L'urgenza di non tacere

Spesso ci si chiede se questa società dell'immagine abbia anestetizzato le coscienze in una continua routine di notizie di avvenimenti che i cosiddetti “guardiani dei cancelli dell'informazione” lasciano filtrare.

Gaza e i soprusi nella Cisgiordania forse costituiscono l'esempio più nitido e al contempo drammatico di un mondo di ingiustizie che vive solo se viene adeguatamente e realmente rappresentato mentre invece è più o meno velatamente sottaciuto.

Ieri a Lecco abbiamo avuto la dimostrazione una volta in più che la cruda consapevolezza degli eventi costituisce la vera molla di una responsabile mobilitazione.

Quell'enorme striscione-sudario con “scolpiti” 18000 nomi degli oltre 30.000 bambini massacrati a Gaza è stato come un pugno nello stomaco per tutti e non solo per al città.

Certo forse non erano tutti condivisibili gli slogans gridati ( quel dal “fiume fino al mare” che annulla reciprocamente la possibilità di una possibile convivenza tra Palestinesi e Israeliani mi lascia assai perplesso) dai numerosi partecipanti che hanno sostenuto lo striscione nel corteo per le vie del centro ma come non indignarsi e lottare contro questo genocidio che annulla ogni umanità.

E come non prendere apertamente posizione e cercare di fare qualcosa di concreto contro il preordinato annientamento di un Popolo perpetrato in mille modi da un Governo di cinici assassini e fanatici integralisti purtroppo nei fatti sostenuto dalla gran parte dell'irriconoscibile Israele non solo di oggi e pur con qualche ceppo di resistenza non solo interna.

E i terribili esempi vissuti e raccontati dall'operatore umanitario, che ha esordito riconoscendo l'assoluta particolarità di quanto da lui vissuto a Gaza rispetto alla sue altre pur dolorose esperienze planetarie, rimarranno indelebili per molto tempo.

Quell'uomo che vagava esausto tra le macerie con uno strano oggetto nero tra le mani che poi si era rivelato come la testa bruciata del proprio figliuolo. Una piccola testolina che voleva a tutti i costi depositare nel sacco della madre sicuramente morta ma che purtroppo non riusciva a trovare (tra i tanti “body bags” appositamente predisposti per al raccolta dei poveri resti) nel tentativo di ricomporre un po' la famiglia.

O quel bambino appena estratto dalle case distrutte tutto coperto di sangue e apparentemente morto che si era “risvegliato” quando si era cercato di staccare dalle sue mani un paio di scarpette impolverate. Scarpette che il bimbo con un filo di voce diceva di voler portare dalla sorellina ma non sapeva dove.

O quegli speakers-trappola con registrate lamentazioni di bambini e con annessa distruttiva carica esplosiva disseminate appositamente tra le macerie per attirare i soccorritori.

O come il cosiddetto “triage al contrario” dove, per la penuria assoluta di sangue e medicinali volutamente non fatti pervenire ai sanitari dall'esercito israeliano, si era costretti a sacrificare i codici rosso a vantaggio di quelli che si pensava avessero qualche chance in più di essere salvati.

O le ripetute garanzie loro fornite in quanto operatori umanitari “coperti” anche dall'ONU dall'esercito israeliano di preservazione dei depositi di milioni di farmaci e materiale sanitario invece più volte disattese con bombardamenti mirati coi droni.

E questo scenario, trovate voi l'aggettivo più orrendamente consono, è esattamente ciò che faceva affermare all'operatore che quanto trasmesso dai media, spesso solo ad intermittenza, è solo una piccola parte delle realtà di quei tragicissimi luoghi.

Tutto questo e quant'altro mi era ancora ben impresso negli occhi quando lasciando piazza Cermenati ho incrociato il flusso di tanti inconsapevoli (ignari?) frequentatori del centro della città con anche dei bambini felicemente intenti a gustare un buon gelato.

Impossibile non cogliere lo stridente contrasto tra le due realtà pur solo apparentemente non connesse tra loro.

Come, sommessamente mi dicevo: anche se occorre sempre saper distinguere l'odio generato dall'oppressione da quello di chi l'ha prodotta, comunque sia odio chiama odio all'infinito. Proprio per questo occorre cercare di rompere questa inumana spirale. Difficile ma pur giusto sostenerlo anche in presenza di terribili atrocità di cui Gaza è il più stridente esempio. L'aver consapevolezza di appartenere all'unica vera famiglia umana può e deve saper superare qualsiasi divisione e se occorre, non rassegnandoci alle ingiustizie, una sacrosanta difesa di tutti gli oppressi contro qualsiasi oppressione (a partire da quella concreta dell'attuale Israele ma anche degli Usa trumpiani e della Russia putiniana) occorre a maggior ragione saper trovare e praticare, fuori da ogni pelosa retorica, forme attive e resistenti senza incorrere in una miope spirale “nazionalistica”.

Forse la risposta a questi dubbi mi si è poi parata d'innanzi nell'incrociare il flusso vociante di una marea di studenti in uscita a quell'ora dalle proprie scuole. Una marea composita di ragazzi e giovani di ogni colore e provenienza in evidente amichevole dialogo tra loro.
Germano Bosisio
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