Riforma dei Tiro a segno. Ponte San Pietro: “Norme che mortificano le sezioni”
Il 4 luglio, sui canali di comunicazione della sezione del Tiro a Segno Nazionale di Ponte San Pietro, con sede operativa a Mozzo, è comparso un comunicato duro: 142 anni di storia del Tiro a Segno Nazionale, si legge, rischiano di finire schiacciati da una riforma "che non è stata condivisa con nessuna persona che lavori all'interno e che conosca le varie sfaccettature". "Non ci sentiamo rappresentati", scrive la sezione bergamasca. "Non ci sono solo le norme. Ci sono le persone". Un messaggio che richiama proteste simili diffuse in altre sezioni italiane, segno che il malcontento non riguarda solo il territorio bergamasco ma attraversa l'intera rete nazionale del TSN.
Al centro della protesta c'è l'articolo 8 del decreto-legge 26 giugno 2026, n. 108, recante disposizioni urgenti in materia di sport. Il provvedimento dovrebbe riordinare l'Unione Italiana Tiro a Segno separando la gestione sportiva da quella istituzionale, ma secondo presidenti e delegati territoriali il risultato concreto è un prelievo forzato di risorse dalle sezioni verso il centro.
Il primo nodo è economico. La quota di iscrizione obbligatoria sale da 11,56 a ben 25 euro e andrà interamente alla sede centrale dell'Unione Italiana Tiro a Segno, non più in parte alle sezioni come accadeva finora. A questo si aggiunge una trattenuta del 25% sui proventi dei corsi regolamentari di tiro e dei patentini per il maneggio delle armi, quelli che ogni sezione rilascia a guardie giurate e polizia locale. Per una realtà come Ponte San Pietro, che dal 1967 cura proprio i corsi di idoneità per il porto d'armi e gli allenamenti per gli iscritti armati, oltre all'attività sportiva agonistica di pistola, carabina e bench rest, si tratta di una voce di bilancio tutt'altro che marginale: dai territori si stima un incremento di gettito centralizzato di oltre 6,3 milioni di euro, sottratto alle casse locali che restano comunque responsabili al 100% dei costi di gestione, manutenzione e personale.
C'è poi la questione dell'Ispettore UITS, una nuova figura di controllo formata centralmente il cui compenso – fino a un massimo di 36mila euro annui – dovrà però essere pagato dalle stesse sezioni "nei limiti delle risorse appositamente previste dai bilanci". Lo Stato e l'Unione impongono quindi la figura e ne centralizzano la formazione, ma il costo ricade sulle casse locali, già in affanno. A questo si somma la centralizzazione della gestione patrimoniale: i beni demaniali in uso gratuito passeranno sotto la concessione diretta dell'UITS centrale, che assumerà anche il controllo sull'esecuzione dei lavori e sul rilascio delle agibilità. Le sezioni temono che questo si traduca in un imbuto decisionale capace di rallentare interventi di manutenzione urgenti sulle linee di tiro, con ricadute dirette sulla sicurezza degli impianti.
Le sezioni non contestano la necessità di modernizzare l'Unione né una maggiore trasparenza contabile, principi che dicono di condividere anche alla luce degli standard di governance richiesti a livello europeo e olimpico. Quello che contestano è il metodo: una riforma scritta, denunciano, da chi dentro l'Unione ha visto solo quello che gli faceva comodo, senza un reale confronto con chi il tiro a segno lo gestisce ogni giorno tra bilanci, manutenzioni e apertura al pubblico. E lo stesso vale per Ponte San Pietro che rivendica una storia lunga quasi sessant'anni fatta di corsi, formazione e presidio del territorio anche oltre i confini della bergamasca, fino al lecchese, dove riesiede un numeroso bacino della sua utenza.
Il disegno di legge di conversione è già alla Camera con il numero A.C. 2988, e nelle prossime settimane si giocherà la partita degli emendamenti. I rappresentanti territoriali chiedono una redistribuzione più equa delle risorse derivanti da tesseramenti e corsi istituzionali. Altrimenti, avvertono, il rischio è la serrata di poligoni che sono punti di riferimento non solo sportivi ma anche di sicurezza pubblica e di formazione all'uso delle armi.
Al centro della protesta c'è l'articolo 8 del decreto-legge 26 giugno 2026, n. 108, recante disposizioni urgenti in materia di sport. Il provvedimento dovrebbe riordinare l'Unione Italiana Tiro a Segno separando la gestione sportiva da quella istituzionale, ma secondo presidenti e delegati territoriali il risultato concreto è un prelievo forzato di risorse dalle sezioni verso il centro.
Il primo nodo è economico. La quota di iscrizione obbligatoria sale da 11,56 a ben 25 euro e andrà interamente alla sede centrale dell'Unione Italiana Tiro a Segno, non più in parte alle sezioni come accadeva finora. A questo si aggiunge una trattenuta del 25% sui proventi dei corsi regolamentari di tiro e dei patentini per il maneggio delle armi, quelli che ogni sezione rilascia a guardie giurate e polizia locale. Per una realtà come Ponte San Pietro, che dal 1967 cura proprio i corsi di idoneità per il porto d'armi e gli allenamenti per gli iscritti armati, oltre all'attività sportiva agonistica di pistola, carabina e bench rest, si tratta di una voce di bilancio tutt'altro che marginale: dai territori si stima un incremento di gettito centralizzato di oltre 6,3 milioni di euro, sottratto alle casse locali che restano comunque responsabili al 100% dei costi di gestione, manutenzione e personale.
C'è poi la questione dell'Ispettore UITS, una nuova figura di controllo formata centralmente il cui compenso – fino a un massimo di 36mila euro annui – dovrà però essere pagato dalle stesse sezioni "nei limiti delle risorse appositamente previste dai bilanci". Lo Stato e l'Unione impongono quindi la figura e ne centralizzano la formazione, ma il costo ricade sulle casse locali, già in affanno. A questo si somma la centralizzazione della gestione patrimoniale: i beni demaniali in uso gratuito passeranno sotto la concessione diretta dell'UITS centrale, che assumerà anche il controllo sull'esecuzione dei lavori e sul rilascio delle agibilità. Le sezioni temono che questo si traduca in un imbuto decisionale capace di rallentare interventi di manutenzione urgenti sulle linee di tiro, con ricadute dirette sulla sicurezza degli impianti.
Le sezioni non contestano la necessità di modernizzare l'Unione né una maggiore trasparenza contabile, principi che dicono di condividere anche alla luce degli standard di governance richiesti a livello europeo e olimpico. Quello che contestano è il metodo: una riforma scritta, denunciano, da chi dentro l'Unione ha visto solo quello che gli faceva comodo, senza un reale confronto con chi il tiro a segno lo gestisce ogni giorno tra bilanci, manutenzioni e apertura al pubblico. E lo stesso vale per Ponte San Pietro che rivendica una storia lunga quasi sessant'anni fatta di corsi, formazione e presidio del territorio anche oltre i confini della bergamasca, fino al lecchese, dove riesiede un numeroso bacino della sua utenza.
Il disegno di legge di conversione è già alla Camera con il numero A.C. 2988, e nelle prossime settimane si giocherà la partita degli emendamenti. I rappresentanti territoriali chiedono una redistribuzione più equa delle risorse derivanti da tesseramenti e corsi istituzionali. Altrimenti, avvertono, il rischio è la serrata di poligoni che sono punti di riferimento non solo sportivi ma anche di sicurezza pubblica e di formazione all'uso delle armi.
























