Il voto a Lecco e il feretro di quel che fu il vento del Nord
Il “ribaltone” nel comune di Lecco non è esattamente una sorpresa. Per ragioni squisitamente politiche (tira aria di destra in tutta Europa, ça va sans dire) e per ragioni prettamente amministrative, visto che la giunta di centrosinistra – in tre legislature – si è fatta sfilare temi che dovrebbero appartenere a tutti (a partire dalla sicurezza) ma che, per un malriposto terzomondismo d’altri tempi, danno la percezione di essere rimasti solo sull’agenda della parte più conservatrice della società. Ma non è questo il tema che volevo sottoporle, caro direttore. Il vero tema, che mi sembra sia stato finora sottovalutato, è la progressiva scomparsa della Lega di Salvini. Nella campagna elettorale lecchese, per dirla tutta, il partito che fu di Bossi e di Miglio ha recitato il ruolo della comparsa, neppure troppo gradita e comunque da non esporre in bellavista. Qualche esempio. Quando qualche aspirante consigliere si è stracciato mediaticamente le vesti sul caso moschea, si è trovato davanti la foto del candidato sindaco Boscagli che incontrava gli islamici a casa loro. Per non parlare poi del caso della leghista di Barzanò che andava in cerca di aspiranti kamikaze in funzione anti Schlein: cacciata (metaforicamente) a pedate e senza che neppure un esponente della coalizione si sia impegnato nel cercare un (sia pur inesistente) alibi che non fosse il caldo torrido del periodo. E si potrebbe andare avanti, rimanendo però nel campo delle interpretazioni ed esponendosi, me ne rendo conto, all’ira funesta di chi non accetta alcun confronto. Più utile, certamente, affidarsi ai numeri. E i voti non mentono: alle comunali di quest’anno la Lega ha ottenuto il 10,64% dei consensi. Il peggior risultato dal 1997, quando la percentuale era stata del 27,07%. Nel 2001 il Carroccio era al 21,01%, nel 2006 (Antonella Faggi, ultimo sindaco leghista, fatta decadere dagli esponenti della sua stessa maggioranza) al 13,81, nel 2010 al 20,66, nel 2015 al 15.92 e nel 2020 al 13,69%. Insomma, un crollo verticale che ha prodotto la miseria di quattro consiglieri (meno dei sei attribuiti alla lista civica a sostegno di Boscagli) e che, con ogni probabilità, costringerà il partito ad “accontentarsi” del vice sindaco Carlo Piazza, il prezzo preventivamente concordato con Fratelli d’Italia affinché lasciasse nel comodino velleità da primo cittadino. La stessa situazione (in qualche caso va persin peggio, a dire il vero) che si verifica a Merate, a Erba, a Como e praticamente in tutto il Nord. E che sta producendo quella guerra sotterranea con chi fatica a capire come possano convivere le mazzate Irpef sugli artigiani con il ponte di Messina. Ma, per rimanere a casa nostra, era difficile immaginare un altro destino quando si ha l’incredibile opportunità di avere il ministro delle Infrastrutture (che parla di tutto tranne che si strade e treni) e non si riesce a portare a casa nulla più di un quarto ponte (una corsia in realtà) che serve a liberare Pescate e ingolfare Lecco e non viceversa come dovrebbe essere nella logica delle cose. Il ponte di Paderno, la Lecco-Bergamo a Chiuso, la Statale 36 potenziata verso Monza, la tangenziale di Como, la Variante della sponda comasca, persino la ciclopedonale Lecco-Abbadia… tutto rimasto tale e quale. In una città in cui vecchi tromboni democristiani, leghisti rampanti e avanguardisti progressisti erano riusciti – in singolare comunione di intenti – a realizzare statale 36 Lecco-Colico, attraversamento in tunnel di Lecco, traforo del Monte Barro, Lecco-Ballabio per la Valsassina, raddoppio ferroviario Calolzio-Carnate. Ci sembrava poco, ma ora – mentre mesti seguiamo il feretro del vento del Nord – ne sentiamo quasi nostalgia.
Alessandro M. - Merate
























