Church Pocket/126: Il clericalismo dei laici: per contare bisogna assomigliare ai preti?
C’è una parola che negli ultimi anni abbiamo imparato a usare molto nella Chiesa: clericalismo. La utilizziamo per descrivere il prete che vuole decidere tutto, il parroco che considera la comunità una proprietà personale, il vescovo che ascolta poco e governa molto. Papa Francesco ne ha parlato innumerevoli volte, arrivando a definirlo una delle deformazioni della vita ecclesiale. Eppure esiste un clericalismo più difficile da riconoscere, perché può nascondersi proprio dietro il tentativo di superare quello tradizionale: il clericalismo dei laici. Sembra quasi una contraddizione. Come può essere clericale chi non appartiene al clero?
La risposta dipende da cosa intendiamo per clericalismo. Se lo riduciamo al potere esercitato dai sacerdoti, evidentemente no. Ma se il clericalismo è anche una concezione della Chiesa nella quale ciò che avviene attorno all’altare, in parrocchia, in Curia o negli organismi ecclesiastici viene considerato più importante di ciò che accade fuori, allora il problema cambia. Perché possiamo togliere alcune funzioni ai preti e affidarle ai laici senza aver cambiato affatto il nostro modo di pensare la Chiesa. Anzi, può accadere qualcosa di paradossale: nel tentativo di valorizzare i laici, finiamo per farli assomigliare sempre di più ai preti. Lettori, accoliti, catechisti, ministri straordinari della Comunione, componenti dei consigli pastorali, responsabili di uffici ecclesiastici: sono servizi legittimi, alcuni istituiti dalla Chiesa stessa, e sarebbe assurdo metterne in discussione l’utilità. Ma proviamo a capovolgere la domanda. Perché quando parliamo di «valorizzazione dei laici» pensiamo quasi immediatamente a qualcosa che il laico possa fare dentro la struttura ecclesiastica? Forse perché, senza accorgercene, continuiamo a usare il clero come unità di misura della partecipazione alla vita della Chiesa.

Eppure il Concilio Vaticano II aveva indicato una strada molto più interessante. Lumen gentium afferma che «l’indole secolare è propria e peculiare dei laici» (LG 31). È una frase che rischia di suonare oggi quasi sospetta, come se significasse: i preti si occupano della Chiesa e i laici del mondo. Ma il Concilio dice esattamente il contrario. Il mondo è uno dei luoghi nei quali la Chiesa è presente proprio attraverso i fedeli laici. Il laico non è il cristiano al quale manca qualcosa per diventare prete. Non è neppure un collaboratore del sacerdote al quale affidare ciò che il sacerdote non riesce più a fare. Per il Battesimo appartiene pienamente al Popolo di Dio e partecipa alla missione di Cristo. La sua vocazione, però, possiede una forma propria: cercare il Regno di Dio «trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». Tradotto nella vita quotidiana significa che un medico cattolico che esercita la propria professione rispettando la dignità della persona non è meno impegnato nella missione della Chiesa di chi legge ogni domenica all’ambone. Un insegnante che educa con coscienza cristiana non esercita un apostolato inferiore a chi fa il catechista. Un amministratore pubblico che serve realmente il bene comune, un imprenditore che non tratta i lavoratori come numeri, un giornalista che non sacrifica la verità alla convenienza, un padre o una madre che trasmettono la fede ai propri figli stanno vivendo precisamente quella vocazione laicale della quale parlava il Concilio.
Eppure difficilmente li definiremmo «laici impegnati». Nel nostro linguaggio ecclesiale, il laico impegnato è quasi sempre quello che fa qualcosa in parrocchia. Legge, distribuisce la Comunione, canta, fa catechismo, entra nel consiglio pastorale, organizza attività. Tutte cose buone. Il problema nasce quando queste diventano implicitamente la misura della maturità ecclesiale del laico. A quel punto abbiamo costruito una specie di graduatoria. C’è il fedele che viene a Messa. Poi quello che «collabora». Poi quello che assume un ministero. Poi quello che entra negli organismi ecclesiastici. Più ci si avvicina al presbiterio e alle strutture della Chiesa, più sembra aumentare il proprio peso ecclesiale. E qui appare il paradosso: per superare il clericalismo abbiamo continuato a utilizzare il prete come modello.
È un problema che Giovanni Paolo II aveva già individuato nella Christifideles laici, quando metteva in guardia dalla «clericalizzazione» dei fedeli laici. E lo stesso Francesco, da una prospettiva diversa, ha osservato in Evangelii gaudium che l’impegno dei laici rimane spesso confinato «all’interno della Chiesa», senza incidere abbastanza nella vita sociale, politica ed economica. Le due cose non si contraddicono. Anzi, descrivono le due facce dello stesso problema. Da una parte abbiamo avuto per secoli un modello nel quale il sacerdote faceva praticamente tutto e i fedeli assistevano. Dall’altra rischiamo di rispondere a quel modello distribuendo ai laici pezzi delle funzioni che prima appartenevano quasi esclusivamente al clero. Cambiano i soggetti, ma resta intatta l’idea che le cose veramente ecclesiali siano quelle che si fanno dentro gli spazi ecclesiastici. È qui che il clericalismo dei laici diventa interessante anche teologicamente. Valorizzare il laicato non significa inventare una categoria di «quasi-preti». Significa prendere sul serio il Battesimo. Questo naturalmente non vuol dire cacciare i laici dalle sagrestie o dagli organismi ecclesiastici. Sarebbe una conclusione caricaturale. Il Concilio ha recuperato l’antica corresponsabilità di tutti i battezzati nella missione della Chiesa e ha chiesto ai pastori di riconoscere competenze, carismi e responsabilità dei fedeli. Ci sono ministeri che possono essere affidati ai laici, uffici che possono esercitare e decisioni alle quali devono poter contribuire. Ma corresponsabilità non significa confusione delle vocazioni. Il sacerdote non viene valorizzato quando diventa manager, organizzatore di sagre, amministratore, tecnico del bilancio o animatore sociale. Allo stesso modo, il laico non viene valorizzato quando diventa una specie di sacerdote senza ordinazione.
Qui ritorna una distinzione che ho affrontato diverse volte in questa rubrica con tanta forza. Lumen gentium insegna che sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale sono entrambi partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, ma «differiscono essenzialmente e non solo di grado» (LG 10). La differenza, dunque, non deve essere cancellata per riconoscere la pari dignità battesimale. È proprio il contrario: la pari dignità permette vocazioni differenti senza bisogno di trasformarle l’una nell’altra. E forse abbiamo bisogno di recuperare proprio questa libertà. Una Chiesa adulta non dovrebbe aver bisogno di trasformare il laico in ministro per convincerlo che è importante. Dovrebbe essere capace di dirgli che la sua scrivania, la scuola nella quale insegna, l’ospedale nel quale lavora, il consiglio comunale nel quale prende decisioni, la famiglia che costruisce, l’impresa che dirige possono essere luoghi autentici della sua missione cristiana. Non perché «anche lì si può fare qualcosa di religioso». Ma perché è precisamente lì che il Vangelo deve entrare nella storia.

Il Concilio usa un’immagine molto semplice: i laici sono chiamati a operare nel mondo «a modo di fermento». Il fermento, però, deve entrare nella . Se lo teniamo tutto dentro il contenitore ecclesiastico, non lievita niente. Forse allora il clericalismo più difficile da superare non è quello del parroco che vuole fare tutto. Quello almeno lo riconosciamo facilmente. È quello, molto più sottile, che ci ha convinti che per «contare» nella Chiesa bisogna avere un titolo, un ministero, un ufficio, una funzione liturgica o un posto vicino all’altare. E allora la domanda con cui vorrei chiudere è volutamente provocatoria: siamo davvero sicuri di aver valorizzato i laici quando li abbiamo portati sempre più vicino al presbiterio, oppure li valorizzeremo davvero quando finalmente comprenderemo che la loro vocazione può portarli molto più lontano? Perché forse una Chiesa meno clericale non è quella nella quale i laici fanno sempre più cose da preti. È quella nella quale i preti tornano a fare pienamente i preti e i laici scoprono finalmente quanto è grande essere laici.

























