Church pocket/117: il secondo scisma dei lefebvriani e la crisi della comunione
Non tutti gli scismi hanno il fragore delle tavole della legge spezzate alla discesa del Sinai o di un martello che batte sul chiodo delle novantacinque tesi affisse a una porta di una chiesa. Alcuni avanzano come una crepa nei muri antichi: all’inizio sembrano una linea sottile, poi dividono la casa. E quando la casa è la Chiesa, quella crepa passa sempre da un punto preciso: la comunione con Pietro.
Non è la Messa in latino ad aver prodotto lo scisma. La liturgia antica è il simbolo più visibile, forse il più emotivo, ma non è il cuore della frattura. Il nodo vero è più profondo: chi custodisce la Tradizione nella Chiesa Cattolica? E soprattutto: chi ha l’autorità di generare nuovi vescovi nella Chiesa? Con le consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio, la Fraternità Sacerdotale San Pio X non ha semplicemente disobbedito a una norma disciplinare. Ha posto un gesto che tocca l’architettura ontologica della Chiesa stessa: la successione apostolica, la comunione gerarchica, il rapporto tra ordine sacro e autorità romana.
Già a febbraio, dopo l’annuncio di nuove consacrazioni episcopali, il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva proposto alla Fraternità un percorso di dialogo specificamente teologico, chiedendo la sospensione delle ordinazioni perché esse avrebbero comportato una decisiva rottura della comunione ecclesiale. A maggio, il cardinale Víctor Manuel Fernández aveva ribadito che ordinare nuovi vescovi senza mandato pontificio avrebbe costituito un atto scismatico. Leone XIV, infine, ha scritto personalmente al superiore generale don Davide Pagliarani, con un appello a non lacerare la comunione della Chiesa, seppur un appello molto tardivo. Eppure sarebbe troppo facile raccontare questa vicenda come l’ennesimo scontro tra progressisti e tradizionalisti, tra latino e lingue moderne, tra Concilio e anti-Concilio come ho sentito in tutti i telegiornali nazionali, anche dalla bocca di vaticanisti affermati. Questa lettura è comoda, una lettura che polarizza e che, nella comunicazione moderna, attira ascolti, ma è sicuramente insufficiente. La Fraternità San Pio X non si percepisce come una forza di ribellione ma di custodia. Non si racconta come separata da Roma, ma come fedele a una Roma ideale, sottratta a ciò che giudica deviazione postconciliare. È il paradosso di ogni scisma religioso: ci si separa in nome di una fedeltà ritenuta più pura.

1. Il vescovo e la successione apostolica
Qui emerge il punto decisivo. Nella Chiesa cattolica il vescovo non è soltanto un ministro ordinato con la pienezza del sacramento dell’Ordine. È membro del collegio episcopale. E questo collegio non esiste mai separato dal suo capo, il Romano Pontefice. Il mandato pontificio non è quindi un timbro amministrativo su una carriera ecclesiastica; è il segno visibile che quella consacrazione episcopale avviene dentro la comunione della Chiesa. Il Codice di Diritto Canonico, che dobbiamo per forza citare, afferma che nessun vescovo può consacrare un altro vescovo senza che consti previamente il mandato pontificio. E la violazione di questa norma comporta la scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica, sia per il vescovo consacrante sia per chi riceve la consacrazione. Ma il diritto qui non è una gabbia esterna alla teologia. È la traduzione giuridica di una verità ecclesiologica: nessuno può costituire da sé una linea episcopale parallela senza ferire l’unità visibile della Chiesa. La Fraternità prova a spostare il problema sul rapporto tra ordine e giurisdizione affermando nei fatti che una consacrazione episcopale non autorizzata, se non accompagnata dall’intenzione di creare una giurisdizione autonoma, non costituirebbe necessariamente uno scisma. Ma questa difesa, pur raffinata sul piano teologico-canonico, non scioglie il nodo cattolico essenziale perché il vescovo non è mai solo un soggetto sacramentalmente valido. È un ministro ordinato per la Chiesa, nella Chiesa e con la Chiesa.
2. La San Pio X e la Sinodalità
È qui che il caso San Pio X interpella direttamente la Chiesa sinodale. Non perché la sinodalità sia la causa dello scisma. Sarebbe una semplificazione giornalistica. Il nesso è più profondo: la sinodalità, nella dottrina cattolica, non è il diritto di ogni gruppo a procedere per conto proprio. Non è una sorta di federalismo ecclesiale. Non è una democrazia. La sinodalità autentica è comunione ordinata: ascolto, partecipazione, discernimento, ma dentro una forma ecclesiale visibile e condivisa. La domanda che mi sono posto in questi giorni, prima dello scisma, è stata: in una Chiesa davvero sinodale, composta di tantissime realtà anche estreme, la Fraternità San Pio X avrebbe potuto avere un posto? La risposta che mi sono dato non è semplicemente negativa. Se sinodalità significa capacità di ascoltare anche le voci scomode, allora il mondo legato alla Tradizione liturgica e dottrinale non può essere trattato come un corpo estraneo da sopportare o da espellere solo perché a chi ascolta non piace sentire parlare di Tradizione.

Una Chiesa sinodale non può ascoltare soltanto le sensibilità più integrate, più aggiornate, più facilmente traducibili nel linguaggio ecclesiale dominante e più di moda. La Fraternità avrebbe potuto avere un posto come istanza critica, come memoria liturgica, come richiamo alla continuità dottrinale, alla verticalità del culto, alla serietà della formazione sacerdotale, all’ordine nelle Liturgia. Avrebbe potuto essere una voce scomoda, ma interna. Una presenza non accomodante, ma riconciliata. Questo, in fondo, era il tentativo aperto da Benedetto XVI: mostrare che l’antica forma liturgica, il Vetus Ordo, poteva vivere nella Chiesa senza diventare bandiera contro la Chiesa. Non un ritorno al passato come rifugio polemico, ma una riconciliazione della memoria. Il posto possibile, però, non poteva essere quello di una Chiesa nella Chiesa ovvero quello che è accaduto il 1° luglio. La Chiesa può riconoscere una sensibilità; non può riconoscere una giurisdizione parallela.
3. Le responsabilità di Roma
Prima dello scisma, Roma aveva ancora davanti alcune strade teoriche. Una prelatura personale, una società di vita apostolica, una struttura canonica peculiare modellata sul caso concreto: soluzioni diverse, alcune già previste anche dall’ordinamento canonico, ma tutte legate a una condizione irrinunciabile, cioè la piena comunione con la Sede Apostolica e un rapporto ordinato con i vescovi diocesani. Roma avrebbe potuto lasciargli alcune libertà ma in recinto strutturato e comunque sotto la mitria pontificia. Il problema, dunque, non era trovare una casa canonica alla Fraternità ma capire se la Fraternità fosse disposta ad abitarla senza trasformarla in una roccaforte. Qui si innesta anche la questione di Traditionis custodes. Sarebbe scorretto dire che quel motu proprio abbia causato lo scisma, per quanto possa essere piacevole pensarlo. La responsabilità prossima dell’atto scismatico resta di chi ha consacrato e di chi ha ricevuto la consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Tuttavia sarebbe ingenuo negare che Traditionis custodes abbia avuto un peso nel clima ecclesiale che ha preceduto la rottura. Formalmente, Traditionis custodes non era rivolto alla Fraternità San Pio X, già collocata in una posizione canonica irregolare. Era rivolto ai gruppi e ai fedeli legati al Vetus Ordo ma rimasti dentro la piena comunione cattolica. Tuttavia, sul piano simbolico, quel provvedimento ha prodotto un effetto più ampio: ha ristretto lo spazio intermedio tra tradizionalismo riconciliato e tradizionalismo separato. In quel clima, la Fraternità ha trovato il proprio argomento più efficace: presentarsi non come corpo separato da Roma, ma come rifugio di ciò che Roma sembrava non voler più custodire. È una lettura parziale, strumentale, teologicamente insufficiente. Ma non è nata nel vuoto. Traditionis custodes voleva impedire, forse, che la Messa antica diventasse il vessillo di una Chiesa parallela; ma ha finito però per rafforzare, consapevolmente e in alcuni ambienti, la narrazione di una Tradizione perseguitata. Questo non assolve la Fraternità. Aiuta a comprendere perché lo scisma possa apparire, ad alcuni suoi fedeli, non come una rottura, bensì come una difesa. Ed è proprio qui che la Chiesa deve interrogarsi: non sulla legittimità della scomunica ma sulla capacità pastorale di distinguere tra amore per la Tradizione e uso ideologico della Tradizione, uso fatto sia dalla Fraternità sia dalla Sede Apostolica.
C’è poi un’ultima domanda, forse la più delicata. Prima della frattura definitiva, sarebbe stato opportuno un incontro personale tra Leone XIV e il superiore della Fraternità? Dai dati pubblici risultano contatti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, una proposta di dialogo teologico, ulteriori avvertimenti e infine una lettera personale del Papa. Non risulta però, almeno dalle fonti pubbliche disponibili, un’udienza personale concessa da Leone XIV a don Pagliarani prima delle consacrazioni. Può questa assenza essere considerata una colpa? Canonisticamente no. Ma pastoralmente la domanda è meno semplice. In una Chiesa che si definisce sinodale, il linguaggio dell’incontro personale non è secondario. Una lettera tardiva può ammonire, chiarire, implorare. Un incontro, invece, può togliere argomenti alla narrazione della distanza. Forse non avrebbe cambiato l’esito. La Fraternità aveva già deciso, aveva già motivato pubblicamente la propria posizione, aveva già costruito il quadro teologico della necessità. Ma un colloquio diretto avrebbe avuto un valore ecclesiale forte: avrebbe detto che Roma non parla soltanto per decreti o con letterine, ma guarda negli occhi anche chi sta per rompere. Non avrebbe trasformato l’illecito in lecito; avrebbe però consumato fino in fondo la grammatica sinodale dell’ascolto. La formula più giusta, allora, è questa: la Fraternità ha scelto la rottura; Roma è stata troppo tiepida, diversamente dal trattamento che riserva al altri, non ha esaurito tutti i gesti possibili per impedire che quella rottura potesse essere raccontata come l’esito di una porta mai davvero aperta.
4. Orizzonti ecclesiali
Alla fine, il caso San Pio X costringe la Chiesa sinodale a chiarire sé stessa. Se sinodalità significa ascolto senza comunione, allora diventa frammentazione. Se significa disciplina senza ascolto, allora diventa amministrazione del dissenso. La via cattolica è più esigente: accogliere le differenze senza permettere che diventino separazione; custodire la comunione senza trasformarla in sospetto verso ogni sensibilità non dominante.
Il punto non è se il latino sia più sacro del volgare, né se la liturgia antica abbia ancora qualcosa da dire alla Chiesa contemporanea. Il punto è più radicale: nella Chiesa cattolica la Tradizione non è un archivio da difendere contro Roma, ma una vita ricevuta dentro la comunione con Roma. Quando la fedeltà alla Tradizione diventa motivo per sottrarsi al principio visibile dell’unità, non si conserva il passato: lo si isola. E una tradizione isolata, prima o poi, smette di essere cattolica e diventa appartenenza di gruppo. Per questo lo scisma della Fraternità San Pio X non parla solo latino. Parla di autorità, di comunione, di ferite non ascoltate, di rigidità reciproche, di diritto canonico, di pastorale e di una cura per la liturgia che gran parte del mondo cattolico ha ormai perso, trasformando le messe in messe in scena. Parla di una Chiesa che deve imparare a non confondere la Tradizione con la ribellione, ma anche a non spingere ogni tradizionalismo verso il sospetto. Parla, infine, della domanda cattolica per eccellenza: come restare fedeli senza separarsi?
La risposta non può essere cercata fuori dalla comunione. Perché nella Chiesa cattolica nessuna Tradizione è davvero custodita quando viene posta contro il principio visibile dell’unità. E nessuna sinodalità è davvero tale se non sa tenere insieme ascolto, verità e obbedienza ecclesiale.
5. Conclusioni
Ho seguito la celebrazione in diretta streaming e, al di là delle categorie canoniche e delle analisi ecclesiologiche, ci sono stati due momenti in cui ho percepito con chiarezza la ferita della comunione. Il primo è stato quando, secondo il rito, è stata posta la domanda sul mandato apostolico. Una formula breve, quasi tecnica, ma decisiva: non un dettaglio procedurale, bensì il segno visibile della comunione con Pietro. In quella domanda rimasta senza la risposta che la Chiesa attendeva, si è aperta la frattura. Il secondo momento è arrivato durante la Preghiera eucaristica, quando è stata nominata la comunione con papa Leone. Lì il dolore è diventato più profondo: la liturgia continuava a pronunciare il nome del Papa, mentre il gesto compiuto ne feriva concretamente la comunione. La bocca diceva l’unità; l’atto la lacerava.
Forse è questa la parte più tragica dello scisma: la separazione può avvenire mentre si usano ancora le parole della comunione. Si può nominare il Papa nella preghiera e, nello stesso tempo, rompere il vincolo visibile con lui. Per questo il cuore si è spezzato proprio lì: davanti a una Tradizione celebrata con solennità e bellezza, ma sottratta alla piena comunione cattolica. La domanda finale, allora, non riguarda soltanto la Fraternità San Pio X, ma tutti noi: che cosa resta della Tradizione quando non accetta più di essere custodita nell’obbedienza della comunione? La Chiesa sinodale dovrà imparare ad ascoltare anche queste ferite. Ma nessuna ferita, neppure la più sincera, può giustificare una comunione parallela. Perché nella Chiesa non basta nominare Pietro nella preghiera: bisogna restare con Pietro nella comunione.
Non è la Messa in latino ad aver prodotto lo scisma. La liturgia antica è il simbolo più visibile, forse il più emotivo, ma non è il cuore della frattura. Il nodo vero è più profondo: chi custodisce la Tradizione nella Chiesa Cattolica? E soprattutto: chi ha l’autorità di generare nuovi vescovi nella Chiesa? Con le consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio, la Fraternità Sacerdotale San Pio X non ha semplicemente disobbedito a una norma disciplinare. Ha posto un gesto che tocca l’architettura ontologica della Chiesa stessa: la successione apostolica, la comunione gerarchica, il rapporto tra ordine sacro e autorità romana.
Già a febbraio, dopo l’annuncio di nuove consacrazioni episcopali, il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva proposto alla Fraternità un percorso di dialogo specificamente teologico, chiedendo la sospensione delle ordinazioni perché esse avrebbero comportato una decisiva rottura della comunione ecclesiale. A maggio, il cardinale Víctor Manuel Fernández aveva ribadito che ordinare nuovi vescovi senza mandato pontificio avrebbe costituito un atto scismatico. Leone XIV, infine, ha scritto personalmente al superiore generale don Davide Pagliarani, con un appello a non lacerare la comunione della Chiesa, seppur un appello molto tardivo. Eppure sarebbe troppo facile raccontare questa vicenda come l’ennesimo scontro tra progressisti e tradizionalisti, tra latino e lingue moderne, tra Concilio e anti-Concilio come ho sentito in tutti i telegiornali nazionali, anche dalla bocca di vaticanisti affermati. Questa lettura è comoda, una lettura che polarizza e che, nella comunicazione moderna, attira ascolti, ma è sicuramente insufficiente. La Fraternità San Pio X non si percepisce come una forza di ribellione ma di custodia. Non si racconta come separata da Roma, ma come fedele a una Roma ideale, sottratta a ciò che giudica deviazione postconciliare. È il paradosso di ogni scisma religioso: ci si separa in nome di una fedeltà ritenuta più pura.

1. Il vescovo e la successione apostolica
Qui emerge il punto decisivo. Nella Chiesa cattolica il vescovo non è soltanto un ministro ordinato con la pienezza del sacramento dell’Ordine. È membro del collegio episcopale. E questo collegio non esiste mai separato dal suo capo, il Romano Pontefice. Il mandato pontificio non è quindi un timbro amministrativo su una carriera ecclesiastica; è il segno visibile che quella consacrazione episcopale avviene dentro la comunione della Chiesa. Il Codice di Diritto Canonico, che dobbiamo per forza citare, afferma che nessun vescovo può consacrare un altro vescovo senza che consti previamente il mandato pontificio. E la violazione di questa norma comporta la scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica, sia per il vescovo consacrante sia per chi riceve la consacrazione. Ma il diritto qui non è una gabbia esterna alla teologia. È la traduzione giuridica di una verità ecclesiologica: nessuno può costituire da sé una linea episcopale parallela senza ferire l’unità visibile della Chiesa. La Fraternità prova a spostare il problema sul rapporto tra ordine e giurisdizione affermando nei fatti che una consacrazione episcopale non autorizzata, se non accompagnata dall’intenzione di creare una giurisdizione autonoma, non costituirebbe necessariamente uno scisma. Ma questa difesa, pur raffinata sul piano teologico-canonico, non scioglie il nodo cattolico essenziale perché il vescovo non è mai solo un soggetto sacramentalmente valido. È un ministro ordinato per la Chiesa, nella Chiesa e con la Chiesa.
2. La San Pio X e la Sinodalità
È qui che il caso San Pio X interpella direttamente la Chiesa sinodale. Non perché la sinodalità sia la causa dello scisma. Sarebbe una semplificazione giornalistica. Il nesso è più profondo: la sinodalità, nella dottrina cattolica, non è il diritto di ogni gruppo a procedere per conto proprio. Non è una sorta di federalismo ecclesiale. Non è una democrazia. La sinodalità autentica è comunione ordinata: ascolto, partecipazione, discernimento, ma dentro una forma ecclesiale visibile e condivisa. La domanda che mi sono posto in questi giorni, prima dello scisma, è stata: in una Chiesa davvero sinodale, composta di tantissime realtà anche estreme, la Fraternità San Pio X avrebbe potuto avere un posto? La risposta che mi sono dato non è semplicemente negativa. Se sinodalità significa capacità di ascoltare anche le voci scomode, allora il mondo legato alla Tradizione liturgica e dottrinale non può essere trattato come un corpo estraneo da sopportare o da espellere solo perché a chi ascolta non piace sentire parlare di Tradizione.

Una Chiesa sinodale non può ascoltare soltanto le sensibilità più integrate, più aggiornate, più facilmente traducibili nel linguaggio ecclesiale dominante e più di moda. La Fraternità avrebbe potuto avere un posto come istanza critica, come memoria liturgica, come richiamo alla continuità dottrinale, alla verticalità del culto, alla serietà della formazione sacerdotale, all’ordine nelle Liturgia. Avrebbe potuto essere una voce scomoda, ma interna. Una presenza non accomodante, ma riconciliata. Questo, in fondo, era il tentativo aperto da Benedetto XVI: mostrare che l’antica forma liturgica, il Vetus Ordo, poteva vivere nella Chiesa senza diventare bandiera contro la Chiesa. Non un ritorno al passato come rifugio polemico, ma una riconciliazione della memoria. Il posto possibile, però, non poteva essere quello di una Chiesa nella Chiesa ovvero quello che è accaduto il 1° luglio. La Chiesa può riconoscere una sensibilità; non può riconoscere una giurisdizione parallela.
3. Le responsabilità di Roma
Prima dello scisma, Roma aveva ancora davanti alcune strade teoriche. Una prelatura personale, una società di vita apostolica, una struttura canonica peculiare modellata sul caso concreto: soluzioni diverse, alcune già previste anche dall’ordinamento canonico, ma tutte legate a una condizione irrinunciabile, cioè la piena comunione con la Sede Apostolica e un rapporto ordinato con i vescovi diocesani. Roma avrebbe potuto lasciargli alcune libertà ma in recinto strutturato e comunque sotto la mitria pontificia. Il problema, dunque, non era trovare una casa canonica alla Fraternità ma capire se la Fraternità fosse disposta ad abitarla senza trasformarla in una roccaforte. Qui si innesta anche la questione di Traditionis custodes. Sarebbe scorretto dire che quel motu proprio abbia causato lo scisma, per quanto possa essere piacevole pensarlo. La responsabilità prossima dell’atto scismatico resta di chi ha consacrato e di chi ha ricevuto la consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Tuttavia sarebbe ingenuo negare che Traditionis custodes abbia avuto un peso nel clima ecclesiale che ha preceduto la rottura. Formalmente, Traditionis custodes non era rivolto alla Fraternità San Pio X, già collocata in una posizione canonica irregolare. Era rivolto ai gruppi e ai fedeli legati al Vetus Ordo ma rimasti dentro la piena comunione cattolica. Tuttavia, sul piano simbolico, quel provvedimento ha prodotto un effetto più ampio: ha ristretto lo spazio intermedio tra tradizionalismo riconciliato e tradizionalismo separato. In quel clima, la Fraternità ha trovato il proprio argomento più efficace: presentarsi non come corpo separato da Roma, ma come rifugio di ciò che Roma sembrava non voler più custodire. È una lettura parziale, strumentale, teologicamente insufficiente. Ma non è nata nel vuoto. Traditionis custodes voleva impedire, forse, che la Messa antica diventasse il vessillo di una Chiesa parallela; ma ha finito però per rafforzare, consapevolmente e in alcuni ambienti, la narrazione di una Tradizione perseguitata. Questo non assolve la Fraternità. Aiuta a comprendere perché lo scisma possa apparire, ad alcuni suoi fedeli, non come una rottura, bensì come una difesa. Ed è proprio qui che la Chiesa deve interrogarsi: non sulla legittimità della scomunica ma sulla capacità pastorale di distinguere tra amore per la Tradizione e uso ideologico della Tradizione, uso fatto sia dalla Fraternità sia dalla Sede Apostolica.
C’è poi un’ultima domanda, forse la più delicata. Prima della frattura definitiva, sarebbe stato opportuno un incontro personale tra Leone XIV e il superiore della Fraternità? Dai dati pubblici risultano contatti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, una proposta di dialogo teologico, ulteriori avvertimenti e infine una lettera personale del Papa. Non risulta però, almeno dalle fonti pubbliche disponibili, un’udienza personale concessa da Leone XIV a don Pagliarani prima delle consacrazioni. Può questa assenza essere considerata una colpa? Canonisticamente no. Ma pastoralmente la domanda è meno semplice. In una Chiesa che si definisce sinodale, il linguaggio dell’incontro personale non è secondario. Una lettera tardiva può ammonire, chiarire, implorare. Un incontro, invece, può togliere argomenti alla narrazione della distanza. Forse non avrebbe cambiato l’esito. La Fraternità aveva già deciso, aveva già motivato pubblicamente la propria posizione, aveva già costruito il quadro teologico della necessità. Ma un colloquio diretto avrebbe avuto un valore ecclesiale forte: avrebbe detto che Roma non parla soltanto per decreti o con letterine, ma guarda negli occhi anche chi sta per rompere. Non avrebbe trasformato l’illecito in lecito; avrebbe però consumato fino in fondo la grammatica sinodale dell’ascolto. La formula più giusta, allora, è questa: la Fraternità ha scelto la rottura; Roma è stata troppo tiepida, diversamente dal trattamento che riserva al altri, non ha esaurito tutti i gesti possibili per impedire che quella rottura potesse essere raccontata come l’esito di una porta mai davvero aperta.
4. Orizzonti ecclesiali
Alla fine, il caso San Pio X costringe la Chiesa sinodale a chiarire sé stessa. Se sinodalità significa ascolto senza comunione, allora diventa frammentazione. Se significa disciplina senza ascolto, allora diventa amministrazione del dissenso. La via cattolica è più esigente: accogliere le differenze senza permettere che diventino separazione; custodire la comunione senza trasformarla in sospetto verso ogni sensibilità non dominante.

La risposta non può essere cercata fuori dalla comunione. Perché nella Chiesa cattolica nessuna Tradizione è davvero custodita quando viene posta contro il principio visibile dell’unità. E nessuna sinodalità è davvero tale se non sa tenere insieme ascolto, verità e obbedienza ecclesiale.
5. Conclusioni
Ho seguito la celebrazione in diretta streaming e, al di là delle categorie canoniche e delle analisi ecclesiologiche, ci sono stati due momenti in cui ho percepito con chiarezza la ferita della comunione. Il primo è stato quando, secondo il rito, è stata posta la domanda sul mandato apostolico. Una formula breve, quasi tecnica, ma decisiva: non un dettaglio procedurale, bensì il segno visibile della comunione con Pietro. In quella domanda rimasta senza la risposta che la Chiesa attendeva, si è aperta la frattura. Il secondo momento è arrivato durante la Preghiera eucaristica, quando è stata nominata la comunione con papa Leone. Lì il dolore è diventato più profondo: la liturgia continuava a pronunciare il nome del Papa, mentre il gesto compiuto ne feriva concretamente la comunione. La bocca diceva l’unità; l’atto la lacerava.
Forse è questa la parte più tragica dello scisma: la separazione può avvenire mentre si usano ancora le parole della comunione. Si può nominare il Papa nella preghiera e, nello stesso tempo, rompere il vincolo visibile con lui. Per questo il cuore si è spezzato proprio lì: davanti a una Tradizione celebrata con solennità e bellezza, ma sottratta alla piena comunione cattolica. La domanda finale, allora, non riguarda soltanto la Fraternità San Pio X, ma tutti noi: che cosa resta della Tradizione quando non accetta più di essere custodita nell’obbedienza della comunione? La Chiesa sinodale dovrà imparare ad ascoltare anche queste ferite. Ma nessuna ferita, neppure la più sincera, può giustificare una comunione parallela. Perché nella Chiesa non basta nominare Pietro nella preghiera: bisogna restare con Pietro nella comunione.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
























