Populismo di sinistra
Articolo: Niente di nuovo nel Belpaese
Gentile Direttore,
ho letto con attenzione la lettera del sig. Fulvio Magni. Comprendo che una morte avvenuta durante un intervento di polizia susciti dolore e interrogativi. Proprio per questo, tuttavia, ritengo che sia indispensabile attenersi ai fatti accertati e alle verità processuali, evitando di sostituire il diritto con giudizi ideologici. Nella sua lettera si passa con estrema disinvoltura da un singolo episodio all'accusa rivolta a un'intera categoria: "niente preparazione professionale, solo violenza". Un'affermazione tanto perentoria quanto infondata, che offende le migliaia di donne e uomini delle Forze di polizia che ogni giorno operano con professionalità, equilibrio e senso del dovere, spesso mettendo a repentaglio la propria incolumità per salvaguardare quella dei cittadini. In uno Stato di diritto la responsabilità è sempre personale, mai collettiva. Se un appartenente alle Forze dell'ordine dovesse commettere un reato, sarà la magistratura ad accertarlo e, se del caso, a sanzionarlo. Ma trasformare un'indagine in corso nella condanna morale di un'intera istituzione significa rinnegare proprio quei principi di garanzia che dovrebbero valere per tutti. L'autore richiama episodi del passato come se dimostrassero l'esistenza di una violenza strutturale della polizia. È una conclusione che non trova alcun riscontro nelle sentenze. Le vicende giudiziarie richiamate dimostrano, semmai, che quando emergono responsabilità individuali queste vengono perseguite e giudicate. Nessuna verità processuale autorizza ad affermare che le Forze di polizia italiane siano un'organizzazione violenta. Si dimentica inoltre un dato essenziale: ogni anno vengono effettuati milioni di interventi, spesso in contesti di estrema criticità, con persone in stato di alterazione psicofisica, vittime di violenza, soggetti armati, tentativi di suicidio e situazioni ad altissimo rischio. La stragrande maggioranza di tali interventi si conclude senza conseguenze gravi grazie alla preparazione, all'autocontrollo e alla professionalità degli operatori. Di questi episodi, tuttavia, raramente si parla. Anche il passaggio dedicato alla Val di Susa appare viziato dalla medesima impostazione ideologica. Parlare di manifestazioni semplicemente "represse", omettendo che da anni le Forze dell'ordine sono chiamate a fronteggiare lanci di pietre, bombe carta, razzi, bottiglie incendiarie, sabotaggi e assalti ai cantieri, significa offrire al lettore una rappresentazione parziale della realtà. Difendere il diritto costituzionale a manifestare è doveroso; altrettanto doveroso è ricordare che lo Stato ha il compito di impedire che la protesta degeneri in violenza e di garantire la sicurezza delle persone e delle infrastrutture. Ridurre tutto a una generica "repressione" significa ignorare deliberatamente questo equilibrio. Ancora più sorprendente è il ricorso all'espressione "Lady Fascio" nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Al di là delle opinioni politiche, simili appellativi risultano indegni del confronto democratico e denotano un livello di delegittimazione personale incompatibile con il rispetto dovuto alle istituzioni della Repubblica. Le critiche all'azione di Governo sono pienamente legittime; l'insulto rivolto a chi ricopre una delle più alte cariche dello Stato non aggiunge alcun argomento, ma impoverisce il dibattito pubblico. Colpisce, infine, una profonda contraddizione. L'autore sembra censurare le generalizzazioni quando riguardano categorie a lui vicine, salvo poi ricorrere allo stesso identico schema nei confronti delle Forze di polizia. È il medesimo meccanismo tipico di ogni populismo: individuare un'intera categoria come responsabile dei mali della società e attribuirle caratteristiche negative sulla base di episodi isolati. Per questo ritengo che il suo intervento rappresenti una forma di populismo di sinistra che finisce per utilizzare gli stessi strumenti retorici che abitualmente rimprovera alla destra: individuare un nemico collettivo, semplificare la realtà, sostituire i fatti con la narrazione e additare migliaia di servitori dello Stato come appartenenti a una categoria intrinsecamente violenta. Le Forze di polizia non chiedono indulgenza quando emergono responsabilità individuali: chiedono soltanto ciò che ogni cittadino ha diritto di pretendere in uno Stato di diritto, ossia che i giudizi siano fondati sui fatti, sulle prove e sulle sentenze, non sui pregiudizi. Il rispetto per chi ha perso la vita impone di attendere gli accertamenti della magistratura. Il rispetto per la verità impone di non trasformare il dolore in propaganda. Il rispetto per le istituzioni impone, infine, di evitare slogan e insulti, qualunque sia il colore politico di chi li pronuncia. Cordiali saluti.
Gentile Direttore,
ho letto con attenzione la lettera del sig. Fulvio Magni. Comprendo che una morte avvenuta durante un intervento di polizia susciti dolore e interrogativi. Proprio per questo, tuttavia, ritengo che sia indispensabile attenersi ai fatti accertati e alle verità processuali, evitando di sostituire il diritto con giudizi ideologici. Nella sua lettera si passa con estrema disinvoltura da un singolo episodio all'accusa rivolta a un'intera categoria: "niente preparazione professionale, solo violenza". Un'affermazione tanto perentoria quanto infondata, che offende le migliaia di donne e uomini delle Forze di polizia che ogni giorno operano con professionalità, equilibrio e senso del dovere, spesso mettendo a repentaglio la propria incolumità per salvaguardare quella dei cittadini. In uno Stato di diritto la responsabilità è sempre personale, mai collettiva. Se un appartenente alle Forze dell'ordine dovesse commettere un reato, sarà la magistratura ad accertarlo e, se del caso, a sanzionarlo. Ma trasformare un'indagine in corso nella condanna morale di un'intera istituzione significa rinnegare proprio quei principi di garanzia che dovrebbero valere per tutti. L'autore richiama episodi del passato come se dimostrassero l'esistenza di una violenza strutturale della polizia. È una conclusione che non trova alcun riscontro nelle sentenze. Le vicende giudiziarie richiamate dimostrano, semmai, che quando emergono responsabilità individuali queste vengono perseguite e giudicate. Nessuna verità processuale autorizza ad affermare che le Forze di polizia italiane siano un'organizzazione violenta. Si dimentica inoltre un dato essenziale: ogni anno vengono effettuati milioni di interventi, spesso in contesti di estrema criticità, con persone in stato di alterazione psicofisica, vittime di violenza, soggetti armati, tentativi di suicidio e situazioni ad altissimo rischio. La stragrande maggioranza di tali interventi si conclude senza conseguenze gravi grazie alla preparazione, all'autocontrollo e alla professionalità degli operatori. Di questi episodi, tuttavia, raramente si parla. Anche il passaggio dedicato alla Val di Susa appare viziato dalla medesima impostazione ideologica. Parlare di manifestazioni semplicemente "represse", omettendo che da anni le Forze dell'ordine sono chiamate a fronteggiare lanci di pietre, bombe carta, razzi, bottiglie incendiarie, sabotaggi e assalti ai cantieri, significa offrire al lettore una rappresentazione parziale della realtà. Difendere il diritto costituzionale a manifestare è doveroso; altrettanto doveroso è ricordare che lo Stato ha il compito di impedire che la protesta degeneri in violenza e di garantire la sicurezza delle persone e delle infrastrutture. Ridurre tutto a una generica "repressione" significa ignorare deliberatamente questo equilibrio. Ancora più sorprendente è il ricorso all'espressione "Lady Fascio" nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Al di là delle opinioni politiche, simili appellativi risultano indegni del confronto democratico e denotano un livello di delegittimazione personale incompatibile con il rispetto dovuto alle istituzioni della Repubblica. Le critiche all'azione di Governo sono pienamente legittime; l'insulto rivolto a chi ricopre una delle più alte cariche dello Stato non aggiunge alcun argomento, ma impoverisce il dibattito pubblico. Colpisce, infine, una profonda contraddizione. L'autore sembra censurare le generalizzazioni quando riguardano categorie a lui vicine, salvo poi ricorrere allo stesso identico schema nei confronti delle Forze di polizia. È il medesimo meccanismo tipico di ogni populismo: individuare un'intera categoria come responsabile dei mali della società e attribuirle caratteristiche negative sulla base di episodi isolati. Per questo ritengo che il suo intervento rappresenti una forma di populismo di sinistra che finisce per utilizzare gli stessi strumenti retorici che abitualmente rimprovera alla destra: individuare un nemico collettivo, semplificare la realtà, sostituire i fatti con la narrazione e additare migliaia di servitori dello Stato come appartenenti a una categoria intrinsecamente violenta. Le Forze di polizia non chiedono indulgenza quando emergono responsabilità individuali: chiedono soltanto ciò che ogni cittadino ha diritto di pretendere in uno Stato di diritto, ossia che i giudizi siano fondati sui fatti, sulle prove e sulle sentenze, non sui pregiudizi. Il rispetto per chi ha perso la vita impone di attendere gli accertamenti della magistratura. Il rispetto per la verità impone di non trasformare il dolore in propaganda. Il rispetto per le istituzioni impone, infine, di evitare slogan e insulti, qualunque sia il colore politico di chi li pronuncia. Cordiali saluti.
Marco

























