Church Pocket / 116. Cosa dice davvero Magnifica Humanitas?3/5. La sfida del transumanesimo


C'è una domanda che attraversa silenziosamente tutta la storia umana. Non riguarda la politica, l'economia o la tecnologia. Riguarda l'uomo stesso. Fino a che punto accettiamo di essere creature? Fino a che punto siamo disposti a convivere con i nostri limiti? Per secoli questa domanda ha abitato la filosofia, la teologia e perfino la letteratura. Oggi, però, non appartiene più soltanto al mondo delle idee. Grazie allo sviluppo dell'intelligenza artificiale, delle biotecnologie, delle neuroscienze e dell'ingegneria genetica, essa sta assumendo una forma concreta e sempre più attuale.
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3. La sfida del transumanesimo
È proprio qui che Magnifica Humanitas affronta uno dei temi più originali e forse più sorprendenti dell'intero documento: il transumanesimo e il postumanesimo. Per molti lettori si tratta di parole poco familiari. Eppure descrivono una corrente culturale sempre più influente. Non si tratta semplicemente dell'uso della tecnologia per migliorare la qualità della vita, curare le malattie o facilitare il lavoro umano. Questo la Chiesa lo ha sempre guardato con favore. Il transumanesimo compie un passo ulteriore. Immagina la tecnologia come uno strumento capace di modificare radicalmente la condizione umana. L'obiettivo non è più aiutare l'uomo, ma trasformarlo. Potenziarne l'intelligenza, allungarne indefinitamente la vita, correggerne i limiti biologici, integrare il corpo con le macchine e, in alcune visioni più radicali, superare persino la morte. Leone XIV osserva che queste idee non appartengono più soltanto alla fantascienza. Esse stanno progressivamente entrando nell'immaginario collettivo e influenzano il modo in cui la società guarda alla tecnologia, alla salute, alla vecchiaia e perfino al significato stesso dell'essere umano. Nell'enciclica si legge che il transumanesimo e il postumanesimo condividono «la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana». Non si tratta di una questione marginale, ma di uno dei grandi nodi antropologici del nostro tempo.
La questione, però, non è se queste tecnologie funzioneranno davvero o fino a che punto riusciranno a svilupparsi. La vera domanda è un'altra: quale idea di uomo si nasconde dietro questi progetti?
Per la fede cristiana il limite non è una maledizione. È il segno della nostra condizione creaturale. L'uomo non è Dio e non è chiamato a diventarlo attraverso la tecnologia. È chiamato piuttosto a riconoscere la propria connessione interiore e ontologica con Dio e a vivere la propria esistenza come relazione con Dio, da cui si sviluppa la relazione con sé stesso, con l’altro, con la comunità e con il creato. Per questo la critica di Leone XIV non è né tecnica né scientifica ma profondamente teologica.
In fondo, il sogno di superare ogni limite accompagna l'umanità fin dalle prime pagine della Bibbia. La tentazione del serpente nel libro della Genesi non prometteva forse proprio questo? «Diventerete come Dio» (Gen 3,5). Anche il racconto della Torre di Babele, che occupa un posto importante nell'enciclica, racconta il tentativo dell'uomo di costruire autonomamente la propria salvezza, confidando esclusivamente nelle proprie capacità. Da Babele fino ai laboratori della Silicon Valley, la domanda rimane sorprendentemente simile: l'uomo può bastare a sé stesso?
Uno dei passaggi più interessanti dell'enciclica consiste proprio nella rivalutazione del limite. Pur senza citarlo espressamente, il ragionamento di Leone XIV sembra richiamare una delle intuizioni più profonde di san Paolo. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, l'Apostolo racconta di aver pregato il Signore perché lo liberasse dalla sua «spina nella carne», ricevendo una risposta sorprendente: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Da qui la celebre conclusione paolina: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). È una logica diametralmente opposta a quella del transumanesimo. Mentre quest'ultimo tende a considerare la fragilità come un difetto da correggere e la dipendenza come un limite da eliminare, il cristianesimo riconosce proprio nella debolezza uno dei luoghi privilegiati dell'incontro con Dio. Non perché la sofferenza sia un bene in sé, né perché il cristiano debba rinunciare a combattere il dolore e la malattia, ma perché la verità dell'uomo non coincide con la sua autosufficienza. La cultura contemporanea tende spesso a considerare la fragilità come qualcosa da superare. Malattia, vecchiaia, vulnerabilità vengono percepite come anomalie da eliminare. La tecnologia promette continuamente di ridurre questi limiti e, in molti casi, è giusto che lo faccia. La medicina che cura una malattia, una protesi che restituisce autonomia, un sistema tecnologico che migliora la qualità della vita sono autentici progressi umani. Il problema nasce quando il limite non viene più considerato una dimensione contingente della vita, ma un nemico assoluto. Per Leone XIV la fragilità non rappresenta il fallimento dell'uomo. È il luogo in cui l'uomo scopre di non essere autosufficiente. È il luogo in cui comprende di aver bisogno degli altri, della comunità e, ultimamente, di Dio. 
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Il transumanesimo immagina una salvezza ottenuta attraverso la tecnica. L'uomo viene perfezionato mediante l'accumulo di conoscenza, potenza e controllo. Letto da una prospettiva cristiana, il transumanesimo rischia di assumere i tratti di un nuovo gnosticismo tecnologico. Se lo gnosticismo antico prometteva la salvezza attraverso una conoscenza riservata a pochi eletti, il transumanesimo promette una sorta di redenzione mediante la tecnica. In entrambi i casi emerge la tentazione di liberarsi della condizione creaturale e della fragilità umana attraverso le proprie forze. La promessa è quella dell'uomo aumentato.
Il cristianesimo parla invece di redenzione. Non promette l'abolizione della fragilità mediante la tecnologia, ma la sua trasfigurazione attraverso la grazia. Non annuncia un uomo che diventa Dio grazie alle macchine, ma un Dio che si fa uomo per salvare l'uomo. Da una parte vi è la fiducia nella capacità dell'uomo di auto-costruirsi. Dall'altra la consapevolezza che la salvezza è anzitutto un dono.
Per questo Leone XIV non contrappone la fede al progresso. Contrappone piuttosto due modi diversi di guardare l'uomo: uno che vede nella fragilità un difetto da cancellare e uno che la riconosce come parte della verità della persona.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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