Pagnano in festa per i 30 di sacerdozio di Don Roberto oggi in missione in Zambia
Domenica 31 maggio, la comunità di Pagnano si è riunita per festeggiare i 30 anni di ordinazione di Don Roberto Piazza, tornato temporaneamente in Italia. Il sacerdote, che ha guidato la frazione dal 2008 al 2017, è infatti attualmente impegnato in una missione in Zambia.

«Quando ero in Africa guardavo le stelle» ha esordito durante l’omelia. «Pensavo che la loro luce impiega milioni di anni per raggiungerci e che, forse, la stella che ammiriamo in cielo in quel momento è già morta. Guardando quell'immensità, viene da chiedersi: cos’è la nostra vita di fronte a questo piccolo pianeta?».

E’ con questo profondo interrogativo che Don Roberto ha invitato i fedeli a riflettere sul mistero della quotidianità: da un lato la meraviglia, perchè «quando nasce un bambino o vedi i narcisi sbocciare ti rendi conto di quanto sia bella la vita»; dall’altro il dolore, che il sacerdote ha rappresentato con l’immagine della tempesta o della malattia di un figlio. «E’ in questi momenti, quando l'esistenza non sembra più così bella, che ci si chiede che cosa sia davvero la vita», ha osservato. La sua risposta è stata un invito forte alla fiducia e alla consapevolezza che Dio ci prende per mano ogni giorno, agendo sempre per il nostro bene.

Don Roberto si è poi soffermato sul dono della conoscenza, spiegando che Dio non è un'entità astratta confinata al di là delle stelle, ma un maestro che ci accompagna passo dopo passo a comprendere il mistero della vita e la paternità divina.

«Il rapporto con Dio è il rapporto con una persona, e per questo chiede di essere approfondito», ha sottolineato, evidenziando come la fede non sia una teoria, ma una relazione viva che cresce e si coltiva attraverso l’ascolto reciproco, esattamente come accade nei rapporti umani.

L’omelia si è conclusa con una riflessione sul modo in cui affrontiamo la vita, ognuno con le proprie “armi” e la propria unicità. Senza nascondere le fatiche della convivenza, Don Roberto ha riconosciuto quanto sia difficile accettare le differenze e, ancor di più, vederle come una risorsa. Il suo invito finale, forte di trent'anni di cammino sacerdotale, è stato proprio quello di superare la paura e di aprirsi con coraggio all’altro: è solo accogliendo chi è diverso da noi, infatti, che possiamo abbattere le barriere del nostro egoismo e camminare verso quel progetto d’amore a cui ogni credente è chiamato.

«Quando ero in Africa guardavo le stelle» ha esordito durante l’omelia. «Pensavo che la loro luce impiega milioni di anni per raggiungerci e che, forse, la stella che ammiriamo in cielo in quel momento è già morta. Guardando quell'immensità, viene da chiedersi: cos’è la nostra vita di fronte a questo piccolo pianeta?».

Don Roberto
E’ con questo profondo interrogativo che Don Roberto ha invitato i fedeli a riflettere sul mistero della quotidianità: da un lato la meraviglia, perchè «quando nasce un bambino o vedi i narcisi sbocciare ti rendi conto di quanto sia bella la vita»; dall’altro il dolore, che il sacerdote ha rappresentato con l’immagine della tempesta o della malattia di un figlio. «E’ in questi momenti, quando l'esistenza non sembra più così bella, che ci si chiede che cosa sia davvero la vita», ha osservato. La sua risposta è stata un invito forte alla fiducia e alla consapevolezza che Dio ci prende per mano ogni giorno, agendo sempre per il nostro bene.

A destra don Mauro con il diacono Davide Canepa
Don Roberto si è poi soffermato sul dono della conoscenza, spiegando che Dio non è un'entità astratta confinata al di là delle stelle, ma un maestro che ci accompagna passo dopo passo a comprendere il mistero della vita e la paternità divina.

Don Riccardo Sanvito e don Roberto Piazza
«Il rapporto con Dio è il rapporto con una persona, e per questo chiede di essere approfondito», ha sottolineato, evidenziando come la fede non sia una teoria, ma una relazione viva che cresce e si coltiva attraverso l’ascolto reciproco, esattamente come accade nei rapporti umani.

L’omelia si è conclusa con una riflessione sul modo in cui affrontiamo la vita, ognuno con le proprie “armi” e la propria unicità. Senza nascondere le fatiche della convivenza, Don Roberto ha riconosciuto quanto sia difficile accettare le differenze e, ancor di più, vederle come una risorsa. Il suo invito finale, forte di trent'anni di cammino sacerdotale, è stato proprio quello di superare la paura e di aprirsi con coraggio all’altro: è solo accogliendo chi è diverso da noi, infatti, che possiamo abbattere le barriere del nostro egoismo e camminare verso quel progetto d’amore a cui ogni credente è chiamato.
F.Ri.
























