Intervista a Don Eugenio Folcio, nei sessant'anni di ordinazione sacra. "La Chiesa deve essere un ospedale da campo e il sacerdote deve vivere l'odore delle pecore"

84 anni di cui 60 da prete. Don Eugenio Folcio ha festeggiato con le sue comunità (Novate, Olginate. Robbiate, Missaglia, Canzo) un traguardo invidiabile, per la forma e le modalità con cui ci arrivato. Non è un prete “da panchina” e nemmeno da difesa. Gioca in attacco ma accompagna volentieri il centrocampista fino alla porta per segnare il goal. Lui in partita c'è.
Riprendendo un proverbio polacco citato da Giovanni Paolo II “se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane”.
E così lui ha fatto allora, quando giovane lo era davvero, e oggi con qualche capello bianco in più. O in meno. A lui, nell'occasione di questo sessantesimo, abbiamo chiesto una fotografia non solo del suo sacerdozio ma anche di come lo vive oggi.
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Ci fu una persona o un “fatto” che la spinsero a decidere di consacrare la sua vita a Dio?
La decisione di consacrare la mia vita a Dio è stata frutto di un insieme di fattori. Anzitutto il clima che si respirava a Canzo, mio paese natale, dove la vita della comunità era plasmata dal carisma dei sacerdoti. Ricordo che ero bambino e un sacerdote fu letteralmente schiantato dalla fucilazione di alcuni partigiani. Un fatto rimasto impresso nella mia memoria anche anni dopo, proprio per il dolore che quell'episodio provocò a quell'uomo di Chiesa che non si riprese mai. Ricordo poi tanti altri preti che sono stati importanti per come hanno vissuto la loro Fede e la fraternità con la popolazione: monsignor Fino Camillo, don Ernesto Cereda e un prete rosminiano, sacerdote nel Belice, che tornava a Canzo in estate da un amico. Mi aveva chiesto di fargli conoscere il paese, io lo accompagnavo felice. Frequentavo la prima media del seminario. Un giorno mi chiese se volevo davvero diventare prete. La mia risposta fu: non so. E lui di rimando: tieni duro. Dopo tanti anni di vita sacerdotale ho capito cosa voleva dire quel monito a tenere duro. Ero infine ammirato da monsignor Lorenzo Balconi, missionario del PIME. Era stato mutilato negli anni pesanti del comunismo di Mao: non aveva un braccio, ma lui continuava a professare la sua Fede nonostante la sofferenza. Per me era motivo di stupore e profonda riflessione. La mia infanzia e fanciullezza sono state così ritmate sul quotidiano fatto di piccole cose e di riti da rispettare. Con i bambini salivamo in montagna a raccogliere i narcisi che poi vendevamo. Era una usanza a cui noi bambini amavamo partecipare ma alle 11 di domenica bisognava essere indietro per la Messa e guai se si mancava. Questa rigidità ha plasmato tutta la mia vita e mi ha infuso la fedeltà in certi valori e per certe scelte.


Cosa ricordare del giorno della sua ordinazione?

Sono stato ordinato il 28 giugno 1966 e ho celebrato la prima Messa il giorno successivo, a Canzo. Eravamo una ottantina di sacerdoti diocesani e poi c'erano i missionari. A imporci le mani è stato il cardinale Colombo è stato un momento emozionante e struggente. Il Duomo era gremito di giovani con le loro famiglie e tanti amici. Avevamo il cuore colmo di gioia e anche di responsabilità: eravamo stati chiamati a qualcosa di grande, che si intuiva e si desiderava ma che non si conosceva in profondità perché non conoscevamo il mistero a cui avremmo avuto accesso. Eravamo avvolti da questa atmosfera e da un turbine di sentimenti, che erano sconvolgenti.


Quale è stato il momento più difficile o la scelta più pesante di questi 60 anni da prete?
Le difficoltà in questi sessant’anni non sono certo mancate, ma del resto eravamo preparati perché il Signore che lo aveva predetto “per causa mia sarete perseguitati”. Le difficoltà, in realtà, si sono coagulate attorno ai cambiamenti di stile e di pastorale che si sono verificati. Nel 1966 siamo stati chiamati a essere portatori di una presenza di Cristo, ma il mondo già si stava evolvendo e trasformando. Erano gli anni caldi e ruggenti. Da una parte noi novelli sacerdoti sentivamo le istanze della fedeltà al Signore e dall'altra assistevamo alle esigenze di una pastorale in cambiamento. E così si accumulavano ritardi nelle risposte, situazioni complesse, fatiche che non trovavano respiro. E poi c'era il distacco dalle varie comunità dove si era destinati. Io sono stato fortunato perché ho sempre trovato belle realtà con giovani meravigliosi che mi sono stati di esempio e di sprone a non mollare. Mi dicevo: se ce l'ha fatta quel papà, quella mamma, di fronte alla morte tragica di un figlio, perchè non devo farcela io? Davanti ai miei occhi scorrono i volti e i nomi di tante persone, di genitori, di figli che hanno vissuto sofferenze indicibili, eppure non sono crollati. Sono stati per me il migliore insegnamento di fedeltà, servizio, dono, sacrificio senza se e senza ma. La loro forza e la loro tenacia mi hanno fatto comprendere l'armonia tra la vita di servizio e la vita di fede.
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Rispetto a sessant’anni fa, sono cambiati i giovani, le famiglie, le comunità cristiane. Se sì, come? La Chiesa è stata in grado di cambiare con loro senza modificare la sua essenza o per tenere le “folle” ha allentato le maglie?
La Chiesa è inserita nel mondo, non è una entità o una struttura a se stante. C'è chi la vorrebbe rimettere in una nicchia con il suo apparato più o meno conservatore, con i suoi riti antichi. La chiesa deve essere un ospedale da campo. La società è cambiata e questa umanità rischia di fermarsi sull'oggi, sull'attimo fuggente. La Chiesa ha il compito di portare Gesù con il suo messaggio e di aiutare il fratello debole, con testimoni capaci e credibili che non abbandonino il mondo e nemmeno si fermino nel mondo, ma proiettati verso una eternità che comincia già qui. Come cristiani abbiamo vissuto gli anni del socialismo, della teologia della liberazione, dell'impegno sociale. Qualche volta si è anche deragliato ma non vanno dimenticate le parole di Cristo che ci invitava a non spaventarci perchè le porte degli inferi non avrebbero prevalso. Oggi la Chiesa deve essere missionaria e vicina alla gente, non può non stare, deve respirare sia il polmone della contemplazione nella gioia di stare col Signore e al tempo stesso deve sentire la compassione delle pecore senza pastore.
 

Ritiene che si stia avverando la profezia di Benedetto XVI che la Chiesa del futuro sarebbe diventata numericamente più piccola, ma più umile e autentica?
Papa Benedetto XVI mi aveva colpito con quello che ritengo essere il suo libro più bello “Introduzione al cristianesimo”. Un testo magistrale che mi aveva affascinato. Credo che il profeta non sia quello che prevede il futuro ma colui che legge il presente alla luce della Parola di Dio. In Occidente ci troviamo con una Chiesa sempre meno numerosa ma sempre più richiamata all'essenziale. Siamo passati da una Chiesa piramidale: in cima il Papa, i vescovi, i parroci, i collaboratori, i praticanti, i simpatizzanti e poi i non frequentanti. Ora la piramide si è ribaltata. Oggi si parla di sinodalità, di comunione fraterna. La chiesa è tornata sul modello delle prime comunità cristiane dove lo stare insieme non era una questione geografica ma di scelta. Questa configurazione allora introduce figure di collaboratori, sempre più necessari e sempre più urgenti, che non sostituiscono il parroco ma si inseriscono nella società e sono capaci di contagiare. Il cardinale Carlo Maria Martini è stato un vento soffice e impetuoso che ci ha fatto gustare la Parola di Dio. Oggi tutte le nostre parole franano contro la seduzione della modernità e della secolarizzazione. La modernità è affascinante con il suo apparato e la sua forza seduttiva e la tradizione non basta più. Per un giovane di oggi la religione appare come un piccolo segmento tra i meno desiderati e ricercati e la sfida per far tenere questo baluardo è elevata.
 

Sempre restando in tema di Pontefici, lei per dirla alla Papa Francesco, lei è il pastore che porta addosso l’odore delle sue pecore. La si vede e la si sente a 84 anni suonati, col microfono in mano giornate intere in oratorio sotto il sole cocente, al termine della Messa stringere le mani ai fedeli, in prima fila agli spettacoli dei ragazzi. Il suo oratorio è tra i più frequentati del territorio. Tutto questo è forse la chiave del successo, specie oggi dove le famiglie sono disgregate, i ragazzi spesso annoiati o distratti e il mondo è una corsa a chi arriva prima? Non si sente mai stanco? Ha avuto qualche volta la tentazione di mollare?
Ho avuto la fortuna di respirare l'atmosfera rurale, nella semplicità e nella genuinità di casa mia. L'abitazione confinava con l'oratorio e lì sono cresciuto. Nell'oratorio ho creduto, sotto la spinta di don Bosco ma l'oratorio di ieri è finito: siamo in un contesto diverso dove le sollecitazioni sono tante. L'oratorio un tempo suppliva alle carenze sociali, sportive, culturali che mancavano nei paesi. Oggi la proposta esterna è abbondante e anche di livello elevato. L'odore delle pecore mi è rimasto addosso con i campeggi, le varie attività, lo stare con i ragazzi e tutto ciò che ci si inventava per intrattenerli. Oggi questo bisogno lo si avverte più di ieri perché il contesto dei valori è disgregato, tutti una volta credevano e andavano in chiesa e in oratorio. Oggi non è più così. Dopo la Prima Comunione e la Cresima le aule di catechismo si svuotano e così gli oratori. Oggi il compito è quello di qualificarsi ed educare. Dobbiamo aiutare i ragazzi a ritrovare l'entusiasmo per le cose belle, per la bellezza della semplicità. I giovani ma direi già i bambini oggi non riescono più a comunicare, non sentono la bellezza dello stare assieme, del giocare con qualcosa che non sia un cellulare o un computer o uno schermo televisivo. Bisogna tornare al gioco perchè i ragazzi, con professionisti che li sappiano guidare, poi apprendono, si divertono e apprezzano. Il compito più urgente che abbiamo è quello di aiutare i ragazzi a diventare adulti, ad acquisire consapevolezza, a vivere le giornate come opportunità e non a trascinarsi.
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C’è un rimpianto nel cuore di don Eugenio? Quale è stato il momento più difficile che ha affrontato?
Non ho rimpianti. Questi anni sono stati una crescita. Guardandosi indietro, come quando si va in montagna e si arriva in cima dopo una faticosa e gioiosa scalata, si può osservare il cammino percorso e si comprende che tutto è stato un dono. Ho trovato delle difficoltà, dalle più aggressive che ti insinuavano la tentazione di mollare e di farti chiedere se ne valesse la pena, a quelle più concrete e meno frustranti. Ma il Signore c'è sempre stato.


E invece la gioia più grande?
La gioia più vivida è stata ogni volta che qualche giovane ha accolto e interiorizzato i valori cristiani e ne ha fatto poi la guida per la sua vita. Poi ho avuto tanti ragazzi che hanno raggiunto incarichi importanti come monsignor Franco Giulio Brambilla oppure monsignor Scanziani, o anche Pierluigi Casiraghi centravanti della nazionale che si allenava nel campetto dell'oratorio di Missaglia e poi è passato al Monza e alla serie B.


Domanda scontata: rifarebbe tutto?
Rifarei tutto, chiaramente tranne quello che ho sbagliato. Si dice che quando si costruisce una casa, la si deve fare due volte. I tanti limiti vanno letti nel contesto dell'età, dell'ambiente, dell'impulsività. Ma di certo se potessi scegliere tornerei a vivere di più l'odore delle pecore.
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CURIOSITA’
Quale è il suo autore o il suo libro preferito?
Ce ne sono tanti. Di certo Viktor Frankl psicologo sopravvissuto ad Auschwitz, i Promessi sposi e poi i testi di don Tonino Belo, don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari.


Quale è il suo cantante o la sua canzone preferita?
Direi quelli della mia epoca: Celentano, Morandi, Battisti.
 

E il suo film?
Quando ero coadiutore a Missaglia avevo organizzato il cineforum, una vera novità per quei tempi. Ho sempre avuto la passione per i registi russi. Ho apprezzato “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman o comunque film piuttosto impegnativi.


Quale è il santo a cui don Eugenio si ispira?
Nei miei anni ho tratto esempio e ispirazione da San Giovanni Bosco e dal Curato d'Ars, poi ci sono i santi moderni come Tonino Bello o il Cardinal Martini. Quest'ultimo mi ha aiutato molto a superare le frustrazioni da prete: si investiva tanto sui giovani, davi loro fiducia e risorse e poi ti deludevano. Altri invece che avevi trascurato arrivavano a fare scelte coraggiose che ti facevano pensare. L'inizio per un sacerdote è sempre folgorante e incandescente poi tutto va calibrato con il contesto e interiorizzato. E in questo il cardinal Martini mi è stato di grande aiuto per non crollare.
 

In questi 60 anni da prete ha mai fatto una pazzia (di quelle che si possono raccontare chiaramente)?
No, nessuna. Il mio cammino è stato lineare, nel solco della tradizione e degli insegnamenti ricevuti.
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Se non avesse fatto il sacerdote a cosa si sarebbe dedicato?
L'insegnante o l'operatore sociale.


Ricorda il suo primo matrimonio celebrato? Il suo primo funerale o la prima estrema unzione impartita? Il primo battesimo?
Ricordo molto bene la prima estrema unzione che ho impartito. Ero appena arrivato a Missaglia, novello prete. Fui chiamato a confortare un giovane papà che stava morendo ma ero io quello che doveva essere sorretto. Quel papà lasciava due bambini piccoli, una moglie. Un ricordo doloroso che ancora oggi è molto vivido. E un'altra volta quando un mio coetaneo mi chiese, al suo capezzale, di aiutarlo a morire. In quei momenti senti il vuoto sotto i piedi.
 

Don Eugenio si presenta al cospetto di San Pietro il quale gli chiede conto dei talenti. Su cosa don Eugenio “va via liscio” e su cosa invece “ha incespicato” nei suoi 80 anni da sacerdote? (perché noi lo vogliamo per altri venti in servizio tra noi)
San Pietro non potrà che procedere nell'ottica di Gesù: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero pellegrino e mi avete accolto. Su tutto ciò probabilmente sono in deficit. Avrei voluto fare di più, essere più capace di condividere le situazioni, le sofferenze, le gioie, testimoniando senza ipocrisia per il compito che mi è stato dato. Al tempo stesso dirò a San Pietro di aiutarmi perchè anche lui è entrato in crisi, gli ricorderò il gallo che ha cantato tre volte e a lui, come a me, ricorderò l'unica domanda che Gesù ci ha posto: mi ami tu? Mi vuoi bene. Questa è la vera spina, che ci punge ma che ci guarisce al tempo stesso.
S.V.
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