Confronto aspro ma sui contenuti

Articolo: Niente di nuovo nel Belpaese 2^ parte

Gentile Direttore,
ringrazio il sig. Magni per aver scelto di rispondere nel merito delle mie osservazioni. In un tempo in cui il dibattito pubblico è spesso ridotto a slogan e reciproche delegittimazioni, considero il confronto, anche aspro, un valore da preservare. Proprio per questo mi permetto di ribadire, con altrettanto rispetto, le ragioni del mio precedente intervento. Nessuno ha mai negato che nella storia della Repubblica vi siano stati episodi gravissimi che hanno coinvolto appartenenti alle Forze di polizia. La scuola Diaz, la morte di Riccardo Magherini, quella di Federico Aldrovandi e altre vicende rappresentano pagine dolorose che lo Stato ha avuto il dovere di affrontare attraverso gli strumenti del diritto. Citarle è legittimo. Utilizzarle per dimostrare che la violenza rappresenti la natura delle Forze di polizia, invece, non lo è. È qui che le nostre strade si dividono. Io continuo a ritenere che la responsabilità penale sia individuale e che la forza di uno Stato democratico consista proprio nel non trasformare mai il comportamento di alcuni nell'identità di tutti. Lo stesso principio che giustamente pretendiamo quando un immigrato commette un reato, quando un sacerdote si macchia di un delitto o quando un politico tradisce il proprio mandato, dovrebbe valere anche per un appartenente alle Forze dell'ordine. Generalizzare significa sempre rinunciare alla giustizia in favore del pregiudizio. Il sig. Magni richiama autorevoli opinioni e pronunce giudiziarie. Io non le contesto. Contesto, invece, il salto logico che conduce da singoli fatti, per quanto gravi, alla rappresentazione di un'intera istituzione come violenta. Non esiste alcuna sentenza della magistratura italiana o della Corte europea dei diritti dell'uomo che abbia mai affermato che la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri o le altre Forze di polizia siano organizzazioni fondate sulla violenza. Sono stati accertati fatti, individuate responsabilità personali e, quando possibile, pronunciate condanne. Questo è ciò che accade in uno Stato di diritto. Ed è proprio lo Stato di diritto che impone prudenza anche sul caso di cui oggi discutiamo. La magistratura è al lavoro e merita il tempo necessario per ricostruire i fatti. Anticipare conclusioni definitive significa sostituire il processo con il tribunale mediatico, pratica che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore le garanzie costituzionali. Sul tema della Val di Susa, non ho mai sostenuto che la protesta possa essere ridotta a "sassi e petardi". Sarebbe una semplificazione tanto scorretta quanto quella che riduce l'operato delle Forze dell'ordine alla sola violenza. Esistono cittadini che manifestano pacificamente e meritano rispetto. Esistono anche gruppi che scelgono deliberatamente la violenza contro persone e beni dello Stato. Entrambe le affermazioni sono vere e negarne una significa raccontare soltanto una parte della realtà. La violenza non cambia natura a seconda della causa che pretende di servire. Non diventa più accettabile se esercitata contro un cantiere, contro una caserma, contro un agente di polizia o contro un manifestante. In democrazia la violenza va sempre condannata, da qualunque parte provenga. Lo stesso principio vale per il linguaggio delle istituzioni. Definire il Presidente del Consiglio "Lady Fascio" non rappresenta una critica politica, ma un insulto personale rivolto a chi ricopre una delle più alte cariche della Repubblica. Si può dissentire radicalmente dall'azione di un Governo, criticarne le scelte e persino auspicarne la sostituzione attraverso gli strumenti democratici. Ma il rispetto delle istituzioni non appartiene alla destra né alla sinistra: appartiene alla cultura costituzionale e non è un passato biasimevole a giustificare affermazioni che, nel ruolo istituzionale ricoperto in questi ultimi quattro anni, la Presidente del Consiglio non ha meritato perché mai ha richiamato tali considerazioni. Additare in questo modo la premier mi ricorda la stessa banalità di chi, dall'altra parte, imputava al Presidente Giorgio Napolitano la responsabilità nei fatti di Praga e di Budapest, se si ricorda. Difendere la dignità del Presidente del Consiglio non significa aderire alle sue idee. Significa difendere il principio secondo cui le istituzioni democratiche meritano rispetto indipendentemente da chi, temporaneamente, le rappresenta. Lo stesso rispetto che pretenderei per qualsiasi Presidente del Consiglio, di qualsiasi orientamento politico. Per questo desidero chiarire un ultimo punto. Il sig. Magni sembra leggere le mie parole attraverso una categoria politica. Io, invece, non ho scritto da uomo di destra, così come non avrei scritto da uomo di sinistra. Ho scritto da cittadino che ritiene la democrazia liberale un equilibrio delicato fondato sulla separazione dei poteri, sulla presunzione di innocenza, sul rispetto delle istituzioni e sulla responsabilità personale. Sono valori che non appartengono a una parte politica. Appartengono alla Repubblica. E credo che oggi vi sia un bisogno urgente di difenderli tutti insieme: il diritto di manifestare e il dovere dello Stato di garantire l'ordine pubblico; la libertà di critica e il rispetto delle persone; il controllo sull'operato delle Forze dell'ordine e la tutela della loro dignità; il diritto all'informazione e il dovere di attendere l'accertamento della magistratura. Se rinunciamo a questi equilibri per sostituirli con categorie assolute: "polizia violenta", "manifestanti tutti buoni", "fascisti", "criminali". Non stiamo rafforzando la democrazia. Stiamo semplicemente alimentando quella polarizzazione che rende impossibile qualsiasi confronto serio. Continuerò, quindi, a difendere le Forze di polizia quando saranno ingiustamente criminalizzate, così come continuerò a ritenere doveroso perseguire senza esitazione chiunque, indossando una divisa, tradisca il giuramento prestato alla Repubblica. Perché la democrazia non si difende scegliendo una parte. Si difende scegliendo i principi. Cordiali saluti.
Marco
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