Novate: Messa col cardinale Gianfranco Ravasi e i suoi confratelli nel 60° di ordinazione sacra

La bocca, il cuore e le mani.
Per declamare parole, per entrare nel luogo più recondito delle coscienze, per mettere in pratica quello che si appreso.
Così i fedeli, proprio come i sacerdoti anzitutto, devono testimoniare la Parola di Cristo che nasce dalla fiamma di un cuore che arde e, infine, si irradia nel mondo attraverso mani che si fanno “prossime” e non si chiudono su se stesse.
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Lunedì mattina, nella chiesa parrocchiale di Novate, il cardinale Gianfranco Ravasi ha festeggiato, con i suoi compagni di ordinazione, i sessant'anni di consacrazione a Dio.
Un momento molto intimo che ha voluto però condividere con una rappresentanza delle comunità meratesi, venute ad assistere alla Santa Messa.
Dopo qualche ora di raccoglimento e di confronto, i sacerdoti si sono ritrovati nella chiesa Madonna della Pace per la celebrazione cui ha fatto seguito un momento conviviale con diversi adolescenti e giovani dell'oratorio, per un pranzo preparato nel salone dall'infaticabile staff cucina.

Una giornata di festa semplice e profonda al tempo stesso, che ha fatto gustare la bellezza dello stare assieme, nella diversità delle età, dei ruoli, delle esperienze personali.
Animata dal coro e da due giovani studenti del Conservatorio con il loro violino, la funzione è stata l'occasione per ascoltare una riflessione del Cardinale, biblista e teologo di fama internazionale, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana, nativo di Merate e cresciuto nella vicina Osnago dove risiedono ancora le sorelle.
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Nel corso della sua omelia ha approfondito le due dimensioni nelle quali l'uomo si trova a vivere, quella orizzontale e quella verticale.
La prima, ha spiegato, è ben rappresentata da don Eugenio che è capace di inserirsi nello spazio del tempo, valorizzando il momento dell'incontro e creando legami con le comunità dove ha prestato il suo servizio. Legami, ha confessato il cardinale palesando quasi con un pizzico di dispiacere, che lui non ha potuto vivere per via della differente “carriera” ecclesiastica intrapresa. In questa dimensione orizzontale il sacerdote incontra i volti striati dalla sofferenza, il dolore di tante famiglie ma vive anche la gioia di essere in mezzo alla gente.

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C'è poi la dimensione verticale che è data dalla Parola che entra nel cuore dell'uomo e consola. La parola può scendere come miele che dà dolcezza, serenità gioia. Ma c'è anche una parola che può diventare principio di divisione e può forare l'interiorità. “Questa parola è sulla bocca e nel cuore perchè l'uomo la possa mettere in pratica. È una parola che entra nelle coscienze e per questo è necessario che chi parla abbia prima lungamente meditato dentro di sè”.
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Una parola che sgorga dal cuore, che è la dimensione più profonda della coscienza di Dio. È in questa profondità che si alimentano Fede, ascolto, meditazione quale terapia dell'anima.
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Una medicina che, nella predicazione di Gesù, si è fatta anche cura del corpo (nel Vangelo di Marco il 47% della vita pubblica di Gesù è occupato dai miracoli). Il sacerdote, immagine di Dio, deve curare le piaghe interiori del suo popolo ma spesso è chiamato anche nelle famiglie dovei si irradia il fuoco della divisione e della sofferenza. Per questo l'incontro profondo e vero con Dio è la chiave per poi instaurare legami e incontri che durino nel tempo e diano frutti veri, belli e buoni.
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