Non costruiamo muri con i sassi, l'etnia non misura il decoro di una società

Buongiorno Direttore,
c’è qualcosa di curioso nel modo in cui, ogni estate, affrontiamo certi problemi nelle nostre città. Basta che un gruppo di ragazzi disturbi in una piazza per far scattare le legittime proteste e, immancabilmente, la domanda su chi siano quei ragazzi. Ed è proprio in quel momento che il dibattito prende una brutta piega.
Partiamo da un presupposto semplice: tirare sassi contro i muri o danneggiare gli spazi pubblici è pura inciviltà. Chi sbaglia deve risponderne. Ma proprio perché prendiamo sul serio il problema della sicurezza, dovremmo evitare di trasformarlo in una crociata etnica. Quando il discorso passa dal comportamento alla provenienza, abbiamo già smesso di cercare una soluzione per accontentarci di un capro espiatorio.
Sentiamo spesso ripetere che “noi italiani” rispettiamo sempre le regole. Le cronache, però, ci smentiscono continuamente. Basti pensare ai recenti e tristi vandalismi compiuti da giovanissimi nei bivacchi delle nostre montagne. O guardando più lontano: a fine luglio, in Thailandia, un gruppo di studenti italiani in vacanza è finito sui notiziari per aver insultato e provocato i passeggeri della metropolitana locale. Eppure, davanti a quegli episodi, nessuno ha incolpato “l’etnia italiana”. Erano semplicemente ragazzi che si erano comportati male. 
In questo clima, leggere commenti che invocano la “remigrazione” fa sorridere amaramente. Ma remigrazione di chi? In molti casi non stiamo parlando di persone appena arrivate, ma di ragazzi nati e cresciuti qui, con le loro famiglie e le loro vite qui. Invocare l’esilio per dei nostri concittadini è una scorciatoia tanto illogica quanto irrealizzabile.
D’altronde, prendersela con l’origine di chi sbaglia fa parte di un copione politico ormai logoro. L’immigrazione, compresi i problemi reali che può portare con sé, è diventata la grande coperta con cui la comunicazione politica prova a coprire quasi tutto il resto. Un tema che occupa giornali, social e talk show e che finisce per fagocitare qualsiasi altra discussione: salari troppo bassi, benzina alle stelle,lavoro precario, welfare che arretra, servizi pubblici in difficoltà, famiglie che non arrivano a fine mese. Non perché questi problemi non esistano, ma perché affrontarli davvero è molto più difficile. Richiede investimenti, riforme, tempo e responsabilità. Perché dietro quei ragazzi che oggi vediamo passare le giornate in una piazza non ci sono soltanto le loro scelte individuali: ci sono anche famiglie che lavorano tutto il giorno, servizi che mancano, spazi sociali che si sono ridotti e opportunità che non tutti possono permettersi. Molto più facile è trovare un colpevole, indicarlo alla gente e trasformare una questione complessa nella spiegazione di tutto.
La verità che si nasconde dietro a quei sassi lanciati contro i muri è quindi anche profondamente sociale. I costi delle località di villeggiatura sono diventati insostenibili per molte famiglie. Chi non ha una seconda casa o la fortuna di parenti con case in località di villeggiatura, e chi deve lavorare per tutto il mese di agosto, resta in città. E per molti adolescenti, il cemento della piazza diventa semplicemente l’unico luogo di aggregazione possibile.
Questo non giustifica in alcun modo i comportamenti incivili, ma impone a tutti noi una riflessione più ampia. Una comunità matura non può limitarsi a dire ai giovani dove non devono stare. La vera sfida, per i nostri territori, è tornare a offrire luoghi, attività e alternative capaci di intercettare queste energie prima che diventino un problema.
Le regole devono valere per tutti. Ma proprio per questo devono valere per tutti allo stesso modo. Senza sconti per chi è italiano e senza pregiudizi per chi non lo è.
Una società seria non misura il decoro in base all’albero genealogico di chi occupa le sue piazze: lo misura applicando le stesse regole a tutti e, al tempo stesso, costruendo reti di inclusione affinché nessuno venga lasciato indietro.
Francesco Cattaneo
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