Church Pocket/122. Speciale Ferragosto. Dov’è finito il corpo di Maria?

C’è una domanda sull’Assunzione che raramente ci facciamo, forse perché siamo troppo abituati alle immagini di Maria che sale verso il cielo circondata dagli angeli: dov’è finito il suo corpo? La domanda può sembrare quasi irriverente, e invece ci porta direttamente dentro uno dei misteri più antichi e affascinanti della fede cristiana. Il cristianesimo, infatti, ha sempre avuto un rapporto molto concreto con i corpi dei suoi santi. Non siamo una religione particolarmente interessata a separare lo spirito dalla materia. Il Dio dei cristiani si è fatto uomo! 
Fin dai primi secoli i cristiani hanno custodito le tombe dei martiri, celebrato l’Eucaristia presso i loro sepolcri. Pietro ha una tomba. Paolo ha una tomba. E su quelle tombe oggi vive il cuore della cattolicità. Di moltissimi martiri e santi la tradizione cristiana ha cercato, custodito e talvolta persino conteso le spoglie. Per Maria, invece, accade qualcosa di singolare. Della donna più venerata della storia cristiana non possediamo un corpo sul quale si sia sviluppato un culto di reliquie corporee paragonabile a quello riservato agli Apostoli e ai martiri.

Naturalmente bisogna essere prudenti. L’assenza di reliquie non dimostra storicamente l’Assunzione e sarebbe teologicamente scorretto costruire il dogma su un ragionamento del tipo: «non abbiamo il corpo, dunque è stato assunto in cielo».Il Nuovo Testamento, a dire il vero, non ci aiuta molto. Dopo averci mostrato Maria con gli Apostoli in attesa dello Spirito Santo (At 1,14), praticamente tace sulla conclusione della sua vita. Non sappiamo dal testo biblico dove sia morta, quando sia morta e neppure in quali circostanze. Giovanni Paolo II osservava espressamente che «il Nuovo Testamento non fornisce alcuna notizia sulle circostanze della morte di Maria». E qui la storia comincia a intrecciarsi con la Tradizione.
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Tra i cristiani dei primi secoli cominciano infatti a circolare racconti sul Transitus Mariae, il “passaggio di Maria”. Non sono Vangeli canonici e non dobbiamo trattarli come cronache giornalistiche degli ultimi giorni della Madonna. Eppure sono importanti perché testimoniano l’esistenza, nelle comunità cristiane antiche, di una domanda sul destino finale della Madre di Gesù. Giovanni Paolo II ricordava che il nucleo originario di questi racconti viene fatto risalire ai secoli II-III: testi popolari, talvolta romanzati, nei quali tuttavia emerge progressivamente la convinzione della particolare glorificazione di Maria. 

In Oriente questa tradizione prenderà un nome bellissimo: Dormizione della Madre di Dio. Maria si “addormenta”. Non perché la tradizione orientale voglia semplicemente negarne la morte, ma perché guarda alla morte cristiana attraverso la Risurrezione. È il sonno di chi attende la vita. Ed è interessante che proprio su questo punto la Chiesa cattolica mantenga una precisione che spesso sfugge nella predicazione popolare.

Quando Pio XII, il 1° novembre 1950, definì solennemente il dogma dell’Assunzione con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, scelse infatti accuratamente le parole. Dichiarò come dogma divinamente rivelato che Maria, «terminato il corso della vita terrena», fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Non definì dogmaticamente se Maria fosse morta oppure fosse passata direttamente dalla vita terrena alla gloria. Il Concilio Vaticano II riprenderà praticamente la stessa formulazione in Lumen gentium 59. Questo non significa che la tradizione cattolica sia indifferente alla questione. Anzi. Giovanni Paolo II, in una catechesi del 25 giugno 1997 dedicata proprio alla Dormizione, spiegò che esiste una tradizione comune secondo la quale Maria avrebbe realmente attraversato la morte. Il ragionamento è anche teologicamente suggestivo: se Cristo stesso ha conosciuto la morte, non è necessario immaginare che sua Madre dovesse esserne sottratta. L’Immacolata Concezione non comporta automaticamente l’immortalità biologica di Maria. La Madre non è superiore al Figlio e può aver condiviso anche quel passaggio della condizione umana che Cristo stesso ha assunto e trasformato. 

Ed è qui che la domanda iniziale – dov’è il corpo di Maria? – cambia completamente significato.

Il punto dell’Assunzione non è che abbiamo “perso” un corpo. È che la Chiesa afferma che quel corpo è stato glorificato. Questa è la parte del dogma che rischiamo di addolcire con troppe nuvole, angeli e immagini devozionali. Maria non è semplicemente “andata in Paradiso”. Se fosse soltanto questo, l’Assunzione non avrebbe nulla di eccezionale: la speranza della comunione con Dio dopo la morte riguarda tutti coloro che muoiono nella sua grazia. Ciò che la Chiesa afferma di Maria è molto più radicale: ella è stata assunta con il suo corpo nella gloria celeste. Il Catechismo parla infatti dell’Assunzione come di una «singolare partecipazione alla Risurrezione» di Cristo e di un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani. In altre parole, Maria è già ciò che noi attendiamo di essere. Ed è forse questa la parte più sorprendente della festa del 15 agosto. Nel giorno che per noi italiani significa spiagge, pranzi, vacanze, città vuote e Ferragosto, la liturgia ci mette davanti una questione escatologica enorme: che cosa ne sarà di noi?

La risposta cristiana non è: abbandoneremo finalmente questo corpo per diventare anime vaganti da qualche parte. Il cristianesimo non considera il corpo un imballaggio provvisorio dell’anima. L’uomo è una unità di anima e corpo e proprio quel corpo è destinato alla risurrezione. Il Catechismo arriva a dire che il corpo umano partecipa alla dignità dell’“immagine di Dio” e che l'uomo non deve disprezzare la propria vita corporea, perché Dio stesso è destinato a risuscitarla nell’ultimo giorno. 

L’Assunta è allora una specie di finestra aperta sul futuro dell’uomo. In Maria la Chiesa contempla anticipatamente ciò che attende per sé. Per tutti noi la glorificazione del corpo appartiene ancora alla speranza escatologica; in lei, secondo la fede cattolica, quella promessa è già compiuta. Giovanni Paolo II lo spiegava con una formula chiarissima: mentre per gli altri uomini la risurrezione del corpo avverrà alla fine dei tempi, in Maria la glorificazione corporea è stata anticipata per singolare privilegio.
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Ecco perché, alla fine, cercare il corpo di Maria conduce a qualcosa di molto più interessante di una ricerca archeologica. Gerusalemme conserva la tradizione della sua Dormizione; altre tradizioni hanno collegato gli ultimi anni di Maria all’ambiente efesino. Possiamo discutere luoghi, testi, date e attendibilità delle diverse testimonianze. Ma nessuna ricostruzione archeologica può sostituire ciò che la Chiesa intende confessare il 15 agosto. Il dogma non risponde alla domanda «dove si trova una reliquia?». Risponde alla domanda «a che cosa è destinato l'uomo redento da Cristo?».

Forse è proprio per questo che la Chiesa ha sempre guardato all’Assunta non soltanto come a un privilegio personale di Maria, ma come a un segno per tutti noi. Il destino della Madre anticipa quello dei figli. Il sepolcro non ha l’ultima parola. La materia non è destinata semplicemente alla distruzione. Il corpo che nasce, cresce, soffre, invecchia e muore non è un errore del quale Dio un giorno ci libererà: appartiene alla persona che Cristo è venuto a salvare.

Allora possiamo tornare alla domanda dalla quale siamo partiti. Dov’è finito il corpo di Maria?

La risposta della fede cattolica è vertiginosamente semplice: non è “finito”. È stato assunto nella gloria. Ed è forse questo il particolare più bello dell’Assunta. Mentre noi cerchiamo una tomba, la Chiesa ci indica il nostro futuro. Mentre cerchiamo ciò che resta della morte, Maria ci costringe a guardare ciò che resta della Risurrezione. Perché il 15 agosto non celebriamo semplicemente una donna che ha lasciato questa terra. Celebriamo, in lei, la promessa che Dio non intende perdere nulla dell’uomo che ha creato e redento, neppure il suo corpo.

E forse, nel cuore dell’estate, quando tutto sembra invitare a vivere soltanto il presente, non è affatto casuale che la Chiesa ci faccia alzare gli occhi verso l'ultima delle cose: dove stiamo andando.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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