Merate: la razionalità della medicina e la libertà della scrittura. La pagina IG e il primo romanzo della dottoressa Lorena Consonni

«E’ un modo diverso per esprimere la propria personalità»: è così che la dottoressa Lorena Consonni definisce il rapporto tra la sua professione e la passione per la lettura e la scrittura. Due mondi apparentemente lontani ma che nella sua personalità convivono senza contraddirsi: da una parte la medicina, fatta di razionalità, metodo e distacco; dall’altra i libri e la scrittura, una dimensione più libera e creativa che le permette di lasciarsi attraversare dai pensieri e dalle emozioni. 
Trovare il tempo per scrivere non è semplice. E lei lo ritaglia grazie alla complicità di un marito che definisce «molto collaborativo». C'è, dice, tanta voglia di fare le cose: «Scrivere è faticoso, è vero, ma è anche una liberazione, per certi versi, perché ti obbliga a fare altro».
La strada verso la medicina non ha mai avuto alternative: «Ho sempre voluto intraprendere questa carriera, fin da quando ero all’asilo. Non ho mai avuto un piano B», racconta. Prima di approdare alla dermatologia ha svolto un internato in chirurgia plastica, occupandosi di malformazioni, poi è arrivata la scelta definitiva: «La dermatologia mi dava la possibilità di lavorare sia in ospedale sia fuori» un equilibrio che le ha permesso di costruire la propria carriera senza rinunciare a quell’altra parte di sè che, da sempre, trova nei libri uno spazio privilegiato. 
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La passione per la lettura, infatti, c’è sempre stata: «Ho iniziato a leggere presto, già all'asilo», racconta. Essendo la secondogenita, imparava molto anche osservando la sorella maggiore. La scrittura, invece, è arrivata più tardi, durante, l’adolescenza. 
Alcuni dei nomi che hanno segnato il suo percorso di lettrice sono Milan Kundera, con “L'insostenibile leggerezza dell'essere”, letto tanti anni fa. Diverso il rapporto con “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese, l'unico libro che ha riletto davvero: durante lo scorrere delle pagine, le piace aggiungere una nota a margine, e ogni volta ritrova con tenerezza quello che aveva scritto in passato, quasi a misurare la distanza tra la persona che era e quella che è diventata. 
Il legame con Pavese, non a caso, nasce da un rapporto apparentemente contraddittorio con la materia principe. «Con la mia professoressa di italiano non c’era comprensione reciproca, ma nonostante questo ho amato la letteratura», tanto da portare proprio Pavese alla tesina di maturità.
Tra le autrici contemporanee cita Valentina D'Urbano, conosciuta durante un corso di scrittura narrativa, di cui ha letto tutta la produzione e Margaret Mazzantini, Premio Strega 2002 con “Non ti muovere”: «Un libro devastante, capace di creare personaggi incredibili». Legge soprattutto autrici donne, dice, ma tra le scoperte più recenti c'è lo scrittore ungherese Sándor Márai, che l’ha colpita per una capacità particolare: trasformare il luogo in cui la storia è ambientata in un vero e proprio personaggio: «Di solito il mondo narrativo sembra solo uno sfondo, lui invece lo trasforma in un personaggio: capisci cosa sta succedendo in base al luogo, i personaggi cambiano il loro modo di essere a seconda di dove si trovano».
Anche il gusto è cambiato negli anni: al liceo si nutriva di letture filosofiche, da Nietzsche ai classici scolastici; poi è arrivata la stagione dei thriller. Oggi, invece, a guidarla è soprattutto la ricerca di storie capaci di lasciare qualcosa oltre la trama.
E’ proprio da questa attenzione che, tornata dalle vacanze la scorsa estate, è nata l’idea di aprire uno spazio in cui parlare dei libri che ama. Nasce così “Pagine_e_sogni”, il profilo instagram dove condivide letture, riflessioni e brevi aforismi nati dalla sua stessa penna. 
«Non pretendo di essere una critica letteraria», ha affermato specificando come il suo sia piuttosto uno sguardo personale, libero dalle mode e dalle classifiche, che spesso la porta a recuperare anche libri pubblicati molti anni fa. «Rischiamo di lasciarci indietro dei capolavori. Dagli autori più antichi si impara tantissimo».
In un panorama editoriale che ogni settimana propone una quantità quasi inesauribile di novità preferisce quindi non inseguire necessariamente l’ultimo titolo arrivato in libreria. A interessarla è soprattutto ciò che rimane dopo la lettura. E a fare la differenza, più della trama, sono ancora una volta i personaggi. «Chiaramente in un thriller ti aspetti determinate cose, ma io mi concentro sulla narrativa bianca», quella che mette al centro relazioni e sentimenti, non soltanto amorosi ma anche familiari: rapporti tra genitori e figli, legami che si incrinano, si allontanano e talvolta provano a ricomporsi. «Se il personaggio mi ha lasciato qualcosa, allora lo consiglio».
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Gestire una pagina di libri, significa anche imparare a convivere con opinioni molto diverse tra loro. Il suo gruppo di lettura riunisce fasce d'età eterogenee e questo, spiega, cambia inevitabilmente il modo in cui una storia viene recepita: «Le persone più giovani assorbono le cose in modo diverso rispetto a chi le vive con più anni alle spalle». Anche sui social il confronto può essere vivace, ma la dottoressa Consonni rivendica l’importanza di uno scambio sempre rispettoso: «Se si parla di libri si spera di non incontrare persone con cui è impossibile confrontarsi, ma non bisogna per forza essere d’accordo con il parere di tutti».
Non ama, invece, un certo modo un po' sportivo di vivere la lettura: «le gare a chi ha letto più libri non hanno molto senso». A suo pareere, infatti, conta di più fermarsi su quello che si è letto e chiedersi perché una storia abbia funzionato o perché no. Anche per questo non ama i giudizi troppo generici: «“Bellissimo” non vuol dire niente. Dimmi cosa ti ha lasciato».
Ma leggere in un certo modo significa anche imparare a guardare la scrittura. Per affinare questo sguardo ha frequentato corsi di scrittura creativa, che le hanno insegnato a impostare un testo e, quasi per riflesso, l’hanno portata a leggere in maniera diversa. E così, tra le tante storie che nel frattempo si facevano strada nella sua testa, una ha finito per prendere il sopravvento sulle altre. È nato così, quasi per caso, il suo primo romanzo: a giugno lo ha consegnato nelle mani di un editor, compiendo il primo vero passo nel mondo dell'editoria. «Un mondo complicato», lo definisce: si scrive, si fa editing, poi il manoscritto viene mandato alle case editrici ritenute più adatte alla storia. «Vorrei che la storia parlasse a qualcuno», dice, consapevole che da qui in poi la parola passa ad altri.
Il suo romanzo non è nato dai personaggi, ma da un luogo: «Avevo in mente il nostro posto delle vacanze abituale», racconta: un'isola del mar Tirreno che nel libro non viene mai nominata esplicitamente, ma che attraverso le descrizioni è immediatamente riconoscibile. Da lì ha cominciato a prendere forma la storia. 
È un romanzo di formazione ambientato in una famiglia milanese, dove al centro c’è soprattutto il rapporto difficile tra una madre e la figlia maggiore. Le incomprensioni si accumulano negli anni: la ragazza ha un carattere difficile, un po' puntiglioso, mentre la madre sembra avere una sorta di debolezza per il figlio minore. Poi un evento traumatico fa saltare definitivamente gli equilibri, accelerando la disgregazione del nucleo familiare e portando in superficie tensioni rimaste a lungo sottotraccia tra colpe non dette, un padre sempre più distante e il rapporto ormai logorato tra madre e figlia. Anni dopo, la figlia torna sull'isola su consiglio della psicologa. E’ lì che ritrova un amico d'infanzia destinato a diventare un «guardiano della soglia» capace di aiutarla a guardare ciò che è accaduto da una prospettiva diversa. 
Il finale, spiega l'autrice, non è una riconciliazione semplice e definitiva: «Decidono di intraprendere un percorso psicologico insieme». Più che una soluzione, è dunque l’apertura alla possibilità di andare oltre le incomprensioni e affrontare ciò che per anni è rimasto irrisolto. 
C'è un confine che, nella sua narrativa, non ha intenzione di attraversare: la malattia. «Per ora non mi sento pronta ad avvicinarmi a quel territorio, nemmeno da lettrice». È il rovescio della medaglia di un mestiere che, dice, «ti fa la scorza»: «Se ti fai coinvolgere troppo emotivamente, rischi di non farcela». Occupandosi anche dell'ambito oncologico, cerca ogni giorno un equilibrio tra empatia e distacco tecnico: «Comunicare in un certo modo fa la differenza, ho colleghi più diretti di me, ma un po' di distacco ci vuole». Nella scrittura, invece, si concede l'esatto opposto. Quel distacco può finalmente venire meno, perché non c’è più bisogno di proteggersi e di trattenersi come il lavoro richiede: «Mi faccio trasportare dai pensieri». Ed è forse proprio lì, tra la razionalità della medicina e la libertà della scrittura, che ha trovato il suo modo più personale di esprimersi.
F.Ri.
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