Mario Roggero: giudici e responsabilità (nostra) personale

Fermiamoci cinque minuti e riflettiamo sul caso del signor Mario Roggero: proviamo a far nascere il pensiero dentro di noi, senza farcelo servire già confezionato da altri.
Sono rimasto molto colpito quando all’ingresso del carcere, il signor Mario Roggero ha esclamato «…in nome del popolo italiano…». Quella frase mi ha colpito: ha ragione. Lui è in carcere per una decisione che, in ultima istanza, riguarda tutti noi. La legge applicata non è stata scritta dal giudice che l’ha usata: è stata approvata in Parlamento da rappresentanti che noi, direttamente o indirettamente, abbiamo scelto, o che semplicemente non vanno più a votare. Non ha senso scaricare tutta l'indignazione sui magistrati che applicano le norme: se una legge è sbagliata, la responsabilità è politica e quindi nostra. Se davvero è inadeguata, perché non è stata cambiata?
Vogliamo giudici che decidano in base all’opinione pubblica o alla piazza digitale?
Io dico no.
Pretendo giudici imparziali ed efficienti che applichino la legge così com’è scritta. E se la legge è ingiusta, toccherà ai parlamentari modificarla in tempo oppure modificarla tramite referendum: è questo il punto su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione.
Non voglio, e lo dico con forza, armarmi per difendermi. Chiedo di essere protetto dallo Stato in modo efficace, con forze dell’ordine sufficienti e funzionanti, per le quali pago le tasse. Non voglio trovarmi nella condizione di dover sparare e poi essere processato. Non voglio un arma in casa o sul luogo del lavoro.
Ricordiamo che il signor Mario Roggero era stato rapinato più volte; questo non è un alibi, ma un contesto che merita di essere considerato.
Le forze dell’ordine sono sotto organico in tutto il territorio italiano: informatevi su fonti attendibili, non è un’opinione ma un dato che pesa sulla sicurezza reale di tutti noi. È uno dei tanti problemi del nostro Paese, insieme a una classe politica che spesso cavalca l’emotività del momento invece di risolvere i nodi strutturali.
In questi giorni ho sentito proposte e commenti inaccettabili da parte di alcuni politici: prima si indignano, poi sfruttano il caso per spettacolo mediatico, e alla fine chi paga le conseguenze è sempre il cittadino coinvolto, come il signor Mario Roggero e la sua famiglia.
Questa è la classe politica che ci meritiamo — sia chi li ha votati, sia chi non vota.
Attenzione: Non votare non è esenzione dalle responsabilità civile. Prendiamo esempio da chi si mobilita pacificamente: scendiamo in piazza senza bandiere di partito, senza colori, non per chiedere ma per dire basta a una politica che per quasi un secolo si è rivelata inefficiente.
Lo so: molti non lo faranno per comodità, per ferie o per il caldo.
Proprio per questo la responsabilità ricade su ciascuno di noi. La giustizia è lo specchio di molti altri settori pubblici: una sanità che richiede tasse e poi costi aggiuntivi, un’istruzione vecchia e inadeguata in cui, come osservano molti intellettuali, chi non è formato cerca capi branco.
Il primo passo è riconoscere che qualcosa non funziona. Non voglio convincervi a cambiare idea, ma invitarvi a ragionare: fermiamoci, pensiamo con la nostra testa e chiediamo cambiamenti concreti. Perché accettiamo che tocchi sempre a qualcuno subire per farci capire un problema? Perché trasformiamo il dolore altrui in spettacolo e non in riforma? E, naturalmente, la separazione delle carriere avrebbe risolto tutto, nella realtà parallela delle buone intenzioni.
Riflettete su questo: vogliamo una giustizia che rispecchi la nostra dignità o preferiamo delegare la responsabilità e poi lamentarci?
Grazie per il tempo che mi avete dedicato.
Francesco
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