casa di un malato pensando di portare conforto e ne esce lui stesso confortato?». Nella fragilità delle persone visitate, ha raccontato, ha trovato una profonda fiducia nel Signore e imparato lezioni di fede e speranza.
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Don Leonard
L’omelia si è conclusa con un ringraziamento alla comunità di Osnago: «Grazie perché mi avete accolto durante quest’estate, per l’affetto, per la stima, per la collaborazione e per le vostre preghiere, ma anche per la vostra pazienza». Il rapporto tra sacerdote e comunità è reciproco, ha spiegato: da una parte il sacerdote esercita il proprio ministero, dall’altra la comunità contribuisce ad alimentare la sua vocazione. «Il sacerdote porta Cristo alla comunità, ma anche la comunità aiuta il sacerdote a rimanere vicino a Cristo».

Una vicinanza ancora più importante perché il sacerdote non smette di essere umano: anche lui conosce stanchezze, limiti ed errori e ha bisogno della preghiera, dell’affetto e della vicinanza della comunità. Da qui l’invito a pregare per i sacerdoti e, in particolare, per il proprio parroco. «Il sacerdote che cammina da solo rischia di spegnersi; quello sostenuto dai fratelli e dalla comunità può continuare a crescere».
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Infine, un pensiero ai giovani: a loro don Leonard ha affidato un invito che, in qualche modo, richiama proprio l’inizio della sua storia, ovvero non avere paura di interrogarsi sulla propria vocazione perché, come ha mostrato anche il suo percorso, una chiamata non arriva sempre con certezze già pronte, ma si riconosce nel tempo, attraverso le scelte che si è disposti a compiere.
F.Ri.
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