Robbiate: dall'Atalanta alla musica, la scalata di Mattia Rivolta, in arte Rivo

Ha solo 21 anni, ma le idee sono sorprendentemente chiare. Determinato e introspettivo, Mattia Rivolta, in arte Rivo, classe 2005, è il giovane autore di “Lei è”, il brano che negli ultimi mesi ha iniziato a farsi strada ottenendo migliaia di ascolti e un pubblico sempre più numeroso. Un percorso che lo ha portato anche a salire sui primi palchi, trasformando la sua passione in un’esperienza sempre più concreta: della vittoria all’Energy Festival alle prime aperture live, tra cui quella di Le-One e Diss Gacha. 
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Prima della musica, però, c'è stato il calcio: un percorso vissuto ad alto livello con l'esperienza nel settore giovanile dell’Atalanta, che ha accompagnato il giovane artista per una parte importante della sua vita. Un sogno coltivato per anni e poi lasciato andare quando ha capito che quella strada non riusciva più a renderlo felice. Da lì la scelta di cambiare rotta e intraprendere un nuovo percorso, quello della musica, che si è presto trasformata nel suo principale strumento di espressione. 
Dietro la sua musica non c’è soltanto la ricerca di un traguardo professionale, ma soprattutto la volontà di lasciare qualcosa di "eterno". «Creare qualcosa che duri per sempre» è il concetto che ritorna più spesso nelle sue parole: per Rivo una canzone non è soltanto un brano da pubblicare, ma la fotografia di un preciso momento della propria vita, un frammento di sé in cui riconoscersi anche a distanza di anni.
Ed è proprio da questa esigenza di raccontare che nascono i suoi testi, capaci di dare voce a esperienze personali e fragilità, senza il timore di mettere a nudo le proprie emozioni. Per Rivo, infatti, sono proprio i momenti più complessi a rappresentare una delle più grandi occasioni di crescita: anche le difficoltà, sostiene, meritano di essere vissute fino in fondo, perché custodiscono insegnamenti profondi e spesso diventano il motore del cambiamento. La musica, in questo senso, è diventata  un ponte con la sua famiglia, che non ha mai smesso di sostenerlo anche nei momenti più complessi: attraverso le sue canzoni i genitori hanno trovato una chiave per comprendere quel mondo interiore intenso e sfumato
Una prospettiva matura che lo porta a guardare oltre ai numeri: certo, il desiderio è che la sua musica possa raggiungere sempre più persone, ma il vero obiettivo rimane quello di lasciare qualcosa di autentico a chi ascolta. Una consapevolezza che non nasce dalla presunzione, ma dalla convinzione che il lavoro e la costanza, prima o poi, trovino il modo di essere ripagati. 
Questo viaggio Rivo non lo affronta da solo: al suo fianco c’è un gruppo di amici con cui condivide la stessa passione per la musica e la stessa voglia di mettersi in gioco, a partire dall’amico di una vita Lorenzo Colò, Nicolò Albani e Lorenzo Milani con i quali è partito e con cui oggi porta avanti il progetto artistico. Un legame che rappresenta anche il volto di una generazione che continua a credere nei propri sogni e che, con impegno e costanza, prova ogni giorno a trasformarli in realtà.
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Raccontaci un po’ di te: chi sei, quanti anni hai e cosa fai nella vita?
Mi cchiamo Mattia Rivolta, in arte Rivo, ho 21 anni. Mi sono diplomato in Amministrazione, Finanza e Marketing a Monza. Il rapporto con la scuola è sempre stato un po’ complicato, però oggi, ripensandoci, la rifarei.
La scuola mi ha dato tanto perché stare a contatto con tante persone diverse, ascoltare punti di vista differenti e affrontare tanti argomenti mi ha permesso di farmi molte domande sul futuro. Mi ha aiutato a capire cosa mi piaceva e cosa invece non faceva per me.
L’università è stata un grande punto di domanda. Non volevo iscrivermi semplicemente per avere una laurea o per uno status, ma aspettare di trovare qualcosa che mi appassionasse davvero. Preferisco fare qualcosa con convinzione piuttosto che intraprendere un percorso solo perché “si deve”.

Quando è nata la passione per la musica?
Come un po’ tutti, ho sempre ascoltato tantissima musica. Crescendo ho iniziato a capire quanto riuscisse a rappresentarmi: sono emozioni che senti dentro e che fai fatica a spiegare.
All’inizio era semplicemente un gioco con gli amici: facevamo freestyle, scrivevamo barre improvvisate e per divertimento avevamo anche pensato di creare un album insieme. Eravamo un gruppo di cinque ragazzi, poi crescendo ognuno ha preso la propria strada.
Alla fine siamo rimasti io e un altro ragazzo a parlarne sempre di più e abbiamo deciso di provare seriamente, senza pensare subito al successo o ai numeri.
Siamo andati in studio per la prima volta a settembre dell’anno scorso ed è stata un’esperienza bellissima. È nata una canzone che per noi aveva molto potenziale e da lì alcune persone hanno iniziato a dirmi: “Perché non provi davvero con la musica?”.
All’inizio ci ho messo un po’ a rendermene conto, poi a marzo ho scritto il mio primo singolo, un brano molto più introspettivo e personale. Da lì mi sono sbloccato: ho iniziato a credere di più in me stesso e ho deciso di provarci davvero.
Da quel momento ho iniziato a scrivere tantissimo, anche una canzone a settimana, e ad andare in studio con costanza. Ho iniziato a vedere la musica come una priorità perché mi faceva stare bene.

Che cosa significa per te fare musica?
La musica è un modo per capire me stesso. Quando scrivo riesco a rendere reali pensieri e emozioni che magari prima erano solo nella mia testa.
Allo stesso tempo la faccio anche per gli altri. Sono sempre stato una persona che cerca di aiutare chi ha intorno, anche se a volte si rischia di dare consigli pensando a cosa farei io al posto degli altri. In realtà ognuno deve trovare la propria strada.
Con la musica posso invece raccontare qualcosa e lasciare agli altri la possibilità di interpretarlo secondo la loro esperienza. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere emozioni: un sorriso, una lacrima, uno sfogo o anche semplicemente un pensiero.

Hai mai pensato al futuro legato alla musica?
Sì, penso molto al futuro. Vivo il presente, ma mi capita spesso di immaginare cosa succederà tra cinque, dieci o vent’anni.
Una cosa che mi ha colpito molto è pensare che un giorno potrò far ascoltare le mie canzoni ai miei figli. Magari potranno ascoltare quello che scrivevo a vent’anni e capire come ragionavo, quali erano i miei pensieri e le mie emozioni.
Ritengo sia bello lasciare una traccia del proprio passaggio.

Che tipo di musica vuoi portare?
Vorrei portare qualcosa di dolce, positivo e autentico. Non mi ritrovo molto in certi temi che spesso vengono raccontati nella musica, come droga, armi o violenza.
Cerco di trasmettere un messaggio diverso: credere in se stessi, affrontare i momenti difficili e capire che anche le situazioni negative possono aiutarti a diventare una persona più forte.
Tutti abbiamo momenti in cui ci lamentiamo o abbiamo pensieri negativi, io per primo, però penso che bisogna imparare a guardare anche tutto ciò che abbiamo e le opportunità che ci vengono date.

C’è stata una persona o un episodio che ti ha spinto a iniziare questo percorso?
Sicuramente una parte importante è arrivata da me stesso. Ho sentito dentro la voglia di farlo.
Però anche le persone che ho intorno hanno avuto un ruolo fondamentale. Sono sempre stato presente per gli altri: se un amico ha bisogno io ci sono, anche a costo di sacrificarmi.
A volte però mi sono chiesto perché riuscissi a esserci così tanto per gli altri senza ricevevre la stessa cosa. La musica è diventata anche un modo per capire meglio le persone, ascoltare le loro storie e trasformarle in qualcosa.

Hai avuto un passato importante nel calcio. Quanto ti ha influenzato?
Ho giocato per diversi anni nell’Atalanta. Il calcio era praticamente tutto per me: vedevo solo quello, facevo tanti sacrifici e vivevo per quell’obiettivo.
Poi a un certo punto ho capito che non mi divertivo più. È stato difficile lasciare perché si era creato un rapporto quasi “tossico”: amavo qualcosa che però allo stesso tempo non mi faceva più stare bene.
Oggi gioco ancora volentieri con gli amici, ma quel mondo non lo sento più mio.

La tua canzone “Lei è” sembra parlare di una persona precisa. È così?
In realtà “Lei è” non racconta una persona specifica, ma una figura.
È nata da diverse esperienze, persone conosciute e situazioni vissute. Racconta il desiderio di trovare una persona che riesca a farmi sentire me stesso, una relazione sana, senza dinamiche tossiche.
Non ho mai avuto una relazione importante, però ho visto tante situazioni intorno a me e ho capito cosa vorrei e cosa invece non vorrei vivere.
“Lei è” rappresenta più l’idea della persona che vorrei incontrare.

Quanto c’è di te nella canzone?
Tantissimo. Quando scrivo parlo sempre di me e delle mie emozioni.
Ovviamente non posso mettere tutto dentro una canzone, perché poi bisogna scegliere le parole giuste, però tutto quello che scrivo rappresenta qualcosa che penso o che ho provato.
Mi piace molto anche il fatto che una mia frase possa essere interpretata diversamente da ogni persona. Io racconto qualcosa di mio, ma chi ascolta può ritrovarci la propria storia.
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Da dove nasce il brano?
“Lei è” è nata quasi per caso. Il ritornello mi è venuto in mente mentre ero al lavoro in magazzino: ho iniziato a canticchiare quelle prime parole e da lì è partita tutta la canzone.
Io solitamente parto dal ritornello perché mi piace creare qualcosa che rimanga in testa e che possa coinvolgere chi ascolta.
Poi lavoro sul testo, sulla base e sulle modifiche fino ad arrivare al risultato finale.

Qual era il messaggio che volevi lasciare con questa canzone?
Non penso solo al fatto che una canzone debba avere successo. Ovviamente fa piacere che venga ascoltata, però la cosa più bella è sapere che qualcuno si è riconosciuto in quello che ho scritto.
Se una persona ascolta una mia frase e la collega alla propria esperienza, per me quello è già un risultato.

Nel testo dici “conquisterò ciò che è giusto, perché mi spetta ”. Cosa significa?
Quella frase parla soprattutto di me.
Non penso che gli altri non meritino qualcosa, ma penso al percorso che sto facendo: quanto mi sto impegnando, quanto sto dando e quanto credo in quello che faccio.
Non è arroganza, è la convinzione che con determinazione e sacrificio qualcosa prima o poi possa arrivare.

Hai mai avuto paura del giudizio degli altri?
Quando ho pubblicato la canzone non ho avuto grandi dubbi. Penso che chi giudica o parla alle spalle stia comunque dedicando tempo alla mia vita, mentre io sto facendo qualcosa che mi piace.
Ovviamente una canzone non può piacere a tutti, ma anche se arrivasse a una sola persona sarebbe comunque importante.
All’inizio qualche dubbio c’era, ma poi ho capito che anche sbagliare fa parte del percorso: se non provi, non puoi migliorare.

Quanto è importante il gruppo che hai intorno?
Tantissimo. Avere persone che ti sostengono è fondamentale.
Il bello del nostro progetto è che non è solo “io che canto”: ognuno porta qualcosa. C’è chi studia marketing, chi si interessa alla produzione, chi aiuta con le idee.
Arricchire gli altri permette anche a te di crescere.
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Da dove nasce il nome Rivo?
Nasce dal mio passato nel calcio. Quando giocavo all’Atalanta mi chiamavano così e negli anni è rimasto. È un nome che mi rappresenta perché dentro c’è il passato, il presente e anche il futuro.

Che consiglio daresti a chi ha una passione ma non trova il coraggio di mostrarla?
Direi di buttarsi.
Ovviamente bisogna prima trovare la propria strada, ma quando si incontra qualcosa che fa stare bene bisogna avere il coraggio di inseguirla. Non credo tanto nel concetto di “una vita sola”, perché la vita è fatta di tanti giorni: e ogni giorno rappresenta una nuova possibilità, una scelta diversa, un’occasione per costruire qualcosa e creare nuove opportunità.
Non bisogna avere paura di uscire dalla propria zona di comfort: c’è un mondo intero da scoprire.
Anche i momenti difficili fanno parte del percorso. Quando non hai voglia di continuare è proprio lì che devi farlo, perché è quello che ti permette di crescere.

Quali sono i prossimi progetti?
È uscito il progetto “Dal fondo del mare”, composto da due canzoni. Ho sentito di aver ricevuto tanto e volevo restituire qualcosa.
Adesso ci saranno altre uscite: agosto sarà un periodo più tranquillo, poi da settembre partiranno nuovi progetti.
Voglio continuare a lavorare perché quello che faccio oggi costruisce il mio domani.
F.Ri.
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