Chi può governare la Chiesa? Giovanni Pelle risponde alla domanda sbagliata

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Giovanni Pelle ha letto il mio articolo e gli va riconosciuto un merito: ha risposto con impegno. Il problema è che, a un certo punto, sembra aver cambiato articolo. La mia domanda era molto semplice: quale rapporto esiste tra il sacramento dell’Ordine e alcuni uffici di governo nella Chiesa?

Pelle, invece, risponde soprattutto a un’altra domanda: perché una donna non dovrebbe comandare? Domanda legittima. Peccato che non fosse la mia. Nel mio articolo avevo scritto, con una certa cautela proprio per evitare equivoci, che «una donna – consacrata e non – può possedere competenze amministrative, giuridiche o organizzative superiori a quelle di molti cardinali, vescovi o sacerdoti». Avevo aggiunto che «la questione non riguarda il valore delle donne». E avevo concluso riconoscendo espressamente che «una Chiesa può certamente affidare molti uffici ai laici».  Eppure Pelle riesce ugualmente a individuare, dietro la mia riflessione, «antifemminismo travestito da dottrina», «gerarchia di genere», «resistenza al potere femminile» e persino una possibile ricaduta sociale del famigerato «si è sempre fatto così». Ora, il problema è che il «si è sempre fatto così» nel mio articolo non compare affatto. Nemmeno una volta.

È un argomento che Pelle introduce, confuta e infine consegna vittoriosamente alla storia. Una battaglia impeccabile, se non fosse che l’avversario era immaginario. Il punto che avevo sollevato è diverso e, temo, un po’ meno comodo da liquidare con la categoria dell’antifemminismo. La Chiesa cattolica non conosce soltanto il munus sanctificandi, cioè il compito di santificare. Conosce anche il munus docendi e il munus regendi: insegnare e governare. Ed è proprio qui che comincia la questione. Quando il Concilio Vaticano II parla dell’episcopato non presenta il vescovo semplicemente come colui che celebra l’Eucaristia mentre altri amministrano. L’Ordinazione Episcopale conferisce i compiti di santificare, insegnare e governare. Dunque la domanda non è: «Una donna può dirigere un ufficio?». Certamente sì. Non è nemmeno: «Una religiosa può essere più competente di un sacerdote?». Ovviamente sì. La domanda – teologica e sacramentale, non sociologica – è: quale rapporto esiste tra il governo ecclesiale e quel munus regendi che la teologia cattolica collega sacramentalmente al ministero apostolico?

È esattamente il problema che nel mio articolo avevo formulato in termini meno tecnici chiedendomi se la Chiesa possa continuare a pensarsi come apostolica «se il governo diventa progressivamente indipendente dal ministero apostolico». Pelle, però, il munus regendi non lo affronta. Lo aggira con eleganza. O forse, più semplicemente, non lo vede. Cita il canone 129, ma proprio quel canone distingue tra coloro che sono abili alla potestà di governo perché insigniti dell’Ordine sacro e i fedeli laici che possono cooperare al suo esercizio secondo il diritto. Pelle legge questa distinzione e ne ricava che il problema non esiste. Io la leggo e penso esattamente il contrario: il fatto che il diritto distingua dimostra che qualcosa da distinguere c’è soprattutto perché quel diritto traduce quando affermato in Lumen Gentium ovvero dal Concilio Vaticano II. Se il legislatore avesse voluto dire che l’Ordine sacro non ha alcun rapporto con la potestà di governo, avrebbe potuto risparmiarsi una discreta quantità di parole.

Poi arriva Praedicate Evangelium. Pelle osserva correttamente che, nella Curia romana, anche un fedele non ordinato può presiedere un Dicastero. Verissimo. Ma questo non conclude il dibattito: lo apre. La riforma di Francesco assume infatti una determinata soluzione giuridica: gli organismi della Curia esercitano una potestà vicaria ricevuta dal Romano Pontefice, e per questo determinati uffici possono essere affidati anche a fedeli non ordinati. È diritto vigente. Ma dire «oggi la norma lo consente» non equivale a dire «la questione teologica è risolta». Altrimenti la teologia sarebbe un’attività piuttosto riposante: basterebbe leggere l’ultimo organigramma disponibile.

Pelle formula poi quella che sembra considerare la domanda definitiva: «Se una funzione non richiede l’Ordine, perché riservarla a chi lo ha ricevuto?» È una bella domanda. Ha soltanto un piccolo difetto logico: contiene già la risposta. Perché il problema è precisamente stabilire quali funzioni richiedano un legame con l’Ordine e quali no. Dire «se non richiede l’Ordine» prima di averlo dimostrato equivale grosso modo a chiedere: «Posto che io abbia ragione, perché dovrei avere torto?». È un metodo dialettico indubbiamente efficace. Meno risolutivo sul piano teologico. Nessuno sostiene che il sacerdote debba occuparsi di bilanci perché ha ricevuto l’Ordine. Nessuno immagina che l’imposizione delle mani conferisca automaticamente competenze in contabilità, diritto amministrativo o gestione del personale. E nessuno pensa che una religiosa, dirigendo un ufficio, «faccia il prete». Il problema nasce quando non stiamo più parlando semplicemente di amministrazione, ma di potestà di governo nella Chiesa. Ed è curioso che proprio qui Pelle decida di cambiare registro e passi dall’ecclesiologia alla sociologia. Secondo lui dietro queste obiezioni si nasconderebbe «quasi sempre» la difficoltà ad accettare che una donna comandi. Può accadere. Ci sono uomini misogini nella Chiesa. Ci sono anche sacerdoti clericali, laici clericalissimi, donne clericali e persone che diventano improvvisamente esperte di ecclesiologia quando si apre una casella nell’organigramma. La fauna ecclesiale è molto varia. Ma l’esistenza della misoginia non dimostra che una determinata argomentazione teologica sia misogina. Prima bisogna rispondere all’argomento. Poi, eventualmente, si potrà diagnosticare la patologia dell’autore.

Altrimenti il procedimento è semplice: chiunque ponga una domanda sulla relazione tra Ordine e governo viene inserito nella categoria «uomo spaventato dalle donne al comando», e il dibattito finisce prima ancora di cominciare. Comodo. Anche economico. Ma non particolarmente teologico. Interessante anche il richiamo alle badesse. La Chiesa ha conosciuto certamente donne con autorità giuridica molto ampia. Ma proprio questo dovrebbe indurre a porre la domanda che Pelle evita: in forza di quale titolo esercitavano quella potestà? Per delega? Per ufficio? Per concessione dell’autorità ecclesiastica? Con potestà propria? Dire semplicemente «esistevano badesse potenti» non dimostra che Ordine e governo siano due realtà completamente indipendenti. Dimostra che esistevano badesse potenti. Informazione storicamente interessante, ma teologicamente ancora incompleta. 

Alla fine Pelle scrive che una Chiesa che distribuisce responsabilità «diventa più adulta». È una frase efficace. Ma «più adulta» non è una categoria ecclesiologica. La Chiesa può certamente riformare strutture, uffici e modalità di esercizio dell’autorità. Lo ha fatto molte volte e continuerà a farlo. Ma deve sempre chiedersi se quelle riforme siano coerenti con la propria natura sacramentale e apostolica. Il criterio resta e deve restare sempre quello, non una “conformità alle opere di questo mondo”. È questo il punto. Non le suore. Non le donne. Non il potere maschile. Non il «si è sempre fatto così». Il punto è il rapporto tra Ordine, missione apostolica e governo ecclesiale. Nel mio articolo avevo posto questa domanda: «Una Chiesa può certamente affidare molti uffici ai laici. Ma può continuare a pensarsi come Chiesa apostolica se il governo diventa progressivamente indipendente dal ministero apostolico?» A questa domanda Pelle non risponde. Preferisce rispondere a una domanda più semplice: «Perché una donna non dovrebbe comandare?». La risposta è: non c’è nessuna ragione perché non possa farlo, quando l’ufficio può esserle legittimamente affidato. Siamo dunque d’accordo. Il problema è che adesso possiamo finalmente tornare alla domanda vera. Che cosa significa, nella Chiesa cattolica, governare? E quale rapporto ha questo governo con il munus regendi? Ecco, su questo attenderei volentieri una seconda puntata. Magari dopo una rilettura un po’ più lenta della prima.
Pietro Santoro
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