Merate: con la "Fabio Sassi" un confronto su cura e su morte volontaria assistita
Un reale momento di informazione e di contributo costruttivo sul tema del fine vita è stato promosso dall’associazione Fabio Sassi presso l’Auditorium Giusi Spezzaferri di Merate nella serata di venerdì. L'evento, di grande spessore etico e scientifico, è nato dalla presentazione del libro della psicologa Sonia Ambroset “Tu lo faresti?: La relazione d’aiuto tra cure palliative e morte volontaria assistita”, all'interno di un dibattito che ha visto la partecipazione della dottoressa Paola Manzoni e del dottor Andrea Millul.
In apertura dell'incontro è stato condiviso un traguardo straordinario per la Fabio Sassi: sono state raggiunte 4.600 persone assistite per un totale di 186mila euro raccolti nell'ambito delle cure palliative regionali, un'opera fondamentale per la quale è stato espresso un sentito ringraziamento a tutti i sostenitori. Inoltre, ricordando il valore della Legge 219 sul consenso informato e le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), è stata rimarcata l'importanza della libertà del paziente di poter sempre cambiare idea.

Il dibattito è entrato nel vivo con l'intervento della dottoressa Paola Manzoni, direttrice sanitaria dell'Hospice “Il Nespolo” di Airuno, che ha tracciato il quadro clinico introducendo le differenze sostanziali tra le varie pratiche. La sedazione palliativa profonda continua, normata dalla Legge 219, è una procedura terapeutica consolidata volta alla riduzione o alla cessazione della coscienza per lenire un sintomo refrattario (ovvero resistente ai trattamenti, nei quali può rientrare anche lo stress esistenziale pervasivo) o in caso di urgenza terminale (come agitazione terminale o crisi respiratoria).

«Bisogna distinguere nettamente la sedazione dalla morte volontaria assistita e dall'eutanasia», ha chiarito la dottoressa Manzoni. Mentre la sedazione viene intrapresa con il consenso del malato (anche anticipato) e mira esclusivamente al controllo della sofferenza tramite il dosaggio di farmaci sedativi calibrati, l'eutanasia consiste nell'uccisione intenzionale del malato cosciente da parte del medico tramite la somministrazione di farmaci in dose letale che portano al decesso senza latenza temporale.

Successivamente ha preso la parola il dottor Andrea Millul, direttore sanitario della RSA “Airoldi e Muzzi” di Lecco e specialista nel reparto dedicato ai malati di SLA, che ha illustrato le recenti indicazioni emanate lo scorso 5 maggio dall'assessorato al Welfare di Regione Lombardia in materia di Morte Medicalmente Assistita (MMA). In assenza di una legge nazionale, queste linee guida rispondono all'urgenza dei cittadini nel rispetto della dignità umana.

Il medico ha spiegato i requisiti necessari fissati dalla Corte: malattia irreversibile, presenza di trattamenti di sostegno vitale (specificando che nella SLA vi rientrano anche i supporti non ancora attivati), assenza di induzioni esterne e principio di autosomministrazione del farmaco tramite il Servizio Sanitario Nazionale. L'iter prevede che l'interessato presenti richiesta scritta alla propria ASST di competenza e riceva obbligatoriamente informazioni documentate sulle cure palliative. Successivamente, un collegio tecnico ospedaliero valuta i requisiti d'intesa con il Comitato Etico, stabilendo modalità e luogo della procedura. Andrea Millul ha ricordato i tempi massimi dell'istruttoria (fino a 145 giorni) e la sussistenza dell'obiezione di coscienza per gli operatori, ribadendo la centralità del diritto del paziente a non vedere derogate le proprie scelte.

La serata si è conclusa con l'intervento dell'autrice, la dottoressa Sonia Ambroset, la quale ha spiegato che il libro è nato da una domanda diretta rivolta a un amico medico: "Tu lo faresti?". Forte di 25 anni di esperienza nelle cure palliative, la psicologa ha ricordato come l'impatto con una durissima sofferenza esistenziale nel 2003 l'abbia avvicinata alla sedazione palliativa profonda, cambiando la sua vita e la sua visione del morire.
«Oggi le richieste di anticipare i tempi – ha spiegato la psicologa – arrivano quando la mente non ce la fa più a causa di una sofferenza globale ed esistenziale. È un dibattito che va affrontato con umiltà, superando le proprie convinzioni ideologiche: chi ritiene che la sofferenza debba essere accettata a ogni costo o che non voler vivere sia sempre e solo sinonimo di malattia, farebbe meglio a non leggere questo libro». Ambroset ha invitato a considerare l'ammalarsi e il morire come elementi intrinseci alla natura umana, sottolineando la disperazione di chi si trova al mondo ma non sa più come starci a determinate condizioni. Ha inoltre citato l'esempio del Canada, dove il 77% delle persone usufruisce di tali percorsi in parallelo alle cure palliative, auspicando che anche in Italia si possa umanizzare questa esperienza, stando dietro ai tempi del paziente senza tergiversare.


Il dibattito è entrato nel vivo con l'intervento della dottoressa Paola Manzoni, direttrice sanitaria dell'Hospice “Il Nespolo” di Airuno, che ha tracciato il quadro clinico introducendo le differenze sostanziali tra le varie pratiche. La sedazione palliativa profonda continua, normata dalla Legge 219, è una procedura terapeutica consolidata volta alla riduzione o alla cessazione della coscienza per lenire un sintomo refrattario (ovvero resistente ai trattamenti, nei quali può rientrare anche lo stress esistenziale pervasivo) o in caso di urgenza terminale (come agitazione terminale o crisi respiratoria).

«Bisogna distinguere nettamente la sedazione dalla morte volontaria assistita e dall'eutanasia», ha chiarito la dottoressa Manzoni. Mentre la sedazione viene intrapresa con il consenso del malato (anche anticipato) e mira esclusivamente al controllo della sofferenza tramite il dosaggio di farmaci sedativi calibrati, l'eutanasia consiste nell'uccisione intenzionale del malato cosciente da parte del medico tramite la somministrazione di farmaci in dose letale che portano al decesso senza latenza temporale.

Successivamente ha preso la parola il dottor Andrea Millul, direttore sanitario della RSA “Airoldi e Muzzi” di Lecco e specialista nel reparto dedicato ai malati di SLA, che ha illustrato le recenti indicazioni emanate lo scorso 5 maggio dall'assessorato al Welfare di Regione Lombardia in materia di Morte Medicalmente Assistita (MMA). In assenza di una legge nazionale, queste linee guida rispondono all'urgenza dei cittadini nel rispetto della dignità umana.

Il medico ha spiegato i requisiti necessari fissati dalla Corte: malattia irreversibile, presenza di trattamenti di sostegno vitale (specificando che nella SLA vi rientrano anche i supporti non ancora attivati), assenza di induzioni esterne e principio di autosomministrazione del farmaco tramite il Servizio Sanitario Nazionale. L'iter prevede che l'interessato presenti richiesta scritta alla propria ASST di competenza e riceva obbligatoriamente informazioni documentate sulle cure palliative. Successivamente, un collegio tecnico ospedaliero valuta i requisiti d'intesa con il Comitato Etico, stabilendo modalità e luogo della procedura. Andrea Millul ha ricordato i tempi massimi dell'istruttoria (fino a 145 giorni) e la sussistenza dell'obiezione di coscienza per gli operatori, ribadendo la centralità del diritto del paziente a non vedere derogate le proprie scelte.

La serata si è conclusa con l'intervento dell'autrice, la dottoressa Sonia Ambroset, la quale ha spiegato che il libro è nato da una domanda diretta rivolta a un amico medico: "Tu lo faresti?". Forte di 25 anni di esperienza nelle cure palliative, la psicologa ha ricordato come l'impatto con una durissima sofferenza esistenziale nel 2003 l'abbia avvicinata alla sedazione palliativa profonda, cambiando la sua vita e la sua visione del morire.
«Oggi le richieste di anticipare i tempi – ha spiegato la psicologa – arrivano quando la mente non ce la fa più a causa di una sofferenza globale ed esistenziale. È un dibattito che va affrontato con umiltà, superando le proprie convinzioni ideologiche: chi ritiene che la sofferenza debba essere accettata a ogni costo o che non voler vivere sia sempre e solo sinonimo di malattia, farebbe meglio a non leggere questo libro». Ambroset ha invitato a considerare l'ammalarsi e il morire come elementi intrinseci alla natura umana, sottolineando la disperazione di chi si trova al mondo ma non sa più come starci a determinate condizioni. Ha inoltre citato l'esempio del Canada, dove il 77% delle persone usufruisce di tali percorsi in parallelo alle cure palliative, auspicando che anche in Italia si possa umanizzare questa esperienza, stando dietro ai tempi del paziente senza tergiversare.
G.L.
























