Il valore di una persona non si misura dalla performance
Gentile Direttore,
ho letto con interesse l'invito rivolto ai giovani che hanno conseguito il massimo dei voti all'esame di terza media o alla maturità a inviare la propria fotografia per la pubblicazione sul giornale.
Comprendo l'intenzione positiva dell'iniziativa: celebrare l'impegno, la costanza e la dedizione di ragazze e ragazzi che hanno raggiunto risultati eccellenti. Tuttavia, non posso fare a meno di interrogarmi sul messaggio educativo che una proposta di questo tipo trasmette.
In un tempo in cui si parla molto di benessere psicologico degli studenti, di pressione da prestazione e di necessità di valorizzare i talenti in tutte le loro forme, rischiamo di veicolare un'idea riduttiva del successo: quella secondo cui meritano visibilità e riconoscimento soprattutto coloro che ottengono il voto più alto.
Un ragazzo non è un "100", così come una ragazza non è un "10 e lode". Dietro ogni percorso scolastico ci sono storie diverse, difficoltà superate, passioni coltivate, crescite personali spesso invisibili a una valutazione numerica. Ci sono studenti che hanno lottato contro fragilità personali, familiari o relazionali e che hanno raggiunto traguardi straordinari pur senza eccellere nelle classifiche dei voti.
La scuola dovrebbe insegnare che il valore di una persona non coincide con la sua performance. Per questo credo che sarebbe bello raccontare non soltanto chi ha ottenuto il massimo risultato, ma anche le storie di chi ha dimostrato resilienza, coraggio, creatività, spirito di collaborazione o capacità di rialzarsi dopo un fallimento.
Celebrare il merito è importante. Ma è altrettanto importante evitare che il riconoscimento pubblico contribuisca, anche involontariamente, ad alimentare l'idea che esistano studenti di serie A e studenti di serie B.
I nostri giovani hanno bisogno di sapere che valgono per ciò che sono e per il percorso che compiono, non soltanto per il numero scritto accanto al loro nome.
E se continuiamo a presentare i voti dei ragazzi come il criterio principale per meritare attenzione e riconoscimento, non sorprendiamoci poi se molti di loro finiscono per misurare il proprio valore nello stesso modo. E questa, più che una buona notizia, dovrebbe preoccuparci come comunità educante.
Cordiali saluti.
ho letto con interesse l'invito rivolto ai giovani che hanno conseguito il massimo dei voti all'esame di terza media o alla maturità a inviare la propria fotografia per la pubblicazione sul giornale.
Comprendo l'intenzione positiva dell'iniziativa: celebrare l'impegno, la costanza e la dedizione di ragazze e ragazzi che hanno raggiunto risultati eccellenti. Tuttavia, non posso fare a meno di interrogarmi sul messaggio educativo che una proposta di questo tipo trasmette.
In un tempo in cui si parla molto di benessere psicologico degli studenti, di pressione da prestazione e di necessità di valorizzare i talenti in tutte le loro forme, rischiamo di veicolare un'idea riduttiva del successo: quella secondo cui meritano visibilità e riconoscimento soprattutto coloro che ottengono il voto più alto.
Un ragazzo non è un "100", così come una ragazza non è un "10 e lode". Dietro ogni percorso scolastico ci sono storie diverse, difficoltà superate, passioni coltivate, crescite personali spesso invisibili a una valutazione numerica. Ci sono studenti che hanno lottato contro fragilità personali, familiari o relazionali e che hanno raggiunto traguardi straordinari pur senza eccellere nelle classifiche dei voti.
La scuola dovrebbe insegnare che il valore di una persona non coincide con la sua performance. Per questo credo che sarebbe bello raccontare non soltanto chi ha ottenuto il massimo risultato, ma anche le storie di chi ha dimostrato resilienza, coraggio, creatività, spirito di collaborazione o capacità di rialzarsi dopo un fallimento.
Celebrare il merito è importante. Ma è altrettanto importante evitare che il riconoscimento pubblico contribuisca, anche involontariamente, ad alimentare l'idea che esistano studenti di serie A e studenti di serie B.
I nostri giovani hanno bisogno di sapere che valgono per ciò che sono e per il percorso che compiono, non soltanto per il numero scritto accanto al loro nome.
E se continuiamo a presentare i voti dei ragazzi come il criterio principale per meritare attenzione e riconoscimento, non sorprendiamoci poi se molti di loro finiscono per misurare il proprio valore nello stesso modo. E questa, più che una buona notizia, dovrebbe preoccuparci come comunità educante.
Cordiali saluti.
Livia Valentini
























