Church Pocket/123: La Chiesa è una democrazia?
Sinodalità, sensus fidei e autorità: ascoltare tutti non significa decidere tutto a maggioranza
Una delle parole ecclesiali più utilizzate degli ultimi anni è certamente “sinodalità”. La troviamo nei documenti, nei convegni, nei consigli pastorali, nei discorsi dei vescovi e ormai persino nelle conversazioni parrocchiali. Dobbiamo essere una Chiesa più sinodale, ascoltare maggiormente il Popolo di Dio, valorizzare la corresponsabilità dei battezzati. Tutto vero. Ma a forza di utilizzare una parola rischiamo anche di attribuirle un significato che non possiede. E allora la domanda, volutamente provocatoria, diventa inevitabile: la Chiesa è una democrazia?
La risposta breve è no. Ma la risposta lunga è decisamente più interessante. Dire che la Chiesa non è una democrazia non significa affermare che i fedeli debbano semplicemente tacere mentre qualcuno decide tutto dall'alto. Sarebbe una caricatura altrettanto sbagliata. Significa invece riconoscere che la Chiesa possiede una natura diversa da quella dello Stato. Una democrazia moderna fonda la legittimità del potere, in ultima analisi, sulla volontà popolare. Nella nostra Costituzione leggiamo che: «La sovranità appartiene al popolo», precisando immediatamente, però, che esso la esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Cost.). Questo significa che neppure in una democrazia la volontà della maggioranza è un potere assoluto: il popolo è titolare della sovranità, ma la esercita entro un ordinamento che ne stabilisce forme, procedure e limiti. Nella Chiesa il punto di partenza è ancora diverso: l'autorità non trae la propria origine dalla volontà dei fedeli né da un'investitura popolare. La Chiesa non appartiene a noi. Non l'abbiamo costituita attraverso un contratto sociale e non abbiamo scritto insieme il suo statuto fondamentale. Essa nasce dalla chiamata di Cristo, dalla predicazione apostolica, dalla Pasqua e dal dono dello Spirito Santo.
È questa differenza iniziale che cambia tutto Nel Vangelo Gesù certamente raduna una comunità di discepoli, ma all'interno di quella comunità chiama i Dodici e affida loro una missione particolare. A Pietro dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18); agli Apostoli affida il mandato: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Negli Atti degli Apostoli, poi, la prima comunità cristiana ci mostra qualcosa di ancora più interessante: si discute, ci si confronta, sorgono persino conflitti, ma le decisioni ecclesiali non vengono semplicemente sottoposte a una conta dei voti. Nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme di Atti 15 troviamo ascolto, discussione, testimonianza, discernimento degli Apostoli e degli anziani e infine una formula straordinaria: «È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28). Forse è questa una delle prime definizioni bibliche della sinodalità. Non: «la maggioranza ha deciso» ma «lo Spirito Santo e noi». Ed è precisamente qui che la categoria politica della democrazia comincia a diventare insufficiente per descrivere la Chiesa.
Questo non significa, però, che il Popolo di Dio sia una massa passiva. Anzi, il Concilio Vaticano II ha recuperato con grande slancio una dottrina antichissima: il sensus fidei fidelium, il senso della fede dei fedeli. Lumen gentium 12 insegna che la totalità dei fedeli, avendo ricevuto l'unzione dello Spirito Santo, non può sbagliarsi nel credere quando manifesta un consenso universale in materia di fede e di morale. Leone XIV è tornato proprio su questo punto nella catechesi del 18 marzo scorso: il sensus fidei appartiene ai fedeli in quanto membra dell'intero Popolo di Dio e permette alla Chiesa di riconoscere ciò che appartiene autenticamente alla Rivelazione ricevuta. Ma qui bisogna fare attenzione, perché è facilissimo trasformare il sensus fidei in qualcosa che non è. Il sensus fidei non è un sondaggio o una legittimazione popolare elettorale.
Se domani un istituto demoscopico intervistasse diecimila cattolici e il 70% rispondesse di non credere più nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, non avremmo scoperto che la transustanziazione è diventata falsa. Avremmo scoperto, molto più semplicemente, che esiste un grave problema di fede e di catechesi. Allo stesso modo, una dottrina non diventa vera perché è popolare né falsa perché è diventata impopolare. Il Documento finale del Sinodo del 2024 ce lo ricorda a chiare lettere: l'esercizio del sensus fidei «non si confonde con l'opinione pubblica» ed è congiunto al discernimento dei Pastori. Ed è una distinzione fondamentale anche per comprendere la sinodalità.
Essere una Chiesa sinodale non significa trasformare le diocesi in piccoli parlamenti e i consigli pastorali in assemblee legislative o organi di governo come se fossero delle giunte comunali. Significa riconoscere che lo Spirito Santo non parla soltanto attraverso chi governa, ma opera nell'intero Corpo ecclesiale. Per questo il pastore deve ascoltare. Non perché abbia bisogno di un sondaggio prima di proclamare il Vangelo, ma perché anch'egli deve discernere ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Ed è interessante che proprio Leone XIV abbia affrontato questa possibile incomprensione poche settimane fa. Aprendo il Concistoro straordinario del 26 giugno, ha osservato che la sinodalità è stata talvolta interpretata come una diminuzione dell'autorità, mentre dovrebbe aiutare a comprenderne più profondamente il significato: un'autorità chiamata a custodire la comunione, favorire la partecipazione e orientare il cammino della Chiesa. Il giorno successivo è stato ancora più esplicito: il Concistoro non è «un parlamento» nel quale prevalgono opinioni o interessi.
E allora emerge un apparente paradosso: più sinodalità non significa necessariamente meno autorità. Significa un modo evangelicamente più esigente di esercitarla. Il vescovo che ascolta non smette di essere vescovo. Il Papa che consulta non cessa di esercitare il suo primato. E il fedele che viene ascoltato non diventa per questo membro di un corpo elettorale chiamato a decidere la dottrina. Ognuno partecipa alla vita della Chiesa secondo il proprio dono, la propria vocazione e la propria responsabilità. Qui, secondo me, si trova anche uno dei problemi del dibattito ecclesiale contemporaneo. Abbiamo importato nella Chiesa categorie nate altrove: maggioranza e minoranza, conservatori e progressisti, destra e sinistra, vincitori e sconfitti. Dopo ogni Sinodo ci chiediamo immediatamente: chi ha vinto? È passata la linea dei progressisti? Hanno resistito i conservatori? Il Papa ha accontentato gli uni oppure gli altri? Ma se un Sinodo viene letto esclusivamente attraverso queste categorie, qualcosa è già andato storto. Perché lo scopo del discernimento ecclesiale non dovrebbe essere far prevalere una parte sull'altra. Dovrebbe essere comprendere, insieme, che cosa il Signore sta chiedendo alla sua Chiesa.
Questo naturalmente non elimina il conflitto. La Chiesa del Nuovo Testamento non era affatto una comunità idealizzata nella quale tutti erano sempre d'accordo. Paolo arriva a raccontare di essersi opposto apertamente a Pietro ad Antiochia (Gal 2,11). Paolo e Barnaba discutono così duramente da separarsi (At 15,39). Il Concilio di Gerusalemme nasce proprio da una controversia enorme sulla circoncisione e sull'ingresso dei pagani nella comunità cristiana. Ed è qui che il tema diventa particolarmente interessante dopo le discussioni ecclesiali degli ultimi anni. Una Chiesa sinodale deve essere capace di ascoltare anche ciò che disturba. Il progressista deve poter parlare. Il tradizionalista deve poter parlare. Il religioso, il sacerdote, la donna, il giovane, il teologo e il fedele che non ha mai aperto un manuale di ecclesiologia devono poter essere ascoltati. Altrimenti la sinodalità rischia di diventare semplicemente il nome ecclesiastico dato alla selezione delle opinioni che già condividiamo. Ma ascoltare tutti non significa affermare che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore teologico. La Rivelazione non viene prodotta dal processo sinodale. Lo precede.
Forse allora dovremmo smettere di domandarci se la Chiesa debba diventare più democratica e porci una domanda più propriamente cristiana: la Chiesa sta diventando più capace di ascoltare lo Spirito Santo? Una Chiesa nella quale decide sempre uno solo senza ascoltare nessuno tradisce sicuramente il concetto di sinodalità ecclesiale. Ma anche una Chiesa nella quale tutto viene deciso contando le mani alzate può tradirla. Tra autoritarismo e parlamentarismo esiste una strada più difficile: la comunione. Forse il problema è proprio qui. Abbiamo imparato molto bene la grammatica della democrazia: maggioranze, opposizioni, rappresentanza, consenso. Sono conquiste preziose per la società civile. Ma la Chiesa utilizza un'altra grammatica. La sua domanda ultima non è «che cosa vuole la maggioranza?», e neppure «che cosa vuole chi comanda?». La domanda è molto più scomoda per entrambi: «Che cosa lo Spirito dice alle Chiese?» (Cf. Ap 2,7). E per ascoltarlo non basta avere i numeri. Ma non basta neppure avere la mitria.
Una delle parole ecclesiali più utilizzate degli ultimi anni è certamente “sinodalità”. La troviamo nei documenti, nei convegni, nei consigli pastorali, nei discorsi dei vescovi e ormai persino nelle conversazioni parrocchiali. Dobbiamo essere una Chiesa più sinodale, ascoltare maggiormente il Popolo di Dio, valorizzare la corresponsabilità dei battezzati. Tutto vero. Ma a forza di utilizzare una parola rischiamo anche di attribuirle un significato che non possiede. E allora la domanda, volutamente provocatoria, diventa inevitabile: la Chiesa è una democrazia?
La risposta breve è no. Ma la risposta lunga è decisamente più interessante. Dire che la Chiesa non è una democrazia non significa affermare che i fedeli debbano semplicemente tacere mentre qualcuno decide tutto dall'alto. Sarebbe una caricatura altrettanto sbagliata. Significa invece riconoscere che la Chiesa possiede una natura diversa da quella dello Stato. Una democrazia moderna fonda la legittimità del potere, in ultima analisi, sulla volontà popolare. Nella nostra Costituzione leggiamo che: «La sovranità appartiene al popolo», precisando immediatamente, però, che esso la esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Cost.). Questo significa che neppure in una democrazia la volontà della maggioranza è un potere assoluto: il popolo è titolare della sovranità, ma la esercita entro un ordinamento che ne stabilisce forme, procedure e limiti. Nella Chiesa il punto di partenza è ancora diverso: l'autorità non trae la propria origine dalla volontà dei fedeli né da un'investitura popolare. La Chiesa non appartiene a noi. Non l'abbiamo costituita attraverso un contratto sociale e non abbiamo scritto insieme il suo statuto fondamentale. Essa nasce dalla chiamata di Cristo, dalla predicazione apostolica, dalla Pasqua e dal dono dello Spirito Santo.

Questo non significa, però, che il Popolo di Dio sia una massa passiva. Anzi, il Concilio Vaticano II ha recuperato con grande slancio una dottrina antichissima: il sensus fidei fidelium, il senso della fede dei fedeli. Lumen gentium 12 insegna che la totalità dei fedeli, avendo ricevuto l'unzione dello Spirito Santo, non può sbagliarsi nel credere quando manifesta un consenso universale in materia di fede e di morale. Leone XIV è tornato proprio su questo punto nella catechesi del 18 marzo scorso: il sensus fidei appartiene ai fedeli in quanto membra dell'intero Popolo di Dio e permette alla Chiesa di riconoscere ciò che appartiene autenticamente alla Rivelazione ricevuta. Ma qui bisogna fare attenzione, perché è facilissimo trasformare il sensus fidei in qualcosa che non è. Il sensus fidei non è un sondaggio o una legittimazione popolare elettorale.
Se domani un istituto demoscopico intervistasse diecimila cattolici e il 70% rispondesse di non credere più nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, non avremmo scoperto che la transustanziazione è diventata falsa. Avremmo scoperto, molto più semplicemente, che esiste un grave problema di fede e di catechesi. Allo stesso modo, una dottrina non diventa vera perché è popolare né falsa perché è diventata impopolare. Il Documento finale del Sinodo del 2024 ce lo ricorda a chiare lettere: l'esercizio del sensus fidei «non si confonde con l'opinione pubblica» ed è congiunto al discernimento dei Pastori. Ed è una distinzione fondamentale anche per comprendere la sinodalità.
Essere una Chiesa sinodale non significa trasformare le diocesi in piccoli parlamenti e i consigli pastorali in assemblee legislative o organi di governo come se fossero delle giunte comunali. Significa riconoscere che lo Spirito Santo non parla soltanto attraverso chi governa, ma opera nell'intero Corpo ecclesiale. Per questo il pastore deve ascoltare. Non perché abbia bisogno di un sondaggio prima di proclamare il Vangelo, ma perché anch'egli deve discernere ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Ed è interessante che proprio Leone XIV abbia affrontato questa possibile incomprensione poche settimane fa. Aprendo il Concistoro straordinario del 26 giugno, ha osservato che la sinodalità è stata talvolta interpretata come una diminuzione dell'autorità, mentre dovrebbe aiutare a comprenderne più profondamente il significato: un'autorità chiamata a custodire la comunione, favorire la partecipazione e orientare il cammino della Chiesa. Il giorno successivo è stato ancora più esplicito: il Concistoro non è «un parlamento» nel quale prevalgono opinioni o interessi.
E allora emerge un apparente paradosso: più sinodalità non significa necessariamente meno autorità. Significa un modo evangelicamente più esigente di esercitarla. Il vescovo che ascolta non smette di essere vescovo. Il Papa che consulta non cessa di esercitare il suo primato. E il fedele che viene ascoltato non diventa per questo membro di un corpo elettorale chiamato a decidere la dottrina. Ognuno partecipa alla vita della Chiesa secondo il proprio dono, la propria vocazione e la propria responsabilità. Qui, secondo me, si trova anche uno dei problemi del dibattito ecclesiale contemporaneo. Abbiamo importato nella Chiesa categorie nate altrove: maggioranza e minoranza, conservatori e progressisti, destra e sinistra, vincitori e sconfitti. Dopo ogni Sinodo ci chiediamo immediatamente: chi ha vinto? È passata la linea dei progressisti? Hanno resistito i conservatori? Il Papa ha accontentato gli uni oppure gli altri? Ma se un Sinodo viene letto esclusivamente attraverso queste categorie, qualcosa è già andato storto. Perché lo scopo del discernimento ecclesiale non dovrebbe essere far prevalere una parte sull'altra. Dovrebbe essere comprendere, insieme, che cosa il Signore sta chiedendo alla sua Chiesa.

Forse allora dovremmo smettere di domandarci se la Chiesa debba diventare più democratica e porci una domanda più propriamente cristiana: la Chiesa sta diventando più capace di ascoltare lo Spirito Santo? Una Chiesa nella quale decide sempre uno solo senza ascoltare nessuno tradisce sicuramente il concetto di sinodalità ecclesiale. Ma anche una Chiesa nella quale tutto viene deciso contando le mani alzate può tradirla. Tra autoritarismo e parlamentarismo esiste una strada più difficile: la comunione. Forse il problema è proprio qui. Abbiamo imparato molto bene la grammatica della democrazia: maggioranze, opposizioni, rappresentanza, consenso. Sono conquiste preziose per la società civile. Ma la Chiesa utilizza un'altra grammatica. La sua domanda ultima non è «che cosa vuole la maggioranza?», e neppure «che cosa vuole chi comanda?». La domanda è molto più scomoda per entrambi: «Che cosa lo Spirito dice alle Chiese?» (Cf. Ap 2,7). E per ascoltarlo non basta avere i numeri. Ma non basta neppure avere la mitria.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
























