Quando gli italiani erano gli stranieri

Quando gli italiani erano gli stranieri: la tragedia dei minatori in Belgio Dalle baracche ai 136 morti di Marcinelle. Uomini partiti dall'Italia per necessità, accolti con diffidenza e legati a un contratto che rendeva difficile abbandonare la miniera Oggi può sembrare difficile immaginarlo, ma ci fu un tempo in cui a essere chiamati stranieri erano gli italiani. Erano gli anni del dopoguerra. L'Italia usciva dalla guerra impoverita, con disoccupazione e miseria soprattutto nelle campagne e nelle regioni più povere. Il Belgio, invece, aveva bisogno di uomini disposti a scendere nelle sue miniere di carbone. Nel 1946 Italia e Belgio raggiunsero un accordo destinato a segnare la storia dell'emigrazione italiana: il cosiddetto accordo “uomo-carbone”. L'Italia avrebbe fornito manodopera alle miniere belghe e il Belgio avrebbe garantito all'Italia importanti forniture di carbone. Migliaia di uomini partirono. Partirono con una valigia, pochi soldi e la speranza di poter mantenere la famiglia rimasta in Italia. Ma ciò che trovarono non fu sempre quello che era stato loro raccontato. Prima ancora della miniera, la discriminazione Per molti emigranti il primo problema fu la casa. L'accordo prevedeva che ai lavoratori fossero garantiti alloggi, ma nella realtà molti furono sistemati in baracche e campi che erano stati utilizzati durante la guerra per i prigionieri. Strutture precarie, sovraffollate, spesso prive delle condizioni igieniche più elementari. E quando cercavano una casa fuori dai campi minerari, potevano trovare un'altra porta chiusa. Sulle porte di alcune abitazioni comparivano scritte inequivocabili: “Ni animaux, ni étrangers”. “Né animali, né stranieri”. La testimonianza di questa discriminazione è stata ricordata anche molti anni dopo, nelle commemorazioni di Marcinelle. Nel 2013, durante la cerimonia per l'anniversario della tragedia, fu ricordato pubblicamente come gli italiani arrivati in Belgio dopo il 1946 incontrassero cartelli di questo genere quando cercavano casa. È una frase che oggi colpisce ancora di più perché quei “stranieri” erano italiani. Erano padri, figli, mariti. Erano uomini che il Belgio aveva chiamato perché aveva bisogno del loro lavoro. Il contratto che legava l'uomo alla miniera Ma la parte meno conosciuta di questa storia riguarda il contratto. L'emigrazione mineraria non era una semplice partenza alla ricerca di un posto di lavoro. Il sistema costruito dall'accordo italo-belga prevedeva un forte vincolo del lavoratore alla miniera. Il contratto aveva una durata pluriennale e prevedeva l'obbligo di lavorare in miniera; le fonti storiche ricordano che l'abbandono ingiustificato del lavoro poteva avere conseguenze molto pesanti, compresa la segnalazione alla polizia degli stranieri e l'espulsione. La formula secondo cui il lavoratore che fosse tornato in Italia sarebbe diventato automaticamente “disertore” va però usata con cautela: è più corretto parlare di vincolo contrattuale e di conseguenze penali/amministrative legate alla rottura del contratto, perché è questo ciò che la documentazione disponibile consente di affermare con sicurezza. In altre parole, per molti uomini non era semplice dire: “Questo lavoro è troppo duro. Me ne vado e torno a casa.” Il sistema aveva bisogno che rimanessero nelle miniere. Scendere sotto terra E la miniera era un mondo terribile per chi arrivava dall'Italia senza esperienza. Molti non conoscevano la lingua. Fino alla metà degli anni Cinquanta, il contratto tipo non prevedeva neppure un vero periodo iniziale di formazione professionale: molti lavoratori imparavano il mestiere direttamente sottoterra. La prima discesa poteva essere uno choc. Buio. Polvere. Caldo. Rumore. Gallerie strette. Il pericolo sempre presente. Uomini che fino a poco tempo prima lavoravano nei campi o facevano mestieri completamente diversi venivano mandati centinaia di metri sotto terra. E lo facevano perché in Italia non c'era abbastanza lavoro. Non erano avventurieri. Erano emigranti economici. L'8 agosto 1956 Poi arrivò il giorno che trasformò questa storia in una ferita della memoria italiana. Era l'8 agosto 1956. Nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, un incendio scoppiò nelle gallerie sotterranee. Il fumo e le esalazioni di gas raggiunsero i lavoratori intrappolati nel sottosuolo. Le operazioni di soccorso continuarono per giorni. Alla fine il bilancio fu terribile: 262 minatori morti. Di questi, 136 erano italiani. Centotrentasei italiani. Centotrentasei famiglie che aspettavano un uomo che non sarebbe più tornato. Non erano soltanto numeri Dietro quei 136 nomi c'erano paesi italiani, dialetti, madri, mogli, bambini. C'erano uomini che avevano lasciato l'Italia per costruire una casa, mandare denaro ai genitori, far studiare i figli, comprare un pezzo di terra. Molti avevano già conosciuto, appena arrivati, la condizione dello straniero. Avevano trovato difficoltà per una casa. Avevano vissuto in baracche. Avevano affrontato un lavoro durissimo e pericoloso. E, nonostante tutto, erano scesi ogni giorno in miniera. Perché avevano bisogno di quel salario. Perché avevano una famiglia da mantenere. Perché tornare indietro non era così semplice. La memoria di Marcinelle Marcinelle non è soltanto la storia di un incidente minerario. È la storia di una generazione di italiani che partì perché il proprio Paese non riusciva a offrire loro un futuro. È la storia di uomini che furono necessari all'economia di un altro Paese, ma che non sempre furono accolti con dignità. È la storia di una contraddizione terribile: erano abbastanza importanti da essere chiamati a lavorare nelle miniere, ma abbastanza stranieri da sentirsi dire “né animali, né stranieri” quando cercavano una casa. E infine è la storia di 136 uomini che non tornarono più. Marcinelle dovrebbe ricordarci proprio questo. Che l'emigrazione italiana non è soltanto una pagina fatta di fotografie in bianco e nero, valigie di cartone e partenze dalle stazioni. È fatta anche di discriminazione, sacrificio, contratti vincolanti, baracche, miniere e morti sul lavoro. Gli italiani furono stranieri. Furono poveri. Furono respinti. E furono indispensabili. Per questo, quando oggi si parla degli italiani emigrati all'estero, sarebbe bene ricordare che la storia dell'emigrazione non appartiene soltanto alla memoria delle famiglie: appartiene alla storia dell'Italia. E sotto il carbone di Marcinelle, insieme ai 136 italiani morti, è rimasta una parte della storia di un Paese intero.
Giulio B.
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