Church Pocket /112. Che cos’è la Confessione?

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La confessione non nasce per umiliare l’uomo. Nasce per restituirgli la verità e la dignità. Non serve a informare Dio di ciò che Dio già sa. Serve a permettere all’uomo di smettere di nascondersi, come Adamo nel giardino. Non serve a produrre cristiani schiacciati dal senso di colpa. Serve a generare uomini e donne capaci di ricevere il perdono. La teologia classica del sacramento parla degli atti del penitente: contrizione, confessione e soddisfazione. Sono il percorso concreto attraverso cui la libertà ferita torna a lasciarsi plasmare dalla grazia.
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La contrizione è il dolore dell’anima per il peccato commesso, insieme al proposito di non peccare più. Non significa provare necessariamente una forte emozione. Questo va chiarito, perché molti pensano di non potersi confessare se non “sentono” abbastanza pentimento. La contrizione non coincide con il sentimentalismo. È un atto serio della volontà illuminata dalla fede: riconosco il male, me ne dolgo, desidero uscirne, chiedo a Dio di aiutarmi. La confessione dei peccati, poi, non è un’umiliazione inutile. È una forma di verità. Il Catechismo osserva che la confessione, anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la riconciliazione con gli altri. Dire il male ad alta voce lo sottrae al dominio dell’ambiguità. Finché il peccato resta indistinto, cresce nell’ombra. Quando viene nominato, può essere consegnato. Infine c’è la soddisfazione, quella che comunemente chiamiamo penitenza. Anche qui spesso c’è un equivoco. La penitenza non è il “prezzo” del perdono. Il perdono non si compra con tre Ave Maria. La penitenza è il segno concreto di una libertà che vuole rimettersi in cammino. È medicina, non tariffa. È pedagogia, non pagamento.

A questo punto arriva la domanda più contemporanea: ma perché devo confessarmi da un prete? Non posso chiedere perdono direttamente a Dio? Certo che l’uomo può e deve chiedere perdono a Dio ogni giorno. La preghiera personale, l’esame di coscienza, il pentimento interiore sono parte essenziale della vita cristiana. Ma Cristo ha voluto anche un segno sacramentale del perdono. E i sacramenti non sono decorazioni esterne della fede: sono il modo concreto, visibile, ecclesiale con cui la grazia raggiunge l’uomo. Teologicamente serve un sacerdote non perché Dio “non possa” perdonare direttamente, ma perché Cristo ha voluto che il perdono dei peccati fosse anche un atto sacramentale, ecclesiale e ministeriale. Il punto decisivo è questo: nella confessione il sacerdote non perdona “al posto di Dio” come soggetto autonomo. Perdona in persona Christi e nel ministero della Chiesa. È Cristo che perdona; il sacerdote è il ministro visibile di quel perdono. Il fondamento biblico principale è Giovanni 20,22-23. Dopo la Risurrezione, Gesù appare agli apostoli, dona loro lo Spirito Santo e dice: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Il Magistero e la Tradizione della Chiesa hanno letto questo passo come il conferimento agli Apostoli del potere di rimettere i peccati nel nome di Cristo. Questo significa che il perdono cristiano non resta soltanto un fatto interiore tra il singolo e Dio. È anche un evento affidato alla Chiesa. Il peccato, infatti, non ferisce solo la coscienza individuale: ferisce la comunione con Dio e con il corpo ecclesiale. Per questo la riconciliazione ha una forma ecclesiale. 

Serve anche a combattere due tentazioni opposte. La prima è la disperazione: pensare che il proprio peccato sia troppo grande, troppo ripetuto, troppo sporco, troppo radicato per essere perdonato. Ma il sacramento della Riconciliazione esiste proprio per dire che nessun peccato sinceramente confessato è più grande della misericordia di Dio. La seconda è la presunzione: pensare di non averne bisogno. Pensare che la confessione sia per i grandi peccatori, per chi ha fatto cose gravi, per chi è lontano. In realtà la confessione è anche uno dei luoghi ordinari della manutenzione dell’anima. Non ci si lava solo quando si cade nel fango. Ci si lava anche perché la polvere quotidiana si deposita addosso senza fare rumore.
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Il Catechismo colloca la Penitenza tra i sacramenti di guarigione. È un dato teologicamente rilevante. La confessione non è un tribunale nel senso caricaturale del termine, ma un ospedale della libertà. Il sacerdote, ricorda il Catechismo, nel celebrare questo sacramento compie il ministero del buon pastore che cerca la pecora perduta, del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo, e del giudice il cui giudizio è insieme giusto e misericordioso.  Queste immagini sono decisive. Pastore, Samaritano, Padre, giudice misericordioso. La confessione tiene insieme tutto questo. Non è solo tenerezza senza verità. Non è solo giudizio senza misericordia. È verità che cura. È giudizio che salva. È misericordia che non mente.

E forse proprio qui si comprende il suo valore più profondo. Confessarsi non serve a informare Dio di qualcosa che non sa. Dio conosce già il nostro cuore. Non serve a impressionarlo con il nostro pentimento. Non serve a compilare un elenco per placare una divinità irritata. La parabola del figliol prodigo resta l’immagine evangelica più limpida della riconciliazione. Il figlio non torna perché ha elaborato una teoria perfetta sul peccato. Torna perché rientra in sé stesso. Questa espressione è decisiva: rientrare in sé. Il peccato, infatti, ci porta sempre fuori da noi stessi, anche quando sembra prometterci autenticità. Ci disperde, ci frammenta, ci rende stranieri nella casa del Padre e spesso anche nella nostra stessa anima.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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