Brivio: negozianti tra paura e resistenza a più di un mese dalla chiusura del ponte. "Ma l'incognita vera è l'inverno"

È ormai passato poco più di un mese da quel 4 maggio in cui il ponte di Brivio è stato chiuso al traffico per i lavori di manutenzione straordinaria affidati ad Anas. Una serrata destinata a durare quindici mesi – l'ordinanza fissa la riapertura al 31 luglio 2027 – per un intervento da circa 14 milioni di euro che, al termine, dovrebbe restituire al viadotto centenario una portata molto superiore a quella attuale. Sulla carta, una buona notizia per un'infrastruttura nata oltre un secolo fa e ormai ampiamente oltre la propria vita utile. Nella quotidianità, però, la chiusura dell'unico collegamento agevole tra il Lecchese e la Bergamasca in questo tratto dell'Adda si è tradotta in ciò che era stato ampiamente annunciato: code interminabili sulle alternative di Paderno e Olginate, tempi di percorrenza dilatati, e un centro che, da snodo di passaggio, si è ritrovato improvvisamente ai margini.

Per capire come stia incidendo tutto questo sul tessuto commerciale del paese, abbiamo ascoltato le voci di chi quella saracinesca la alza ogni mattina. L'umore generale si può riassumere in una parola sola: incertezza. E in una scadenza che tutti hanno in testa: l'inverno.

Il primo a darci il polso della situazione è Manolito Falbo, dell'Ottica alla Mano. La sua è una preoccupazione misurata, di chi al momento non registra cali drammatici – "siamo nella norma", ci dice – ma non riesce a togliersi di dosso il pensiero dei mesi a venire. La paura, condivisa con gli altri esercenti, è tutta proiettata sul lungo periodo. Quindici mesi sono tanti, e soprattutto c'è l'inverno di mezzo, quando l'affluenza fisiologicamente si riduce e il venir meno del passaggio rischia di pesare molto di più.
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È un timore che torna, identico, qualche metro più in là. Da Vera Napoli il proprietario mantiene un certo equilibrio: la clientela, per ora, non è sparita, e anzi qualche nuovo affezionato è arrivato proprio da questa sponda, da chi prima si rivolgeva a pizzerie dall'altra parte del fiume e ora preferisce restare. Il calo stimato si aggira intorno al 10%, un danno contenuto, ma anche qui lo sguardo corre dritto a dicembre e gennaio, e ad una criticità precisa: l'asporto. "Chi prendeva la pizza due o tre volte a settimana – è il ragionamento – difficilmente aggiunge venti minuti di strada solo per una cena da portare a casa. Trova un'altra pizzeria, magari più vicina, e spesso non torna più". Insomma, un servizio preciso, come l'acquisto delle lenti da vista o una specialità culinaria unica li si possono ancora andare a cercare facendo qualche chilometro in più; una pizza del venerdì sera, no. Ed è lì che la chiusura prolungata può fare la differenza, trasformando un calo sopportabile in una perdita strutturale di clientela.

Addentrandosi sempre di più nella ristorazione, il comparto che più di tutti vive di passaggio e di "sfizio", il quadro si fa più cupo. È il caso del ristorante pizzeria Luna Rossa, uno dei primi esercizi commerciali che si notano arrivando a Brivio, per la sua posizione strategica in prossimità della SS342. A gestirlo è una famiglia originaria proprio di Cisano: genitori ormai anziani e una struttura che non lascia margini. Non possono ridurre i turni, perché rinunciare anche solo al servizio di pranzo o a quello di cena significherebbe, di fatto, chiudere. Per questo motivo, spiega la figlia, quest'anno non potranno permettersi personale aggiuntivo che alleggerisca il carico. La definizione che ci viene consegnata è netta e fotografa lo stato d'animo del settore: "un bagno di sangue".

Il paragone più duro viene proposto da Chiara Donadoni, proprietaria del centro estetico New Life, realtà esistente sul territorio da ormai 25 anni. Il suo negozio sorge sulla statale, una posizione comprata a suo tempo proprio per ragioni strategiche: il flusso continuo di auto che dalla provincia di Bergamo e da quella di Lecco le portava clienti da entrambe le sponde. Oggi quel flusso non c'è più. Lei stessa vive al di là del ponte e per arrivare al lavoro è passata da pochi minuti a oltre mezz'ora di tragitto. Il giudizio è tranchant: "Peggio del Covid". Non per i numeri in sé, ma per due ragioni che si sommano. La prima è l'assenza di certezze: nessuno garantisce che il ponte riaprirà davvero entro quei quindici mesi e non oltre. La seconda, ancora più pesante, è l'assenza di sostegni. Durante la pandemia, ricorda, c'erano almeno degli ammortizzatori – la possibilità di dilazionare o prorogare i pagamenti, qualche forma di aiuto agli esercenti. Qui, finora, nulla di tutto questo. I negozianti si sentono lasciati a se stessi, a cavarsela con quel poco che resta.

Chiara può contare su uno zoccolo solido di clienti affezionati, costruito in oltre due decenni di attività e questo la mette al riparo dal tracollo immediato. Ma il discorso si allarga oltre il singolo negozio. Se da un lato la riduzione del traffico ha portato anche un po' di quiete e meno rumore, dall'altro ha sottratto al paese la sua linfa. Non solo le auto, anche le persone che camminavano per le vie. Il rischio, soprattutto in vista dell'estate, è quello di un centro che si svuota e si fa desolato.

In tutto questo, c'è anche chi prova a fare qualcosa di concreto, nel suo piccolo. Il consigliere comunale di minoranza Claudio Saldarini, storico panettiere briviese da poco in pensione, ha messo a disposizione la propria barca per traghettare gratuitamente, da una sponda all'altra dell'Adda, chi si trova in difficoltà – dai dipendenti dei bar di Brivio che abitano a Cisano fino ai clienti che vogliono raggiungere i locali rimasti "isolati". Un gesto di puro volontariato, per il quale non chiede nulla in cambio, e che da solo non può certo sostituire un ponte, ma che racconta bene l'attaccamento al paese e la preoccupazione per il suo futuro economico.
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Saldarini, però, si sta muovendo anche sul piano istituzionale. Da un paio di settimane ha contattato Confcommercio per provare a portare la questione dei commercianti su un tavolo serio, ma – a quanto ci riferisce – è stato a lungo rimbalzato, fino a essere di fatto ignorato. Per questo ha deciso di rivolgersi direttamente all'Amministrazione. Domani, martedì 23 giugno, incontrerà il sindaco Federico Airoldi, che già nell'ultima riunione prima della chiusura del ponte si era detto pronto a sostenere i commercianti del paese e a contattare in modo definitivo Confcommercio. Un primo banco di prova concreto. Intanto, in questi giorni, è stato compiuto un "giro di ronda" tra gli esercenti, per sondare quanti siano intenzionati a trovare una soluzione insieme al Comune. L'obiettivo è arrivare alla riunione con un quadro chiaro delle attività disposte a fare squadra.

Se a Brivio la situazione è di sofferenza, sull'altra riva dell'Adda, a Cisano Bergamasco, in alcuni tratti è anche peggiore. Lì la chiusura ha prodotto un paradosso geografico crudele: il tratto di Briantea che portava al ponte si è completamente svuotato, trasformandosi in una strada senza più passaggio, mentre la direttrice che conduce all'alternativa di Olginate si è ritrovata assediata dal traffico. Due facce della stessa medaglia, entrambe difficili da reggere per chi ci lavora. Gli effetti sulle attività più esposte sono pesanti, al punto che qualcuno ha già deciso di alzare bandiera bianca, e l'Amministrazione comunale guidata dalla sindaca Antonella Sesana ha iniziato a sollecitare misure compensative e un supporto economico per i commercianti penalizzati.

Emblematico, su questo versante, il caso del supermercato Italmark di via Milano. Il punto vendita, che prima poteva contare sul passaggio costante garantito dal ponte, si è ritrovato improvvisamente fuori dalle rotte quotidiane di una larga fetta di clientela. Ma il problema non riguarda solo gli incassi: circa la metà dei dipendenti dell'Italmark proviene dalla sponda lecchese e per loro il tragitto casa-lavoro si è dilatato in modo significativo, con tempi e costi che rendono la routine quotidiana sempre più gravosa. Un doppio colpo, dunque, che colpisce insieme la clientela e l'organizzazione del personale, e che fotografa bene quanto la chiusura del ponte abbia conseguenze che vanno ben oltre il confine comunale.

Sul cantiere, intanto, il sindaco Federico Airoldi ha fatto sapere che i lavori procedono in linea con il cronoprogramma. Questo primo mese, ha spiegato, è stato dedicato soprattutto alla fase preparatoria: allestimento della cantieristica, montaggio dei ponteggi, spostamento dei sottoservizi, demolizione delle pavimentazioni e rimozione di intonaci e copriferri necessari ai successivi rinforzi strutturali. La fase più visibile e intensiva, con più squadre al lavoro contemporaneamente, arriverà più avanti. È anche per questo, ha precisato il primo cittadino rispondendo a chi lamenta di vedere pochi operai sul ponte, che il cantiere appare a volte poco "affollato".

A un mese dalla chiusura, il bilancio resta quindi sospeso. Non c’è ancora il crollo, ma nemmeno la stabilità. C’è una resistenza quotidiana che tiene insieme attività molto diverse tra loro, accomunate però dalla stessa condizione: l’attesa. E in questa attesa si concentra tutto. Perché il ponte, oggi, non è solo un cantiere: è il punto da cui dipende la misura del futuro di un’intera comunità.
Matteo Pennati
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