Il 23 parte la rassegna del festival Agnesi. Intervista al direttore Marcello Corti
Il prossimo 23 agosto prenderà il via la rassegna del festival Agnesi. Una settimana di eventi musicali e laboratori dove saranno appunto le note ad essere protagoniste indiscusse in tutte le loro forme offrendo alla città concerti e momenti di intrattenimento di alto livello. Un volto imprescindibile da questa rassegna è quello del direttore d'orchestra Marcello Corti che ormai siamo abituati a vedere muoversi agilmente e con scioltezza sul palco, davanti ai suoi strumentisti e a interagire col pubblico per uno spettacolo che non sia solo di ascolto ma anche di forme, azioni, racconti, aneddoti che meglio aiutano a comprendere il brano e il suo autore oltre naturalmente al contesto storico.

Ma chi è davvero Marcello Corti e come si è ritrovato a dirigere orchestre, esibendosi su palchi ben oltre i confini della provincia e anche della stessa Italia? Lo abbiamo chiesto a lui che con la sua solita simpatia e disponibilità ha risposto in maniera articolata alle nostre domande.

- Chi è Marcello Corti? Età, luogo di nascita e residenza, studi, professione?
Sono nato a Milano quasi 40 anni fa, ma non sono milanese. Anzi, sono l'incrocio di due famiglie lecchesissime: Corti e Sabadini. Ho capito solo pochi anni fa di essere anche un incrocio di modi di vivere completamente diversi. Il lato Corti porta con sé un profondo senso del dovere, un'educazione particolarmente rigida, un legame profondo alla tradizione cristiana, e quell'importanza del lavoro di derivazione quasi calvinista. Il lato Sabadini invece è quello che trascina creatività, amore per il bello, ribellione, impegno politico e necessità di libertà. Mio nonno da parte di padre era un colletto bianco, carriera in banca da manuale. Mio nonno da parte di madre era appassionato di sport estremi, architetto e imprenditore. Forse è proprio per questo che il mio percorso di studi non è una linea continua, ma una serie di zig-zag apparentemente senza senso: Liceo Classico Manzoni di Lecco, Diploma di Tromba al Conservatorio di Como, Economia all'Università Cattolica di Milano e Direzione al Conservatorio della Svizzera Italiana. Col senno di poi, un senso si trova, ma vivere in prima persona un percorso di studi del genere può essere spiazzante. E lo è stato.

- Da chi hai ereditato la passione per la musica?
Tutti gli esseri umani sono naturalmente attratti dalla musica e io non ero da meno. Ma essere figli di una matematica e di un ingegnere non è una condizione particolarmente favorevole. Ho però dei ricordi molto netti, come delle tappe, che mi hanno condotto verso l'interesse vivo per la grande musica del passato: la prima è forse un doppio cd acquistato all'autogrill. Una di quelle orribili raccolte intitolate "I più grandi capolavori della musica classica". In copertina un tramonto con dei gabbiani e all'interno solo le più infallibili hit del repertorio barocco classico e romantico. L'ho letteralmente consumato. La seconda grande tappa è l'incontro con Beethoven: mia zia Enrica aveva l'abbonamento a Famiglia Cristiana. C'è stato un periodo in cui allegati alla rivista, arrivavano a casa anche dei CD di musica classica. È così che ho conosciuto la Settima Sinfonia di Beethoven: ho ascoltato il secondo movimento in modo ossessivo con le cuffie per ore e ore intere. E il terzo grande incontro è stato possibile grazie a Rete 4: il biscione la domenica mattina trasmetteva opere liriche, ogni settimana, sempre diverse. Ricordo molto bene che mi svegliavo molto presto per ascoltare versioni integrali di Carmen, La Traviata, Rigoletto. Ho solo splendidi ricordi, che però mi sono costati una probabile dannazione eterna, dal momento che per terminare l'opera saltavo a piè pari la Santissima Messa.
- Qual è il primo strumento che hai "preso in mano"? E su quale vorresti cimentarti?
Sono trombettista e, sebbene abbia mostrato una certa dose di talento quando ero piccolo, non sono mai riuscito a coltivare questo talento con un percorso di studi adeguato. Ho iniziato a suonare la tromba a 11 anni alle Medie Musicali Antonio Stoppani di Lecco. Ho continuato poi in modo abbastanza disorganizzato, con un percorso privato terminato con il diploma presso il Conservatorio di Como: un'esperienza quasi traumatica. Era un'estate calda, avevo 18 anni e avevo scoperto il giorno prima dell'esame che ci sarebbero state domande inerenti al repertorio e alla costruzione dello strumento. Avevo passato la notte intera a studiare il testo di riferimento (La tromba, di Gabriele Cassone) cercando di memorizzare tutto quello che non sapevo e all'orale avevo dichiarato a gran voce che l'Uccello di fuoco era stato composto da Čajkovskij. Lo avevo dichiarato di fronte ad Andrea Giuffredi, uno dei più grandi trombettisti italiani. Fortuna vuole che non avessi la minima idea di chi fosse. Mi portai a casa un sette. Un trauma, così come era stato un trauma l'esame di teoria e solfeggio: tra lo scritto e l'orale avevo deciso di fare un giretto nei dintorni del conservatorio. Mi ero perso al mercato di Como: ho vagato per un'ora intera senza trovare né la struttura, né la via dove avrei dovuto sostenere la prova. Per fortuna una signora sull'ottantina, titolare di un chioschetto verde, mi ha raccolto dal disorientamento più assoluto, mi ha offerto una coca-cola con la cannuccia e mi ha indicato con precisione la strada. Mi hanno rimandato a settembre, senza sapere nulla del trauma che avevo appena vissuto. Ho imparato a studiare e a suonare dopo il mio diploma: mentre ero a Lugano a studiare direzione ho cominciato a prendere lezioni con Emanuele Maginzali, detto Mazinga. Finalmente sono riuscito a sistemare i miei problemi tecnici, a capire come funziona lo strumento e forse anche come funziona la musica. Sono stati anni belli, quelli di Lugano: tre anni di immersione totale in tromba, pianoforte, direzione, concerti, conferenze, seminari. Se potessi tornare indietro, chiederei ai miei genitori di cominciare molto prima lo studio del pianoforte, iniziato ahimè alla veneranda età di 21 anni.
- Fare il direttore d'orchestra era il tuo sogno da bambino o è arrivato col tempo?
Da piccolo avrei voluto fare il pittore: sognavo l'Accademia delle Belle Arti. Sono diventato direttore per necessità. Al secondo anno di Economia, durante le lezioni del prof. Chirico di Economia e Gestione dello spettacolo dal vivo, ho avuto una sorta di epifania: a me non interessava né diventare un burocrate, né un impiegato, né un dirigente. Io volevo fare musica, e farla a modo mio: con i miei modi, i miei tempi e le mie convinzioni. Mi rendevo però conto che la tromba era per me un limite: ancora non avevo incontrato Emanuele Maginzali e non ero in grado di ottenere quello che avrei voluto ottenere attraverso un tubo di metallo. Le vie possibili erano due: direzione o composizione. Ho scelto direzione senza sapere che sarebbe stato un percorso tutt'altro che lineare, senza sapere che sbocco lavorativo avrei avuto, senza nessuno che mi indicasse la via. Mi sono rimboccato le maniche e ho studiato, ho ascoltato, ho recuperato quello che non conoscevo mentre lavoravo, suonavo e consegnavo panini al Bar Pontile di Dervio. Fatica? Se devo essere sincero, neanche un po'.

- Come si diventa direttori d'orchestra?
Da un punto di vista puramente professionale, il percorso standard prevede, in particolare in Italia, di passare dall'opera lirica: si inizia con il pianoforte, si studia direzione in conservatorio, ampliando poco a poco il repertorio, e poi gradualmente si passa dalle piccole produzioni alle fondazioni liriche. O si possono fare dei concorsi, come per i cavalli, ma con in premio una carriera quasi assicurata. Io non ho fatto niente di tutto questo, un po' perché il mio percorso di studi è stato particolarmente disorganico, un po' perché, e credo sia il sangue Sabadini, ho sempre fatto tutto in un modo tutto mio. Mi piace immaginare di essere andato a bottega: ho trascorso sette anni in Civica Filarmonica di Lugano a suonare, affiancando Mauro Piccitto e poi Emanuele Maginzali come prima tromba. Lì ho seguito da molto vicino il lavoro del mio docente di direzione, Franco Cesarini, e come un ladro ho rubato tutto quello che poteva tornarmi utile. Sette anni di musica ad altissimo livello, con un direttore e compositore decisamente importante. Ero una spugna. E lo stesso ho fatto durante le mie estati: nel 2010 ho messo un piede timido in Accademia Chigiana, dove ho toccato con mano quanto possa essere acre la competizione tra giovani direttori: a Siena infatti il corso di direzione era tenuto da Gianluigi Gelmetti: il maestro impiegava da una settimana a dieci giorni, su quattordici di corso, a selezionare i dieci studenti effettivi del suo corso. Ogni anno i giovani direttori che ambivano a questo pesante riconoscimento erano una cinquantina, provenienti da tutto il mondo. Un bagno di sangue emotivo, con vessazioni, battute, umiliazioni, qualche insulto e tanta puzza sotto il naso. Nel 2011, alla mia seconda estate senese, Gelmetti mi aveva preso come allievo effettivo, non ho mai capito se per merito o per caso, ma mi piace pensare che abbia riconosciuto un barlume di speranza in me. Sono tornato a Siena nel 2015, la nuova direzione artistica della Chigiana aveva cambiato docente sostituendo a Gelmetti lo svizzero Tabachnik, uomo decisamente particolare. Mi ha preso immediatamente e ha trascorso le due settimane successive a distruggere la mia tecnica direttoriale, oltre che la mia personalità. Gli sono molto grato, in un certo senso, perché distruggendomi mi ha plasmato, in modo totalmente inconsapevole. Questi tre anni, di cui due da allievo effettivo, passati in Chigiana, mi hanno permesso di sviluppare un mio senso estetico, un'etica musicale e dei principi su cui basare il mio fare musica. E come un ladro sono entrato di soppiatto alle prove dei grandi direttori che nel corso degli anni hanno calcato il palco dell'Orchestra Sinfonica di Milano: qualche anno fa i soci infatti avevano la possibilità di accedere alle prove generali. Ne ho approfittato ascoltando tantissima musica straordinaria ma soprattutto osservando da vicino il lavoro di chi stava sul podio. L'energia, i termini, gli errori, i vezzi, i tempi, il gesto e i modi: osservavo tutto con l'obiettivo di migliorare me stesso.

- Hai puntato e scommesso su un'orchestra giovanile con elementi di "esperienza" che sono giovani dentro. La scommessa è vinta, lo diciamo noi, per il successo che porta con sé a ogni evento. Qual è la prossima sfida?
Magari fosse una sola: ce ne sono tantissime, tra cui questo Festival Agnesi imminente, la programmazione di Merate Musica Kids, la nuova stagione con l'Orchestra Sinfonica Junior di Milano, tornerò a ottobre al Teatro Donizetti di Bergamo per un concerto splendido, ho qualche sorpresa in serbo anche con l'Orchestra Sinfonica di Milano. Ho però due piccoli tarli in testa che mi piacerebbe in questa stagione imminente togliermi: vorrei riprendere in mano il mio canale YouTube, tornando a fare divulgazione e community intorno alla musica. E poi vorrei riuscire a portare in televisione un format con al centro la musica classica, la musica sinfonica e una formazione giovanile: quello che Maria De Filippi ha fatto per il canto e per la danza, si può fare anche per il grande repertorio sinfonico del passato. Basta solo trovare la chiave giusta: sarebbe splendido se, grazie a un programma televisivo, centinaia, migliaia di ragazze e ragazzi prendessero in mano uno strumento musicale!

- Qual è il concerto che più ti è rimasto nel cuore in questi anni?
Ne ho fatte di pazzie: ho diretto sul palco del MI AMI, ho calcato il palco di Rosalia al Forum di Assago, ho affiancato Francesco Bianconi a Palazzo Reale in pieno COVID, ho suonato ad HangarBicocca, in Triennale, alla Biennale di Venezia, in Cina, Svizzera, Belgio, Francia, Spagna, Serbia, in grotte, musei, monti, laghi e pure in qualche localaccio maleodorante. Ne ho tanti di ricordi forti. Porto nel cuore, con particolare soddisfazione, l'esecuzione di Shahrazād, Op. 35 di Rimsky-Korsakov che ho fatto con l'Orchestra Sinfonica di Milano pochi mesi fa. Shahrazād è una di quelle pagine sinfoniche che ha tutte le caratteristiche per essere eterna: sorprendente, energizzante, romantica, drammatica, spaventosa e commovente. Con 30 minuti di posizionamento, abbiamo portato a casa un'esecuzione da pelle d'oca, senza grossi dubbi e tentennamenti: la sala, piena di ragazze e ragazzi delle scuole medie, è letteralmente esplosa nei momenti più esaltanti, rispondendo con degli applausi davvero splendidi ai grandi effetti speciali racchiusi nella musica di Rimsky-Korsakov. Poter dirigere uno dei miei lavori preferiti con l'Orchestra per me più importante di Milano, è stato davvero un momento prezioso.

- A chi vorresti dire grazie?
Tutto quello che ho imparato, e che continuo a imparare, facendo musica e osservando gli altri fare musica, l'ho inizialmente testato proprio qui, a Merate. Il mio più grande ringraziamento va infatti alla Banda Sociale Meratese. Ho cominciato a dirigere la Banda di Merate nel 2011 e da allora i volontari di questa associazione sono stati la mia palestra: con loro ho sviluppato progetti e programmi, ma soprattutto ho accumulato una quantità di ore di podio davvero importante, sperimentando e mettendo in pratica tutte le idee che ero riuscito a rubare agli innumerevoli direttori che ho avuto modo di incontrare. È proprio in via Collegio Manzoni 45 che sono passato da essere un ragazzino neodiplomato a quello che gli altri ora definiscono un professionista. Su tutto, in Banda Sociale Meratese, ho messo le basi per alcune profonde convinzioni che ancora oggi guidano il mio agire: la musica deve essere motore di inclusione, deve essere aperta a tutti, deve essere raccontata, deve essere condivisa e deve uscire dalle alte e inattaccabili torri d'avorio in cui spesso viene rinchiusa. Qualche accademico potrebbe storcere il naso a questa affermazione: la chiave di accesso alla grande musica del passato è e non può essere altro che l'emozione. Quando la musica viene raccontata attraverso le emozioni, non esistono platee, età e codici che tengano: tutti sono travolti dalla potenza delle note, ciascuno con la sua storia.

Ma chi è davvero Marcello Corti e come si è ritrovato a dirigere orchestre, esibendosi su palchi ben oltre i confini della provincia e anche della stessa Italia? Lo abbiamo chiesto a lui che con la sua solita simpatia e disponibilità ha risposto in maniera articolata alle nostre domande.

- Chi è Marcello Corti? Età, luogo di nascita e residenza, studi, professione?
Sono nato a Milano quasi 40 anni fa, ma non sono milanese. Anzi, sono l'incrocio di due famiglie lecchesissime: Corti e Sabadini. Ho capito solo pochi anni fa di essere anche un incrocio di modi di vivere completamente diversi. Il lato Corti porta con sé un profondo senso del dovere, un'educazione particolarmente rigida, un legame profondo alla tradizione cristiana, e quell'importanza del lavoro di derivazione quasi calvinista. Il lato Sabadini invece è quello che trascina creatività, amore per il bello, ribellione, impegno politico e necessità di libertà. Mio nonno da parte di padre era un colletto bianco, carriera in banca da manuale. Mio nonno da parte di madre era appassionato di sport estremi, architetto e imprenditore. Forse è proprio per questo che il mio percorso di studi non è una linea continua, ma una serie di zig-zag apparentemente senza senso: Liceo Classico Manzoni di Lecco, Diploma di Tromba al Conservatorio di Como, Economia all'Università Cattolica di Milano e Direzione al Conservatorio della Svizzera Italiana. Col senno di poi, un senso si trova, ma vivere in prima persona un percorso di studi del genere può essere spiazzante. E lo è stato.

- Da chi hai ereditato la passione per la musica?
Tutti gli esseri umani sono naturalmente attratti dalla musica e io non ero da meno. Ma essere figli di una matematica e di un ingegnere non è una condizione particolarmente favorevole. Ho però dei ricordi molto netti, come delle tappe, che mi hanno condotto verso l'interesse vivo per la grande musica del passato: la prima è forse un doppio cd acquistato all'autogrill. Una di quelle orribili raccolte intitolate "I più grandi capolavori della musica classica". In copertina un tramonto con dei gabbiani e all'interno solo le più infallibili hit del repertorio barocco classico e romantico. L'ho letteralmente consumato. La seconda grande tappa è l'incontro con Beethoven: mia zia Enrica aveva l'abbonamento a Famiglia Cristiana. C'è stato un periodo in cui allegati alla rivista, arrivavano a casa anche dei CD di musica classica. È così che ho conosciuto la Settima Sinfonia di Beethoven: ho ascoltato il secondo movimento in modo ossessivo con le cuffie per ore e ore intere. E il terzo grande incontro è stato possibile grazie a Rete 4: il biscione la domenica mattina trasmetteva opere liriche, ogni settimana, sempre diverse. Ricordo molto bene che mi svegliavo molto presto per ascoltare versioni integrali di Carmen, La Traviata, Rigoletto. Ho solo splendidi ricordi, che però mi sono costati una probabile dannazione eterna, dal momento che per terminare l'opera saltavo a piè pari la Santissima Messa.

Sono trombettista e, sebbene abbia mostrato una certa dose di talento quando ero piccolo, non sono mai riuscito a coltivare questo talento con un percorso di studi adeguato. Ho iniziato a suonare la tromba a 11 anni alle Medie Musicali Antonio Stoppani di Lecco. Ho continuato poi in modo abbastanza disorganizzato, con un percorso privato terminato con il diploma presso il Conservatorio di Como: un'esperienza quasi traumatica. Era un'estate calda, avevo 18 anni e avevo scoperto il giorno prima dell'esame che ci sarebbero state domande inerenti al repertorio e alla costruzione dello strumento. Avevo passato la notte intera a studiare il testo di riferimento (La tromba, di Gabriele Cassone) cercando di memorizzare tutto quello che non sapevo e all'orale avevo dichiarato a gran voce che l'Uccello di fuoco era stato composto da Čajkovskij. Lo avevo dichiarato di fronte ad Andrea Giuffredi, uno dei più grandi trombettisti italiani. Fortuna vuole che non avessi la minima idea di chi fosse. Mi portai a casa un sette. Un trauma, così come era stato un trauma l'esame di teoria e solfeggio: tra lo scritto e l'orale avevo deciso di fare un giretto nei dintorni del conservatorio. Mi ero perso al mercato di Como: ho vagato per un'ora intera senza trovare né la struttura, né la via dove avrei dovuto sostenere la prova. Per fortuna una signora sull'ottantina, titolare di un chioschetto verde, mi ha raccolto dal disorientamento più assoluto, mi ha offerto una coca-cola con la cannuccia e mi ha indicato con precisione la strada. Mi hanno rimandato a settembre, senza sapere nulla del trauma che avevo appena vissuto. Ho imparato a studiare e a suonare dopo il mio diploma: mentre ero a Lugano a studiare direzione ho cominciato a prendere lezioni con Emanuele Maginzali, detto Mazinga. Finalmente sono riuscito a sistemare i miei problemi tecnici, a capire come funziona lo strumento e forse anche come funziona la musica. Sono stati anni belli, quelli di Lugano: tre anni di immersione totale in tromba, pianoforte, direzione, concerti, conferenze, seminari. Se potessi tornare indietro, chiederei ai miei genitori di cominciare molto prima lo studio del pianoforte, iniziato ahimè alla veneranda età di 21 anni.

Da piccolo avrei voluto fare il pittore: sognavo l'Accademia delle Belle Arti. Sono diventato direttore per necessità. Al secondo anno di Economia, durante le lezioni del prof. Chirico di Economia e Gestione dello spettacolo dal vivo, ho avuto una sorta di epifania: a me non interessava né diventare un burocrate, né un impiegato, né un dirigente. Io volevo fare musica, e farla a modo mio: con i miei modi, i miei tempi e le mie convinzioni. Mi rendevo però conto che la tromba era per me un limite: ancora non avevo incontrato Emanuele Maginzali e non ero in grado di ottenere quello che avrei voluto ottenere attraverso un tubo di metallo. Le vie possibili erano due: direzione o composizione. Ho scelto direzione senza sapere che sarebbe stato un percorso tutt'altro che lineare, senza sapere che sbocco lavorativo avrei avuto, senza nessuno che mi indicasse la via. Mi sono rimboccato le maniche e ho studiato, ho ascoltato, ho recuperato quello che non conoscevo mentre lavoravo, suonavo e consegnavo panini al Bar Pontile di Dervio. Fatica? Se devo essere sincero, neanche un po'.

- Come si diventa direttori d'orchestra?
Da un punto di vista puramente professionale, il percorso standard prevede, in particolare in Italia, di passare dall'opera lirica: si inizia con il pianoforte, si studia direzione in conservatorio, ampliando poco a poco il repertorio, e poi gradualmente si passa dalle piccole produzioni alle fondazioni liriche. O si possono fare dei concorsi, come per i cavalli, ma con in premio una carriera quasi assicurata. Io non ho fatto niente di tutto questo, un po' perché il mio percorso di studi è stato particolarmente disorganico, un po' perché, e credo sia il sangue Sabadini, ho sempre fatto tutto in un modo tutto mio. Mi piace immaginare di essere andato a bottega: ho trascorso sette anni in Civica Filarmonica di Lugano a suonare, affiancando Mauro Piccitto e poi Emanuele Maginzali come prima tromba. Lì ho seguito da molto vicino il lavoro del mio docente di direzione, Franco Cesarini, e come un ladro ho rubato tutto quello che poteva tornarmi utile. Sette anni di musica ad altissimo livello, con un direttore e compositore decisamente importante. Ero una spugna. E lo stesso ho fatto durante le mie estati: nel 2010 ho messo un piede timido in Accademia Chigiana, dove ho toccato con mano quanto possa essere acre la competizione tra giovani direttori: a Siena infatti il corso di direzione era tenuto da Gianluigi Gelmetti: il maestro impiegava da una settimana a dieci giorni, su quattordici di corso, a selezionare i dieci studenti effettivi del suo corso. Ogni anno i giovani direttori che ambivano a questo pesante riconoscimento erano una cinquantina, provenienti da tutto il mondo. Un bagno di sangue emotivo, con vessazioni, battute, umiliazioni, qualche insulto e tanta puzza sotto il naso. Nel 2011, alla mia seconda estate senese, Gelmetti mi aveva preso come allievo effettivo, non ho mai capito se per merito o per caso, ma mi piace pensare che abbia riconosciuto un barlume di speranza in me. Sono tornato a Siena nel 2015, la nuova direzione artistica della Chigiana aveva cambiato docente sostituendo a Gelmetti lo svizzero Tabachnik, uomo decisamente particolare. Mi ha preso immediatamente e ha trascorso le due settimane successive a distruggere la mia tecnica direttoriale, oltre che la mia personalità. Gli sono molto grato, in un certo senso, perché distruggendomi mi ha plasmato, in modo totalmente inconsapevole. Questi tre anni, di cui due da allievo effettivo, passati in Chigiana, mi hanno permesso di sviluppare un mio senso estetico, un'etica musicale e dei principi su cui basare il mio fare musica. E come un ladro sono entrato di soppiatto alle prove dei grandi direttori che nel corso degli anni hanno calcato il palco dell'Orchestra Sinfonica di Milano: qualche anno fa i soci infatti avevano la possibilità di accedere alle prove generali. Ne ho approfittato ascoltando tantissima musica straordinaria ma soprattutto osservando da vicino il lavoro di chi stava sul podio. L'energia, i termini, gli errori, i vezzi, i tempi, il gesto e i modi: osservavo tutto con l'obiettivo di migliorare me stesso.

- Hai puntato e scommesso su un'orchestra giovanile con elementi di "esperienza" che sono giovani dentro. La scommessa è vinta, lo diciamo noi, per il successo che porta con sé a ogni evento. Qual è la prossima sfida?
Magari fosse una sola: ce ne sono tantissime, tra cui questo Festival Agnesi imminente, la programmazione di Merate Musica Kids, la nuova stagione con l'Orchestra Sinfonica Junior di Milano, tornerò a ottobre al Teatro Donizetti di Bergamo per un concerto splendido, ho qualche sorpresa in serbo anche con l'Orchestra Sinfonica di Milano. Ho però due piccoli tarli in testa che mi piacerebbe in questa stagione imminente togliermi: vorrei riprendere in mano il mio canale YouTube, tornando a fare divulgazione e community intorno alla musica. E poi vorrei riuscire a portare in televisione un format con al centro la musica classica, la musica sinfonica e una formazione giovanile: quello che Maria De Filippi ha fatto per il canto e per la danza, si può fare anche per il grande repertorio sinfonico del passato. Basta solo trovare la chiave giusta: sarebbe splendido se, grazie a un programma televisivo, centinaia, migliaia di ragazze e ragazzi prendessero in mano uno strumento musicale!

- Qual è il concerto che più ti è rimasto nel cuore in questi anni?
Ne ho fatte di pazzie: ho diretto sul palco del MI AMI, ho calcato il palco di Rosalia al Forum di Assago, ho affiancato Francesco Bianconi a Palazzo Reale in pieno COVID, ho suonato ad HangarBicocca, in Triennale, alla Biennale di Venezia, in Cina, Svizzera, Belgio, Francia, Spagna, Serbia, in grotte, musei, monti, laghi e pure in qualche localaccio maleodorante. Ne ho tanti di ricordi forti. Porto nel cuore, con particolare soddisfazione, l'esecuzione di Shahrazād, Op. 35 di Rimsky-Korsakov che ho fatto con l'Orchestra Sinfonica di Milano pochi mesi fa. Shahrazād è una di quelle pagine sinfoniche che ha tutte le caratteristiche per essere eterna: sorprendente, energizzante, romantica, drammatica, spaventosa e commovente. Con 30 minuti di posizionamento, abbiamo portato a casa un'esecuzione da pelle d'oca, senza grossi dubbi e tentennamenti: la sala, piena di ragazze e ragazzi delle scuole medie, è letteralmente esplosa nei momenti più esaltanti, rispondendo con degli applausi davvero splendidi ai grandi effetti speciali racchiusi nella musica di Rimsky-Korsakov. Poter dirigere uno dei miei lavori preferiti con l'Orchestra per me più importante di Milano, è stato davvero un momento prezioso.

- A chi vorresti dire grazie?
Tutto quello che ho imparato, e che continuo a imparare, facendo musica e osservando gli altri fare musica, l'ho inizialmente testato proprio qui, a Merate. Il mio più grande ringraziamento va infatti alla Banda Sociale Meratese. Ho cominciato a dirigere la Banda di Merate nel 2011 e da allora i volontari di questa associazione sono stati la mia palestra: con loro ho sviluppato progetti e programmi, ma soprattutto ho accumulato una quantità di ore di podio davvero importante, sperimentando e mettendo in pratica tutte le idee che ero riuscito a rubare agli innumerevoli direttori che ho avuto modo di incontrare. È proprio in via Collegio Manzoni 45 che sono passato da essere un ragazzino neodiplomato a quello che gli altri ora definiscono un professionista. Su tutto, in Banda Sociale Meratese, ho messo le basi per alcune profonde convinzioni che ancora oggi guidano il mio agire: la musica deve essere motore di inclusione, deve essere aperta a tutti, deve essere raccontata, deve essere condivisa e deve uscire dalle alte e inattaccabili torri d'avorio in cui spesso viene rinchiusa. Qualche accademico potrebbe storcere il naso a questa affermazione: la chiave di accesso alla grande musica del passato è e non può essere altro che l'emozione. Quando la musica viene raccontata attraverso le emozioni, non esistono platee, età e codici che tengano: tutti sono travolti dalla potenza delle note, ciascuno con la sua storia.
S.V.
























