Plastic free: utopia che nel lecchese "pesa" 3.670 kg.
Articolo: Plastic Free
Gentile Direttore,
ci scuserà se ci siamo presi solo ora il tempo di rispondere alla riflessione ospitata sulle vostre pagine. Eravamo impegnati, insieme ai nostri volontari, a rendere un po’ più sano, piacevole e vivibile l’ambiente nel quale viviamo tutti. Compreso chi trova il tempo per denigrare chi se ne prende cura.
Solo nel 2026, in provincia di Lecco, Plastic Free ha realizzato 39 iniziative ambientali: 567 volontari hanno rimosso dall’ambiente 3.670 chilogrammi di plastica e altri rifiuti. Nello stesso periodo abbiamo realizzato 16 incontri nelle scuole, coinvolgendo 669 studenti, e 5 iniziative di sensibilizzazione cittadina, raggiungendo circa altre 60 persone.
Non salveremo il pianeta da soli. Ma quei 3.670 chili prima erano dispersi nell’ambiente, dove potevano continuare a degradarsi, frammentarsi in micro e nanoplastiche, contaminare acqua e suolo ed entrare nella catena alimentare. Oggi non ci sono più. E quasi 700 ragazzi hanno avuto un’occasione in più per comprendere non soltanto che un rifiuto non scompare quando lo lasciamo cadere per terra, ma anche che i nostri consumi e le nostre scelte quotidiane hanno un impatto cruciale sui luoghi nei quali viviamo.
È forse questo il primo equivoco da chiarire. Plastic Free non ha mai sostenuto che ogni plastica debba sparire dalla medicina, dall’industria o dalla nostra vita quotidiana. Il nome indica una direzione e una provocazione culturale: dire stop all’abuso della plastica, soprattutto quando inutile e monouso, limitarne la dispersione nell’ambiente, promuovere il riuso e comportamenti più responsabili. Attribuirci la volontà di “abolire la plastica” rende certamente più semplice contestarci, ma significa contestare una posizione che non è la nostra.
Quanto all’idea che sia sufficiente “gestirla meglio”, proprio i fatti di queste settimane suggeriscono maggiore prudenza. Nell’agosto 2026 la filiera italiana del riciclo della plastica sta attraversando una grave crisi, con impianti saturi e al collasso nonché rallentamenti nella raccolta che hanno interessato più territori. Il problema è diventato nazionale e ha una causa particolarmente paradossale: la materia plastica vergine, anche importata dall’estero, riesce spesso ad arrivare sul mercato a prezzi inferiori rispetto alla materia riciclata prodotta in Italia, rendendo quest’ultima meno competitiva e inceppando proprio quel modello di economia circolare sul quale dovremmo investire. È qui che il dato sul riciclo di circa metà degli imballaggi immessi al consumo diventa molto meno rassicurante.
Un cittadino può fare tutto correttamente: separare la bottiglia, conferirla nella raccolta differenziata e assumersi fino in fondo la propria responsabilità. Ma quella bottiglia non torna automaticamente a essere materia prima. Quando il materiale riciclato non trova compratori e gli impianti si saturano, il sistema arriva al paradosso di dover ricorrere al recupero energetico: plastica raccolta e selezionata con fatica viene bruciata per produrre energia.
Produciamo così enormi quantità di oggetti spesso superflui, destinati a essere utilizzati per pochi minuti, impieghiamo materie prime ed energia per fabbricarli, risorse pubbliche e private
per raccoglierli e selezionarli e, quando il circuito del riciclo non riesce ad assorbirli, arriviamo persino a utilizzarli come combustibile.
E questa è ancora l’ipotesi nella quale quella plastica viene intercettata.
Quando viene invece abbandonata nell’ambiente, continua a degradarsi e a frammentarsi in micro e nanoplastiche che contaminano acqua, suolo e organismi, entrano nella catena alimentare e ritornano fino alle nostre tavole. La ricerca scientifica ne ha ormai documentato la presenza anche nel corpo umano e in diversi organi e sta approfondendo conseguenze sulla salute sempre più preoccupanti.
Rimuovere quei rifiuti dall’ambiente significa fare prevenzione concreta e, nello stesso momento, sensibilizzazione: sottrarre materiale alla dispersione e mostrare ai cittadini, soprattutto ai più giovani, quale conseguenza possa avere anche un gesto apparentemente insignificante.
Ci ha colpito, infatti, leggere che la sostenibilità avrebbe bisogno di più scuola e meno cleanup. Concordiamo pienamente sull’importanza della scuola. Talmente tanto che Plastic Free ci entra gratuitamente: nel Lecchese, soltanto quest’anno, 669 studenti incontrati. Pulizie ambientali ed educazione non sono alternative: l’una rende immediatamente più vivibile il territorio, l’altra lavora perché domani ci sia sempre meno bisogno di raccogliere ciò che qualcuno abbandona.
Il gruppo referenti Plastic Free di Lecco è costituito da volontari che dedicano gratuitamente tempo, energie e competenze proprio a questo: incontrare studenti, dialogare con amministrazioni e cittadini, sensibilizzare e soprattutto prendersi concretamente cura dei luoghi nei quali tutti viviamo assieme ai cittadini che partecipano alle attività di raccolta rifiuti che organizziamo.
E vale la pena chiarire anche un’altra cosa: i volontari Plastic Free non vengono pagati per raccogliere rifiuti e le nostre iniziative non sono servizi di igiene urbana acquistati dai Comuni. Non sostituiamo i doveri delle amministrazioni. Aggiungiamo partecipazione, educazione e responsabilità civica.
Nessuno di noi possiede una bacchetta magica. Servono politiche pubbliche, industria, ricerca, riciclo, riduzione a monte, riuso, scuola e responsabilità individuale. Ma a smentire chi denigra i volontari che dedicano gratuitamente tempo e fatica a immaginare – e soprattutto costruire – un mondo capace di dire basta all’abuso della plastica sono i fatti, molto più delle opinioni.
Si può discutere a lungo di quanto sia complesso cambiare il mondo. Oppure si può cominciare dal proprio pezzo di mondo, chinarsi e raccogliere ciò che qualcun altro ha lasciato a terra.
Noi continuiamo a fare entrambe le cose.
E se questa è un’utopia, nel Lecchese nel 2026 pesano già 3.670 chilogrammi.
Gentile Direttore,
ci scuserà se ci siamo presi solo ora il tempo di rispondere alla riflessione ospitata sulle vostre pagine. Eravamo impegnati, insieme ai nostri volontari, a rendere un po’ più sano, piacevole e vivibile l’ambiente nel quale viviamo tutti. Compreso chi trova il tempo per denigrare chi se ne prende cura.
Solo nel 2026, in provincia di Lecco, Plastic Free ha realizzato 39 iniziative ambientali: 567 volontari hanno rimosso dall’ambiente 3.670 chilogrammi di plastica e altri rifiuti. Nello stesso periodo abbiamo realizzato 16 incontri nelle scuole, coinvolgendo 669 studenti, e 5 iniziative di sensibilizzazione cittadina, raggiungendo circa altre 60 persone.
Non salveremo il pianeta da soli. Ma quei 3.670 chili prima erano dispersi nell’ambiente, dove potevano continuare a degradarsi, frammentarsi in micro e nanoplastiche, contaminare acqua e suolo ed entrare nella catena alimentare. Oggi non ci sono più. E quasi 700 ragazzi hanno avuto un’occasione in più per comprendere non soltanto che un rifiuto non scompare quando lo lasciamo cadere per terra, ma anche che i nostri consumi e le nostre scelte quotidiane hanno un impatto cruciale sui luoghi nei quali viviamo.
È forse questo il primo equivoco da chiarire. Plastic Free non ha mai sostenuto che ogni plastica debba sparire dalla medicina, dall’industria o dalla nostra vita quotidiana. Il nome indica una direzione e una provocazione culturale: dire stop all’abuso della plastica, soprattutto quando inutile e monouso, limitarne la dispersione nell’ambiente, promuovere il riuso e comportamenti più responsabili. Attribuirci la volontà di “abolire la plastica” rende certamente più semplice contestarci, ma significa contestare una posizione che non è la nostra.
Quanto all’idea che sia sufficiente “gestirla meglio”, proprio i fatti di queste settimane suggeriscono maggiore prudenza. Nell’agosto 2026 la filiera italiana del riciclo della plastica sta attraversando una grave crisi, con impianti saturi e al collasso nonché rallentamenti nella raccolta che hanno interessato più territori. Il problema è diventato nazionale e ha una causa particolarmente paradossale: la materia plastica vergine, anche importata dall’estero, riesce spesso ad arrivare sul mercato a prezzi inferiori rispetto alla materia riciclata prodotta in Italia, rendendo quest’ultima meno competitiva e inceppando proprio quel modello di economia circolare sul quale dovremmo investire. È qui che il dato sul riciclo di circa metà degli imballaggi immessi al consumo diventa molto meno rassicurante.
Un cittadino può fare tutto correttamente: separare la bottiglia, conferirla nella raccolta differenziata e assumersi fino in fondo la propria responsabilità. Ma quella bottiglia non torna automaticamente a essere materia prima. Quando il materiale riciclato non trova compratori e gli impianti si saturano, il sistema arriva al paradosso di dover ricorrere al recupero energetico: plastica raccolta e selezionata con fatica viene bruciata per produrre energia.
Produciamo così enormi quantità di oggetti spesso superflui, destinati a essere utilizzati per pochi minuti, impieghiamo materie prime ed energia per fabbricarli, risorse pubbliche e private
per raccoglierli e selezionarli e, quando il circuito del riciclo non riesce ad assorbirli, arriviamo persino a utilizzarli come combustibile.
E questa è ancora l’ipotesi nella quale quella plastica viene intercettata.
Quando viene invece abbandonata nell’ambiente, continua a degradarsi e a frammentarsi in micro e nanoplastiche che contaminano acqua, suolo e organismi, entrano nella catena alimentare e ritornano fino alle nostre tavole. La ricerca scientifica ne ha ormai documentato la presenza anche nel corpo umano e in diversi organi e sta approfondendo conseguenze sulla salute sempre più preoccupanti.
Rimuovere quei rifiuti dall’ambiente significa fare prevenzione concreta e, nello stesso momento, sensibilizzazione: sottrarre materiale alla dispersione e mostrare ai cittadini, soprattutto ai più giovani, quale conseguenza possa avere anche un gesto apparentemente insignificante.
Ci ha colpito, infatti, leggere che la sostenibilità avrebbe bisogno di più scuola e meno cleanup. Concordiamo pienamente sull’importanza della scuola. Talmente tanto che Plastic Free ci entra gratuitamente: nel Lecchese, soltanto quest’anno, 669 studenti incontrati. Pulizie ambientali ed educazione non sono alternative: l’una rende immediatamente più vivibile il territorio, l’altra lavora perché domani ci sia sempre meno bisogno di raccogliere ciò che qualcuno abbandona.
Il gruppo referenti Plastic Free di Lecco è costituito da volontari che dedicano gratuitamente tempo, energie e competenze proprio a questo: incontrare studenti, dialogare con amministrazioni e cittadini, sensibilizzare e soprattutto prendersi concretamente cura dei luoghi nei quali tutti viviamo assieme ai cittadini che partecipano alle attività di raccolta rifiuti che organizziamo.
E vale la pena chiarire anche un’altra cosa: i volontari Plastic Free non vengono pagati per raccogliere rifiuti e le nostre iniziative non sono servizi di igiene urbana acquistati dai Comuni. Non sostituiamo i doveri delle amministrazioni. Aggiungiamo partecipazione, educazione e responsabilità civica.
Nessuno di noi possiede una bacchetta magica. Servono politiche pubbliche, industria, ricerca, riciclo, riduzione a monte, riuso, scuola e responsabilità individuale. Ma a smentire chi denigra i volontari che dedicano gratuitamente tempo e fatica a immaginare – e soprattutto costruire – un mondo capace di dire basta all’abuso della plastica sono i fatti, molto più delle opinioni.
Si può discutere a lungo di quanto sia complesso cambiare il mondo. Oppure si può cominciare dal proprio pezzo di mondo, chinarsi e raccogliere ciò che qualcun altro ha lasciato a terra.
Noi continuiamo a fare entrambe le cose.
E se questa è un’utopia, nel Lecchese nel 2026 pesano già 3.670 chilogrammi.
Gruppo referenti Plastic Free Lecco
























