Church Pocket/125. "Cristo sì, la Chiesa no?". Sant’Agostino e lo scandalo della comunione
«Io credo in Cristo, ma non nella Chiesa». È una frase che oggi si sente spesso e, diciamolo, qualche volta se ne comprende perfino la ragione. Cristo affascina; la Chiesa molto meno. Cristo serve, mentre nella Chiesa incontriamo carrierismi, lotte di potere, scandali e incoerenze. Cristo sembra puro; la Chiesa porta addosso tutta la polvere della storia e a volte della mistificazione della stessa. La tentazione, allora, è semplice: teniamoci Gesù e lasciamo perdere tutto il resto. Il problema è che sant’Agostino, che celebriamo il 28 agosto, probabilmente avrebbe smontato questa distinzione in poche battute. Per lui Cristo e la Chiesa non sono due realtà che possiamo separare a piacimento. Cristo è il Capo, la Chiesa è il suo Corpo. E insieme costituiscono quello che Agostino chiama il Christus totus, il «Cristo totale».
Non è un modo poetico per dire che dobbiamo volerci bene. È ecclesiologia. Agostino parte da San Paolo: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27). Cristo rimane evidentemente Cristo e la Chiesa rimane la Chiesa: non vengono confuse. Eppure il legame è così profondo che Agostino può arrivare a dire: «Siamo diventati Cristo. Infatti se Egli è il capo, noi le sue membra, l’uomo totale è Lui e noi» (In Ioannis Evangelium tractatus, 21,8). Benedetto XVI, presentando proprio l’ecclesiologia agostiniana, ricordava che la Chiesa è per lui Popolo di Dio, casa di Dio e Corpo di Cristo, intimamente legata a Cristo e costruita dalla vita sacramentale. Qui Agostino diventa molto meno antico di quanto sembri.

Perché noi siamo abituati a pensare la Chiesa anzitutto come un’istituzione: Vaticano, Papa, vescovi, preti, diocesi, parrocchie, Curia, documenti, 8 per mille. Tutto questo appartiene certamente alla sua dimensione visibile, ma non esaurisce ciò che la Chiesa è. Se fosse soltanto un’organizzazione religiosa, potremmo aderirvi finché ci rappresenta e abbandonarla quando non ci piace più, esattamente come avviene con un’associazione o un partito. Per Agostino non funziona così. La Chiesa è prima di tutto un mistero di comunione: un Corpo che riceve la propria vita dal Capo, Cristo. Agostino inoltre non sviluppa queste idee mentre vive tranquillamente nello studio di Ippona. Le elabora dentro una Chiesa africana profondamente lacerata dalla controversia donatista. Le persecuzioni contro i cristiani avevano lasciato una ferita enorme: alcuni ministri erano stati accusati di aver consegnato le Scritture o i libri sacri alle autorità durante la persecuzione. Da lì nacque una questione che investì progressivamente sacramenti, ministero, santità e soprattutto comunione ecclesiale. Detto in termini molto semplici: che valore può avere ciò che viene amministrato da una Chiesa nella quale ci sono ministri indegni?
Agostino comprende che dietro quella controversia c’è una questione ancora più radicale: da dove viene la santità della Chiesa? Dalla perfezione dei suoi membri oppure da Cristo? Ma il sacramento non appartiene alla santità privata del ministro. Appartiene a Cristo. Un ministro indegno non trasforma il Battesimo di Cristo nel «proprio» battesimo. Ed è anche per questo che Agostino si oppone alla reiterazione del Battesimo ricevuto fuori dalla piena comunione cattolica: può essere presente realmente il sacramento e, nello stesso tempo, essere ferita la comunione nella quale quel sacramento dovrebbe condurre. Nel De baptismo contra Donatistas arriva a distinguere con grande finezza ciò che le comunità separate conservano della Chiesa dalla separazione prodotta dalla rottura della carità e della pace. Ed ecco la provocazione per noi: la Chiesa non è la comunità dei puri e dei perfetti. Persine nel gruppo apostolico, Cristo aveva a suo fianco pubblicani, zeloti, prostitute.
Questa idea ci dà fastidio perché tutti, prima o poi, costruiamo mentalmente la nostra piccola Chiesa ideale. Una Chiesa senza quelli che consideriamo troppo progressisti o troppo “faciloni”. Oppure senza i tradizionalisti. Senza i clericali. Senza i modernisti. Senza i rigidi. Senza quelli che celebrano male, senza quelli che predicano peggio, senza quel vescovo, senza quel movimento, possibilmente senza quelli che sui social ci contraddicono. Alla fine rimarrebbero quelli che la pensano esattamente come noi, trasformando la comunità ecclesiale in un partito politico con toni e linguaggi usati dai partii moderni. E probabilmente sarebbe proprio allora che avremmo smesso di essere cattolici.
Agostino conosce bene questa tentazione perché la vede operare davanti ai propri occhi. La convinzione di essere dalla parte giusta non concede il diritto di costruirsi una Chiesa a propria misura. La verità conta; Agostino non è certamente un relativista ante litteram. Ma conta anche la caritas, e per lui la carità possiede una dimensione inseparabilmente ecclesiale: tiene insieme il Corpo. Questo significa anche che l’unità non equivale al «va bene tutto». La comunione cattolica non consiste nel mettere tra parentesi la verità per evitare discussioni. Agostino discute, polemizza, confuta e difende con enorme energia ciò che considera vero. Ma rifiuta che la pretesa di una maggiore purezza possa trasformarsi nel principio con cui una parte si proclama il tutto.
È una lezione terribilmente contemporanea. Perché la tentazione dello scisma comincia molto prima di uno scisma formalmente dichiarato. Comincia quando smettiamo di pensare la Chiesa come un Corpo ricevuto e iniziamo a immaginarla come una comunità da selezionare; quando la domanda non è più: «Come posso vivere la verità nella comunione?», ma: «Chi merita di stare nella Chiesa che vorrei?».Agostino usa proprio l’immagine del corpo, riprendendola da San Paolo, per mostrare quanto sia drammatica la separazione: una mano recisa conserva ancora la forma della mano, ma separata dal corpo perde ciò che la mantiene in vita. È un’immagine forte, perché dice che non basta conservare esteriormente qualcosa di cristiano se viene ferito il vincolo della comunione. Ed è significativo che questa ecclesiologia conduca Agostino direttamente all’altare. Parlando dell’Eucaristia ai neobattezzati, nel Sermone 272, dice: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Il Corpo di Cristo che riceviamo nell’Eucaristia edifica il Corpo di Cristo che è la Chiesa. San Paolo lo aveva espresso con altrettanta forza: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). Ed è proprio questa la risposta alla domanda dalla quale siamo partiti. Dire «Cristo sì, la Chiesa no» diventa difficile quando proprio il Cristo che riceviamo nell’Eucaristia ci incorpora a un Corpo fatto di altri. E gli altri non li scegliamo noi. Nella stessa assemblea può esserci chi pensa diversamente da noi sulla liturgia, sulla pastorale, sul governo della Chiesa e perfino sul modo di leggere questo travagliato tempo ecclesiale. Eppure pronunciamo tutti lo stesso «Amen» davanti allo stesso Corpo di Cristo.
Perché ricordare sant’Agostino alla fine di agosto, allora? Forse perché ci lascia una domanda scomoda: quale Chiesa amiamo? Quella ideale, costruita a nostra immagine e composta soltanto da quelli che ci somigliano, oppure quella reale, nella quale Cristo ha scelto di raccogliere membra diversissime sotto un unico Capo? Agostino non ci consegna una Chiesa di puri. Ci consegna una Chiesa che rimane Corpo di Cristo non perché siano perfette le sue membra, ma perché Cristo continua a esserne il Capo. E forse è proprio questo lo scandalo della comunione: non trovare finalmente una Chiesa abbastanza pura da meritare il nostro amore, ma continuare ad amare, correggere e servire la Chiesa che Cristo ha scelto di chiamare suo Corpo.
Non è un modo poetico per dire che dobbiamo volerci bene. È ecclesiologia. Agostino parte da San Paolo: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27). Cristo rimane evidentemente Cristo e la Chiesa rimane la Chiesa: non vengono confuse. Eppure il legame è così profondo che Agostino può arrivare a dire: «Siamo diventati Cristo. Infatti se Egli è il capo, noi le sue membra, l’uomo totale è Lui e noi» (In Ioannis Evangelium tractatus, 21,8). Benedetto XVI, presentando proprio l’ecclesiologia agostiniana, ricordava che la Chiesa è per lui Popolo di Dio, casa di Dio e Corpo di Cristo, intimamente legata a Cristo e costruita dalla vita sacramentale. Qui Agostino diventa molto meno antico di quanto sembri.

Perché noi siamo abituati a pensare la Chiesa anzitutto come un’istituzione: Vaticano, Papa, vescovi, preti, diocesi, parrocchie, Curia, documenti, 8 per mille. Tutto questo appartiene certamente alla sua dimensione visibile, ma non esaurisce ciò che la Chiesa è. Se fosse soltanto un’organizzazione religiosa, potremmo aderirvi finché ci rappresenta e abbandonarla quando non ci piace più, esattamente come avviene con un’associazione o un partito. Per Agostino non funziona così. La Chiesa è prima di tutto un mistero di comunione: un Corpo che riceve la propria vita dal Capo, Cristo. Agostino inoltre non sviluppa queste idee mentre vive tranquillamente nello studio di Ippona. Le elabora dentro una Chiesa africana profondamente lacerata dalla controversia donatista. Le persecuzioni contro i cristiani avevano lasciato una ferita enorme: alcuni ministri erano stati accusati di aver consegnato le Scritture o i libri sacri alle autorità durante la persecuzione. Da lì nacque una questione che investì progressivamente sacramenti, ministero, santità e soprattutto comunione ecclesiale. Detto in termini molto semplici: che valore può avere ciò che viene amministrato da una Chiesa nella quale ci sono ministri indegni?
Agostino comprende che dietro quella controversia c’è una questione ancora più radicale: da dove viene la santità della Chiesa? Dalla perfezione dei suoi membri oppure da Cristo? Ma il sacramento non appartiene alla santità privata del ministro. Appartiene a Cristo. Un ministro indegno non trasforma il Battesimo di Cristo nel «proprio» battesimo. Ed è anche per questo che Agostino si oppone alla reiterazione del Battesimo ricevuto fuori dalla piena comunione cattolica: può essere presente realmente il sacramento e, nello stesso tempo, essere ferita la comunione nella quale quel sacramento dovrebbe condurre. Nel De baptismo contra Donatistas arriva a distinguere con grande finezza ciò che le comunità separate conservano della Chiesa dalla separazione prodotta dalla rottura della carità e della pace. Ed ecco la provocazione per noi: la Chiesa non è la comunità dei puri e dei perfetti. Persine nel gruppo apostolico, Cristo aveva a suo fianco pubblicani, zeloti, prostitute.
Questa idea ci dà fastidio perché tutti, prima o poi, costruiamo mentalmente la nostra piccola Chiesa ideale. Una Chiesa senza quelli che consideriamo troppo progressisti o troppo “faciloni”. Oppure senza i tradizionalisti. Senza i clericali. Senza i modernisti. Senza i rigidi. Senza quelli che celebrano male, senza quelli che predicano peggio, senza quel vescovo, senza quel movimento, possibilmente senza quelli che sui social ci contraddicono. Alla fine rimarrebbero quelli che la pensano esattamente come noi, trasformando la comunità ecclesiale in un partito politico con toni e linguaggi usati dai partii moderni. E probabilmente sarebbe proprio allora che avremmo smesso di essere cattolici.

È una lezione terribilmente contemporanea. Perché la tentazione dello scisma comincia molto prima di uno scisma formalmente dichiarato. Comincia quando smettiamo di pensare la Chiesa come un Corpo ricevuto e iniziamo a immaginarla come una comunità da selezionare; quando la domanda non è più: «Come posso vivere la verità nella comunione?», ma: «Chi merita di stare nella Chiesa che vorrei?».Agostino usa proprio l’immagine del corpo, riprendendola da San Paolo, per mostrare quanto sia drammatica la separazione: una mano recisa conserva ancora la forma della mano, ma separata dal corpo perde ciò che la mantiene in vita. È un’immagine forte, perché dice che non basta conservare esteriormente qualcosa di cristiano se viene ferito il vincolo della comunione. Ed è significativo che questa ecclesiologia conduca Agostino direttamente all’altare. Parlando dell’Eucaristia ai neobattezzati, nel Sermone 272, dice: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Il Corpo di Cristo che riceviamo nell’Eucaristia edifica il Corpo di Cristo che è la Chiesa. San Paolo lo aveva espresso con altrettanta forza: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). Ed è proprio questa la risposta alla domanda dalla quale siamo partiti. Dire «Cristo sì, la Chiesa no» diventa difficile quando proprio il Cristo che riceviamo nell’Eucaristia ci incorpora a un Corpo fatto di altri. E gli altri non li scegliamo noi. Nella stessa assemblea può esserci chi pensa diversamente da noi sulla liturgia, sulla pastorale, sul governo della Chiesa e perfino sul modo di leggere questo travagliato tempo ecclesiale. Eppure pronunciamo tutti lo stesso «Amen» davanti allo stesso Corpo di Cristo.
Perché ricordare sant’Agostino alla fine di agosto, allora? Forse perché ci lascia una domanda scomoda: quale Chiesa amiamo? Quella ideale, costruita a nostra immagine e composta soltanto da quelli che ci somigliano, oppure quella reale, nella quale Cristo ha scelto di raccogliere membra diversissime sotto un unico Capo? Agostino non ci consegna una Chiesa di puri. Ci consegna una Chiesa che rimane Corpo di Cristo non perché siano perfette le sue membra, ma perché Cristo continua a esserne il Capo. E forse è proprio questo lo scandalo della comunione: non trovare finalmente una Chiesa abbastanza pura da meritare il nostro amore, ma continuare ad amare, correggere e servire la Chiesa che Cristo ha scelto di chiamare suo Corpo.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
























