I volontari di San Zeno in Kenya a “Orphans’ dream” l’orfanotrofio di Mabokoni

Ci sono esperienze che, una volta tornati a casa, cambiano il modo di guardare alle cose. «In Kenya con meno di dieci euro si può arrivare a vivere quasi un mese. E quello che per noi può essere uno scarto, come una maglietta o un paio di pantaloni bucati, lì diventa un regalo prezioso» racconta uno dei volontari che lo scorso inverno ha trascorso una decina di giorni a Mabokoni, a circa dieci chilometri da Diani. E’ qui che il gruppo ha vissuto all’interno di Orphans’ Dreams, un orfanotrofio apolitico e non confessionale che accoglie e sostiene bambini e ragazzi rimasti orfani o provenienti da situazioni familiari fragili.  
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A partire il giorno di Natale sono stati in nove, tra ragazzi e adulti, alcuni dei quali già impegnati nell’associazione Amici delle Carte, che ha permesso loro di entrare in contatto con la struttura.

«Davide, il fondatore dell’associazione, gestiva già un orfanotrofio a Mombasa, dove i bambini erano più numerosi, ma la zona in cui si trovava la struttura era pericolosa e rendeva difficile per loro vivere serenamente e raggiungere la scuola in sicurezza», racconta il volontario. Quando ha avuto la possibilità economica di farlo, Davide ha quindi scelto di aprire un nuovo centro in una zona più sicura, riducendo il numero dei bambini accolti ma garantendo loro maggiori opportunità e un futuro più stabile. «Qui hanno un medico e assistenza sanitaria, il più grande frequenta l’università, hanno fatto anche un corso di nuoto e sono molto più seguiti, anche grazie a strutture più ampie e adeguate».
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A Mabokoni, infatti, si lavora ogni giorno per costruire un ambiente in cui i ragazzi possano crescere e guardare al futuro. La struttura si sviluppa attorno a un edificio centrale, dove si trovano la cucina, le camere e i dormitori dei ragazzi, i bagni e uno spazio dedicato ai compiti. Nello stesso edificio sono presenti anche alcune stanze riservate ai volontari. Separatamente si trovano invece le abitazioni dei lavoratori che si occupano dei campi e degli animali: «sono persone del posto, provenienti dai villaggi vicini, assunte e regolarmente retribuite da Davide». Intorno alla struttura si estendono diversi ettari di terreno, dove vengono allevati centinaia di animali. 
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Non tutti i ragazzi accolti da Orphans’ Dreams hanno alle spalle la stessa storia: «Ci sono quelli che non hanno proprio nessuno e vivono stabilmente nella struttura, mentre altri vengono seguiti e sostenuti dall’associazione, ma durante le vacanze possono tornare dalle proprie famiglie». È il caso, racconta il volontario, di una ragazza per la quale l’orfanotrofio sostiene tutte le spese, ma che continua a vivere con i genitori, «perché la situazione familiare lo permette».

Durante i dieci giorni trascorsi a Mabokoni, il gruppo ha cercato di rendersi utile soprattutto attraverso lavori concreti: «Era importante far fronte al problema della siccità», racconta. Per questo alcuni dei volontari si sono messi al lavoro per la costruzione di una grande cisterna. Hanno poi realizzato un carretto artigianale, saldato con tubi e dotato di ruote di automobile, destinato a trasportare il fieno e gli attrezzi attraverso i terreni della struttura.
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Per i ragazzi, invece, non c’era un programma prestabilito: «Potevano fare quello che volevano e decidevano loro ogni mattina come trascorrere la giornata». I volontari hanno così condiviso con loro anche momenti più semplici della quotidianità: hanno ridipinto le pareti degli spazi in cui vivono e, in un’altra occasione, si sono messi ai fornelli preparando ravioli fatti in casa.

Accanto alle difficoltà concrete esiste un altro ostacolo, più difficile da misurare: il pregiudizio con cui spesso si guarda al Paese dall'esterno. «È vero che c’è criminalità», ammette il volontario, ma un’altra cosa è il modo in cui questa realtà viene percepita. A suo avviso, molto dipende anche da come ci si comporta: «Se vieni percepito come un turista occidentale benestante e ostenti ricchezza, è più facile attirare l’attenzione, ma se ti comporti in maniera civile e non vai ad avventurarti nel centro di Mombasa, puoi andare tranquillamente» spiega, aggiungendo che sono gli stessi cittadini a dare una mano e a proteggere chi si comporta con rispetto.
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Di fronte a una realtà così complessa non si può pretendere di cambiare tutto dall'oggi al domani, ma anche il più piccolo gesto può contribuire a cambiare le cose. 

Partire come volontari significa proprio questo: tornare a casa con la consapevolezza di aver lasciato un tassello, nella speranza che i gesti di chi è passato prima e di chi arriverà dopo possano contribuire un giorno a costruire una realtà diversa da quella trovata alla partenza.
Federica Riva
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