Plastica: una riflessione

Stimato Direttore,
da anziana lettrice vorrei condividere con lei e chi segue il suo utilissimo giornale alcune riflessioni su un tema d'attualità e di rilevanza socio culturale.
Prendo spunto da un vostro recente articolo su un caso goliardico riguardante un’associata/referente Plastic Free, rappresentata in ambito extraterrestre, per proporre alcune considerazioni su un tema, a mio modesto parere, attuale e controverso: quello della plastica e dell’utopia del Plastic Free, e dell'insufficiente azione formativa della scuola.
Nel 1870 fu brevettata la celluloide, poi il PVC, il cellophane ed il nylon, sino al polipropilene sintetizzato nel 1954 dal professor Giulio Natta, docente al dipartimento di Chimica Industriale del Politecnico di Milano e Premio Nobel per la Chimica nel 1963.
Catene di molecole su base di carbonio che vengono utilizzate per produrre plastiche di diverse caratteristiche, con uso di idrocarburi, che hanno condizionato la vita sul pianeta. Se per un verso l’aver culturalmente metabolizzato la plastica come un materiale non più riutilizzabile alimentando la convinzione “dell’usa e getta” ha determinato un’emergenza globale, per un altro c’è la certezza che è impossibile farne a meno, perché serve anche per produrre accessori medicali, organi artificiali e protesi che, essendo in plastica, non sono attaccabili da batteri e parassiti.
La plastica è quindi una componente presente e prevalente nella vita di tutti i giorni, basti pensare che si usa per i mobili, gli elettrodomestici, i mezzi di trasporto e tanto altro.
Eliminare la plastica non produce l’effetto di diminuire l’inquinamento globale, poiché la produzione di materiali alternativi è troppo costosa ed in termini puramente ambientali comporterebbe un maggior consumo di energia, con un contestuale incremento delle emissioni di gas serra. Eliminare quella che, purtroppo, è stata immessa nell’ambiente comporterebbe la produzione di diossina in quantità letali.
La domanda che viene spontaneo porsi è la seguente: ha davvero senso continuare a parlare di un mondo senza plastica?
La risposta è netta: no!
Puntare ad un pianeta plastic free è uno slogan non più contemporaneo, privo di concretezza e di realismo, perché diffondere l’idea che l’eliminazione della plastica sia di per sé una scelta ecologica è del tutto fuorviante.
La plastica non è un nemico da combattere, semmai è necessario individuare quali sono i processi ed i comportamenti che la rendono inquinante.
L’analisi del ciclo di vita è un metodo che valuta gli impatti ambientali di ogni prodotto, dalla produzione sino allo smaltimento, considerando tutti gli input ovvero risorse ed energia, e tutti gli output ovvero emissioni e rifiuti, in ogni loro fase.  In questo modo la plastica risulta sempre vincente, perché, per esempio, è leggera, richiede meno energia per essere prodotta, può essere trasportata nelle preforme, costa meno.
Quindi dobbiamo imparare a gestirla meglio, dall’inizio alla fine del suo ciclo di vita cercando di ridurre l’over packaging e favorendone il riuso.
Corepla, il Consorzio per il recupero della plastica, ci offre una serie di dati interessanti riferiti all’attività del 2025: la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica in Italia ha raggiunto quasi 1,3 milioni di tonnellate. Il dato medio pro capite è di 27 kg per abitante (in crescita del 3,75% rispetto al 2024), con il tasso di riciclo al 49,6%, in linea con gli obiettivi europei.
Un altro dato significativo riguarda il recapito finale degli imballaggi in plastica non ancora riciclabili: l’87% è stato recuperato dai cementifici come sostituto dei combustibili fossili, il 13% è stato smaltito nei termovalorizzatori, e solo lo 0,06% è finito in discarica.
La parola chiave è RESPONSABILITA’, da parte di tutti. Si tratta di un concetto forte, che deve unire tutti gli anelli della catena.
Aumentare la sensibilità ambientale senza che si possa tradurre in un comportamento responsabile è un esercizio inutile, perché non consente di raggiungere un adeguato livello di sostenibilità, che è un tema articolato, da affrontare in modo scientifico, non con semplici operazioni di pulizia ambientale.
Non può esser semplificato attraverso slogan o infografiche, come quelle tanto care al nostro Sindaco, oppure fatto oggetto di comportamenti occasionali, come le raccolte di rifiuti organizzate a livello locale. Serve consapevolezza, serve un maggior coinvolgimento dell'istituzione scolastica.
Una nota dolente, mi sia concesso l'uso di questo termine, è rappresentata dai PTOF delle nostre scuole (piani triennali di offerta formativa) che trattano questi temi solo marginalmente, in poche ore e sovente con l'ausilio di collaborazioni per niente qualificate e preparate. Per rendersene conto basta consultare quello dell'Istituto Comprensivo di Merate disponibile sul sito istituzionale. 
A livello europeo non è così, si veda l'esempio dell'Austria dove il naturshutzunterrich, ovvero l'insegnamento della tutela della natura, è parte integrante della formazione civica e si pone come ponte tra educazione ambientale e cittadinanza attiva.
Gli obiettivi, perseguiti attraverso progetti concreti ed attività coordinate con parchi naturali ed istituzioni locali, sono lo sviluppo di una conoscenza ambientale attiva sin dall'adolescenza, il collegare l'ambiente alla partecipazione democratica ed educare alla responsabilità collettiva verso i beni comuni.
Da noi non c'è questa forte e connotante sensibilità istituzionale e nelle more assistiamo alla proliferazione di associazioni ambientaliste di ogni genere, alcune costituite a livello familiare e con presidenti a vita o a tempo indeterminato per statuto in barba ai principi democratici.  
Con Comuni che le sostengono non tanto perché ci credono, ma forse più semplicemente perché costa meno dar loro un contributo economico ed ottenere tre o quattro cleanup l'anno rispetto all'organizzare servizi puntuali di buona gestione e mantenimento del territorio, oppure per affermare  in nome del politicamente corretto, "siamo un comune plastic free".
Utopia !
Io non vedrò la svolta.
Cordialità
Elena G.
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