Novate: mons. Palazzi, una vita per la Cina. Tradusse la Bibbia in cinese, fu torturato

Quest'anno ricorrono i 140 anni dalla nascita di monsignor Raffaelangelo Palazzi (Genova, il 18 agosto 1886) e i 65 anni dalla sua morte, avvenuta il 18 ottobre 1961 a Novate brianza.
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Una figura che pochi ricordano ma di un carisma e di una profondità tali da avere sfidato il regime comunista, direttamente nella tana del leone, negli anni più feroci, e da avere fondato addirittura un ordine religioso di suore che ancora oggi attraversano il globo per recarsi nel piccolo cimitero della frazione meratese a portargli un fiore.
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Così è accaduto a inizio agosto quando sei suore hanno fatto visita al mini museo allestito in suo onore al primo piano della chiesa “Madonna della Pace”, hanno pregato sulla sua tomba, assieme ai parenti che ancora oggi le accolgono sempre con grande calore, a partire da Don Matteo Albani, e hanno fatto visita al convento di Sabbioncello dove la sua vocazione è maturata.
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Qui, infatti, “lo zio Fabrizio lo portava con sé ad assistere alla Santa Messa” si legge nel libretto a lui dedicato a firma di Massimiliano Taroni. I frati, poi, giravano per il paese per la predicazione e per la questua e il piccolo Angelo ne era rimasto affascinato al punto da esprimere al papà il desiderio di seguire le loro orme. Avviato il noviziato nel convento francescano genovese nel 1901 (per stare vicino al papà che, rimasto vedovo, lo aveva mandato in Brianza dai parenti della defunta moglie mentre lui lavorava nel capoluogo ligure) fu destinato a Roma per gli studi e poi in Cina per iniziare i passi in terra di missione.

Raggiunto il grande continente via mare, peregrinò per alcune località iniziando a conoscere cultura, tradizioni, storia. Imparò il cinese classico e quello popolare, riuscendo ad avvicinarsi ancora di più a quelle popolazioni.
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Nel 1909 fu ordinato sacerdote e iniziò, con entusiasmo e coraggio, il suo ministero affrontando lunghi viaggi, tra luoghi impervi ma bellissimi, per raggiungere i villaggi più remoti.

Quando nel 1912 venne proclamata la Repubblica cinese fu l'inizio della prova con persecuzioni, reclusioni e uccisioni da cui non fu esente fra' Raffaelangelo.

La sua testimonianza è riportata nel medesimo volume (editrice Velar, 2013).

“Fummo condotti per le vie della città mentre la folla urlava “Morte ai diavoli europei” e volevano condurci in tribunale per toglierci la vita. Giunti, però, alla porta Nord ci imbattemmo in uno che arringando la folla gridava “Che fate compagni? Non abbiamo nulla a che fare con costoro che sono italiani. Lasciateli Dunque andare. Si deve cercare un prete cinese”. La folla esitò un momento poi ci rimise in libertà. Sani e salvi ce ne tornammo alla nostra residenza. Ci eravamo esortati l'un l'altro a soffrire e morire da forti per Cristo e invece eccoci sfuggita la palma del martirio. Non eravamo degni, io almeno di tanta Grazia”.

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Ritornò in Italia dopo vent'anni continuativi di assenza. Ma il “mal di Cina” ebbe il sopravvento e nel 1927 vi ritornò, stabilendo la residenza a Hengyang e l'anno successivo ne diventò vescovo, il primo di quel vicariato. Si dedicò con tutte le sue forze all'evangelizzazione e alla promozione di scuole, ospedali, dispensari. Con un confratello, oggi beato, padre Gabriele Allegra, realizzò un'opera grandiosa: la traduzione in cinese di tutta la Bibbia.

Peregrinando per il territorio che gli era stato affidato (30mila kmq, con 3 milioni di abitanti di cui solo 12mila cristiani) comprese la necessità di donne consacrate che si mettessero al servizio della popolazione, afflitta dalla fame e dalla povertà, e che lo facessero con lo spirito evangelico. Nel 1934 fondò l'ordine delle Suore Figlie dell'Addolorata.

Arrivarono gli anni della Guerra, con il Giappone schierato contro la Cina. Fu in quel periodo che per salvare monsignor Palazzi e nasconderlo dalla “caccia al cristiano”, lo chiusero e seppellirono in una bara, sottoterra, nutrendolo con un tubicino.
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L'entrata in guerra della Cina a fianco di Americani e Sovietici, dunque contro l'Asse, significò la repressione dei cristiani. I missionari di Hengyang con il vescovo Palazzi furono imprigionati nei campi di concentramento. Liberato, fu nuovamente imprigionato e sottoposto, come i suoi confratelli, a torture, umiliazioni, percosse, privazioni tanto da non potersi reggere in piedi e nemmeno avere la forza di recitare il breviario. Privazioni personali e umane cui si aggiunse la distruzione della missione e delle sue proprietà e beni. Terminata la guerra, il Vescovo riprese con grande forza e determinazione la sua opera. Iniziò la ricostruzione e nel Natale del 1947 ci fu la celebrazione della Messa nella cattedrale ricostruita.
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Ma il buio non era ancora terminato, tutt'altro. Le truppe di Mao TseTung fecero il loro ingresso a Hengyang decretando di fatto la fine della libertà religiosa. I missionari vennero visti come intrusi pericolosi, dunque da cacciare. E così fu. Il 1° giugno del 1950 monsignor Raffaelangelo Palazzi lasciò la sua Cina dopo 44 anni. Con lui “evacuarono” anche alcuni seminaristi e le suore dell'ordine da lui fondato, si trasferirono nel Nord America così da evitare la repressione (una parte durante la guerra col Giappone era emigrata a Hong Kong da padre Allegra).

In Italia monsignor Palazzi si stabilì a Genova, paese natale, adoperandosi nell'opera pastorale secondo le necessità delle comunità locali ma dandosi da fare anche per raccogliere fondi per la sua Cina.
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Per ragioni di salute faceva la spola con Novate brianza, terra di origine della madre, e qui trascorse l'ultimo periodo della sua esistenza, passeggiando per le vie della frazione, incontrando le persone, raccontando loro della sua missione e pregando. Morì il 18 ottobre 1961.

Alle sue esequie parteciparono centinaia di persone e il feretro attraversò la città in più punti, accompagnato da semplici cittadini, confratelli e poi autorità religiose, civili, istituzioni.

Un lungo serpentone nero a simboleggiare il lutto per un piccolo frate che fece grandi cose e osò sfidare più volte il grande impero cinese.

Nelle immagini che proponiamo la più parte delle persone ritratte non ci sono più per evidenti ragioni di età, molte altre erano piccole e oggi sono adulte. Qualcuno si riconoscerà bambino o adolescente, qualcun altro rivedrà i volti di nonni o genitori. In tutti troverà uno sguardo di dolore ma anche di ammirazione per un frate, venuto da un piccolo paese della brianza, e che ha saputo lasciare un segno dove nessuno avrebbe mai osato.
S.V.
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