Church Pocket/124. Una Chiesa con meno preti avrà anche meno fede?
C’è una frase che nelle nostre parrocchie sentiamo sempre più spesso: «Non ci sono più preti». La si dice quando viene eliminato un orario di Messa, quando due o tre parrocchie vengono affidate allo stesso sacerdote, quando il parroco deve correre da un paese all’altro la domenica mattina. Dietro quella frase c’è un problema reale: le vocazioni sacerdotali sono diminuite e un modello pastorale costruito quando quasi ogni paese aveva il proprio parroco non può essere mantenuto semplicemente facendo correre di più i sacerdoti rimasti. La domanda, però, è un’altra: una Chiesa con meno preti sarà necessariamente una Chiesa con meno fede? E meno sacerdoti significherà inevitabilmente meno Chiesa? Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco. L’Eucaristia non è un elemento accessorio della vita ecclesiale. Il Concilio Vaticano II la definisce «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Proprio per questo, però, dovremmo domandarci se qualche volta non l’abbiamo trasformata quasi in un servizio religioso da garantire secondo una logica territoriale: una chiesa, un prete, una Messa, possibilmente all’orario più comodo. Per molto tempo questa organizzazione ha funzionato. C’erano molti sacerdoti, le comunità erano numerose e la parrocchia coincideva spesso con buona parte della vita sociale di un paese. Oggi quel mondo, almeno in molte zone d’Italia e d’Europa, sta cambiando. E la risposta è stata spesso quella più immediata: mantenere la stessa struttura distribuendola su un numero sempre minore di sacerdoti.

Così un prete diventa parroco di tre, quattro o più comunità e la nascita delle unità pastorali. La domenica celebra una Messa, sale in macchina, ne celebra un’altra, riparte per la terza. Durante la settimana deve occuparsi di catechesi, funerali, battesimi, matrimoni, malati, amministrazione, immobili, consigli pastorali e burocrazia. Forse dovremmo avere il coraggio di domandarci se non stiamo semplicemente spalmando la scarsità.
Il problema non è che il sacerdote celebri l’Eucaristia: è precisamente una delle ragioni fondamentali del suo ministero. Lumen gentium 28 ricorda che i presbiteri sono consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino. Il problema nasce quando il prete finisce per diventare un funzionario itinerante del sacro, incaricato soprattutto di mantenere in funzione un sistema costruito in condizioni ecclesiali ormai profondamente diverse. Ed ecco il paradosso: nel tentativo di salvare tutte le Messe rischiamo di consumare i preti che devono celebrarle. Non mi spaventa allora, di per sé, una Chiesa con meno sacerdoti. Mi spaventa molto di più una Chiesa nella quale non si comprende più a cosa servano i sacerdoti. Il prete non è ordinato per essere un distributore di sacramenti. È ordinato per annunciare la Parola, santificare il Popolo di Dio, presiedere l’Eucaristia, riconciliare, accompagnare e pascere una comunità. La prima descrizione della comunità cristiana negli Atti degli Apostoli tiene insieme proprio queste dimensioni: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). Parola, comunione, Eucaristia e preghiera non sono compartimenti separati.
E allora una domanda scomoda dobbiamo farcela. Se abbiamo tre chiese semivuote a pochi chilometri di distanza, ciascuna delle quali pretende la propria celebrazione perché «qui la Messa c’è sempre stata», mentre lo stesso sacerdote corre affannosamente dall’una all’altra, stiamo davvero difendendo l’Eucaristia oppure le nostre abitudini? Naturalmente una comunità cristiana non è una filiale bancaria: non basta chiudere, accorpare e centralizzare. Nei piccoli paesi ci sono anziani, persone che non possono spostarsi e comunità che hanno una propria storia. La prossimità pastorale conta. Ma non può neppure diventare assoluto il principio opposto: ogni campanile deve conservare tutto ciò che aveva cinquant’anni fa, indipendentemente dal numero dei sacerdoti e dei fedeli.
La crisi delle vocazioni pone anche una domanda anche a noi laici. Quando diciamo «non ci sono più preti», qualche volta intendiamo inconsapevolmente: non ci sono più abbastanza persone che facciano tutto ciò che abbiamo delegato ai preti. Ma il Battesimo non produce spettatori. Il Concilio ha recuperato con forza la dottrina del sacerdozio comune dei fedeli – punto sul quale qualcuno mi fa notare che insisto con forza – distinguendolo nello stesso tempo, «essenzialmente e non solo di grado», dal sacerdozio ministeriale (Lumen gentium, 10). Una Chiesa con meno sacerdoti non dovrebbe quindi diventare una Chiesa nella quale i laici fanno i preti. Dovrebbe diventare una Chiesa nella quale i laici assumono pienamente ciò che appartiene alla loro vocazione e i preti possono tornare a fare pienamente i preti. Più responsabilità ai laici nell’amministrazione, nella carità, nella formazione e nella vita concreta delle comunità non significa diminuire il sacerdote. Può significare esattamente il contrario: liberarlo da una quantità di incombenze che hanno poco a che vedere con ciò per cui ha ricevuto l’Ordine.

E arriviamo alla questione più delicata. Se il numero dei sacerdoti continuerà a diminuire, in alcuni territori probabilmente diminuiranno anche le Messe. Non è qualcosa da desiderare e non bisogna romanticizzare la crisi delle vocazioni. Ma forse dovremo anche abbandonare l’idea che l’Eucaristia debba necessariamente essere disponibile sotto ogni campanile e in una molteplicità di orari. Una comunità che percorre qualche chilometro per radunarsi numerosa attorno a un unico altare non è necessariamente meno Chiesa di tre piccole assemblee nelle quali lo stesso sacerdote arriva trafelato, celebra guardando l’orologio e riparte per la Messa successiva. Potremmo perfino riscoprire qualcosa: meno dispersione, comunità più vere; meno sacerdoti impegnati a tappare buchi, presbiteri più presenti nella vita delle persone. Cristo, prima di ascendere al Padre, non ha detto agli Apostoli: «Garantite una celebrazione sotto ogni campanile». Ha detto: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Questo non ridimensiona affatto l’Eucaristia. La colloca esattamente dove deve stare: al centro. I discepoli vengono generati dall’annuncio, radunati nell’Eucaristia e dall’Eucaristia nuovamente inviati nel mondo. È un movimento continuo che non permette di contrapporre evangelizzazione e sacramenti.
Forse, allora, la domanda non è soltanto: «Con meno sacerdoti, quante Messe riusciremo ancora a garantire?» La domanda più difficile è un’altra: «Con i sacerdoti che avremo, quale Chiesa vogliamo edificare?» Perché mi preoccupa certamente una Chiesa nella quale non si riesca più a celebrare l’Eucaristia. Ma mi preoccupa altrettanto una Chiesa che continui a celebrare molte Messe e non riesca più a generare discepoli. Senza il sacerdote non c’è Eucaristia. Ma il sacerdote non esiste soltanto perché ci sia una Messa sotto ogni campanile.
























