Imbersago: Mauro Manzoni racconta la poesia di Turoldo
Nella serata di venerdì 22 maggio la biblioteca di Imbersago ha ospitato il sindaco di Varenna Mauro Manzoni, autore di “Il volto di Dio nella poesia di David Maria Turoldo”: la sua seconda opera dedicata a una delle figure più dirompenti del cattolicesimo italiano del Novecento.

Un interesse, quello per il frate servita, avviato nel 2002, quando in occasione del decennale della morte del religioso, Manzoni acquistò una rivista a lui dedicata. Fino ad allora l’autore non si era mai avvicinato alla poesia: è stato grazie a Turoldo che è scoccata la scintilla dell'accostamento alla lirica, ha spiegato dialogando con il consigliere Francesco Cagliani. Il volume presentato riordina e unisce anni di studi sulla poesia di padre David, con riferimenti anche alla scrittura spirituale e alla saggistica, analizzando le due principali domande che segnano la sua produzione: quale Dio? Quale immagine del Senso ultimo delle cose?.

“Ci vuole una vita a capire chi siamo” ha commentato Cagliani, facendo riferimento al processo conoscitivo personale che per il poeta friulano - fortemente legato alla Brianza e Imbersago - si compie e si risolve solo in Dio. Un cammino che si affronta muovendosi intorno ai tre nuclei fondamentali delineati da Turoldo. Il primo, è il binomio "Tutto e Nulla", una dimensione profondamente biblica fatta di continui "sì" e "no", polarità che l'uomo percepisce chiaramente ma che non riesce a spiegare in modo razionale. In questo spazio, il ruolo di Dio diventa il perno della relazione e del dialogo tra gli opposti: tra la pienezza della presenza divina (il Tutto) e l'abisso del vuoto e della finitudine umana (il Nulla).

Il secondo tema tratta del "silenzio di Dio" che non è un'assenza statica o un concetto puramente teorico, ma un’esperienza esistenziale drammatica, vissuta da Turoldo sulla propria pelle soprattutto durante i quattro anni di lotta contro il cancro al pancreas, anni che però si sono rivelati i più profondi e produttivi per la sua lirica. Difatti per Turoldo il silenzio divino non coincide con il nulla o con l'abbandono, ma è, al contrario, un silenzio pieno, denso e abitato dalla presenza stessa di Dio. In un mondo dominato dal caos e dal rumore assordante della società moderna l'uomo ha perso la capacità di ascoltare. Per entrare in relazione con il divino, l'essere umano deve compiere un'operazione di svuotamento interiore: deve fare silenzio dentro di sé per creare lo spazio necessario a farsi abitare da un Dio che parla un linguaggio non verbale. Questo silenzio, tuttavia, non è pacifico: interroga l'uomo e ne suscita il terrore. Il teologo ritrova questa stessa sensazione nella Bibbia (in particolare nel libro del Qohelet): è la pena dell'amante che cerca disperatamente l'amata (Dio): a volte il divino si nasconde, si sottrae alla vista, lasciando l'anima deserta. Eppure, proprio in quel deserto, il vuoto si trasforma in un "silenzio che nutre" e che alimenta il desiderio, tenendo viva la ricerca.

Il silenzio di Dio trova la sua massima espressione in Cristo sulla croce, sfociando nella terza tematica affrontata da Manzoni “la solitudine e sofferenza di Dio”. Quando Gesù grida il suo abbandono, il Padre non risponde con un miracolo, bensì con il silenzio. Nel Cristianesimo, il Dio di Turoldo mostra la sua onnipotenza non nella forza, ma nella debolezza del corpo sofferente. Condividendo l'abbandono e la morte, Dio soffre con l'uomo e come l'uomo. Turoldo combatte con forza l'idea quasi eretica di un Dio puramente spirituale e distante come le divinità greche, al contrario, la sua poesia rivendica un "Dio dei corpi". Nelle sue liriche, la parola "corpo" e l'esclamazione “O sensi miei” sono centrali perché per il cristiano il tempio dello Spirito è la carne. Di conseguenza il Dio di Turoldo non è un motore immobile, ma un Dio che prova emozioni, che si commuove, che non guarda la sofferenza dall'alto della sua onnipotenza, ma ne diventa testimone e partecipe diretto. Difatti, l’uomo viene salvato proprio perché Dio ha assunto un corpo capace di patire.
“Io voglio sapere se Cristo è davvero risorto?” È l'interrogativo con cui Turoldo sfida la fede Cristiana, che vacilla su quello che dovrebbe essere il pilastro della fede. È lo scandalo della resurrezione, in cui oggi, crede solo il 25% dei cristiani, preferendo evitare un elemento che mette così radicalmente in discussione la vita di ciascuno. Turoldo fu un innovatore liturgico eccezionale, autore di scelte che oggi fanno quasi sorridere ma che all'epoca scossero gli ambienti ecclesiastici: voleva che il popolo capisse il messaggio, per questo insisteva nel leggere il Vangelo in italiano e non in latino e fece tradurre diversi salmi. Scelte d'avanguardia che gli valsero la convocazione da parte del severo e conservatore Cardinale Schuster. Eppure, persino Schuster aveva capito che il frate aveva semplicemente anticipato i tempi: la Bibbia andava restituita al popolo.

“Cosa ha lasciato Turoldo alla Chiesa e alla società di oggi?” è stata la domanda finale di Cagliani, verso un poeta ingiustamente relegato ai margini della grande letteratura solo perché "cristiano", nonostante abbia cantato i temi universali che toccano ogni uomo. Manzoni è stato chiaro: oggi il "cielo è assente". Ai tempi di padre David l'appartenenza a una comunità cristiana era naturale, la società non era comprensibile senza il riferimento a Dio. Oggi la presenza di Dio è diventata irrilevante, in un mondo in cui domina un'indifferenza che porta l'uomo a perdersi. Turoldo lascia in eredità una soluzione per ritrovare la via: la capacità di interrogarsi, di non giudicare e di intavolare un dialogo aperto con le altre religioni.
Il libro di Mauro Manzoni è un testo che interroga chiunque, a prescindere dalla fede, capace di scatenare una sana crisi interiore, ha concluso Cagliani invitando a leggere l’opera. La serata si è conclusa con un firma copie e con i numerosi racconti dei presenti, che hanno condiviso i loro personali incontri con il frate.

Un interesse, quello per il frate servita, avviato nel 2002, quando in occasione del decennale della morte del religioso, Manzoni acquistò una rivista a lui dedicata. Fino ad allora l’autore non si era mai avvicinato alla poesia: è stato grazie a Turoldo che è scoccata la scintilla dell'accostamento alla lirica, ha spiegato dialogando con il consigliere Francesco Cagliani. Il volume presentato riordina e unisce anni di studi sulla poesia di padre David, con riferimenti anche alla scrittura spirituale e alla saggistica, analizzando le due principali domande che segnano la sua produzione: quale Dio? Quale immagine del Senso ultimo delle cose?.

Francesco Cagliani e Mauro Manzoni
“Ci vuole una vita a capire chi siamo” ha commentato Cagliani, facendo riferimento al processo conoscitivo personale che per il poeta friulano - fortemente legato alla Brianza e Imbersago - si compie e si risolve solo in Dio. Un cammino che si affronta muovendosi intorno ai tre nuclei fondamentali delineati da Turoldo. Il primo, è il binomio "Tutto e Nulla", una dimensione profondamente biblica fatta di continui "sì" e "no", polarità che l'uomo percepisce chiaramente ma che non riesce a spiegare in modo razionale. In questo spazio, il ruolo di Dio diventa il perno della relazione e del dialogo tra gli opposti: tra la pienezza della presenza divina (il Tutto) e l'abisso del vuoto e della finitudine umana (il Nulla).

Il secondo tema tratta del "silenzio di Dio" che non è un'assenza statica o un concetto puramente teorico, ma un’esperienza esistenziale drammatica, vissuta da Turoldo sulla propria pelle soprattutto durante i quattro anni di lotta contro il cancro al pancreas, anni che però si sono rivelati i più profondi e produttivi per la sua lirica. Difatti per Turoldo il silenzio divino non coincide con il nulla o con l'abbandono, ma è, al contrario, un silenzio pieno, denso e abitato dalla presenza stessa di Dio. In un mondo dominato dal caos e dal rumore assordante della società moderna l'uomo ha perso la capacità di ascoltare. Per entrare in relazione con il divino, l'essere umano deve compiere un'operazione di svuotamento interiore: deve fare silenzio dentro di sé per creare lo spazio necessario a farsi abitare da un Dio che parla un linguaggio non verbale. Questo silenzio, tuttavia, non è pacifico: interroga l'uomo e ne suscita il terrore. Il teologo ritrova questa stessa sensazione nella Bibbia (in particolare nel libro del Qohelet): è la pena dell'amante che cerca disperatamente l'amata (Dio): a volte il divino si nasconde, si sottrae alla vista, lasciando l'anima deserta. Eppure, proprio in quel deserto, il vuoto si trasforma in un "silenzio che nutre" e che alimenta il desiderio, tenendo viva la ricerca.

Il silenzio di Dio trova la sua massima espressione in Cristo sulla croce, sfociando nella terza tematica affrontata da Manzoni “la solitudine e sofferenza di Dio”. Quando Gesù grida il suo abbandono, il Padre non risponde con un miracolo, bensì con il silenzio. Nel Cristianesimo, il Dio di Turoldo mostra la sua onnipotenza non nella forza, ma nella debolezza del corpo sofferente. Condividendo l'abbandono e la morte, Dio soffre con l'uomo e come l'uomo. Turoldo combatte con forza l'idea quasi eretica di un Dio puramente spirituale e distante come le divinità greche, al contrario, la sua poesia rivendica un "Dio dei corpi". Nelle sue liriche, la parola "corpo" e l'esclamazione “O sensi miei” sono centrali perché per il cristiano il tempio dello Spirito è la carne. Di conseguenza il Dio di Turoldo non è un motore immobile, ma un Dio che prova emozioni, che si commuove, che non guarda la sofferenza dall'alto della sua onnipotenza, ma ne diventa testimone e partecipe diretto. Difatti, l’uomo viene salvato proprio perché Dio ha assunto un corpo capace di patire.
“Io voglio sapere se Cristo è davvero risorto?” È l'interrogativo con cui Turoldo sfida la fede Cristiana, che vacilla su quello che dovrebbe essere il pilastro della fede. È lo scandalo della resurrezione, in cui oggi, crede solo il 25% dei cristiani, preferendo evitare un elemento che mette così radicalmente in discussione la vita di ciascuno. Turoldo fu un innovatore liturgico eccezionale, autore di scelte che oggi fanno quasi sorridere ma che all'epoca scossero gli ambienti ecclesiastici: voleva che il popolo capisse il messaggio, per questo insisteva nel leggere il Vangelo in italiano e non in latino e fece tradurre diversi salmi. Scelte d'avanguardia che gli valsero la convocazione da parte del severo e conservatore Cardinale Schuster. Eppure, persino Schuster aveva capito che il frate aveva semplicemente anticipato i tempi: la Bibbia andava restituita al popolo.

“Cosa ha lasciato Turoldo alla Chiesa e alla società di oggi?” è stata la domanda finale di Cagliani, verso un poeta ingiustamente relegato ai margini della grande letteratura solo perché "cristiano", nonostante abbia cantato i temi universali che toccano ogni uomo. Manzoni è stato chiaro: oggi il "cielo è assente". Ai tempi di padre David l'appartenenza a una comunità cristiana era naturale, la società non era comprensibile senza il riferimento a Dio. Oggi la presenza di Dio è diventata irrilevante, in un mondo in cui domina un'indifferenza che porta l'uomo a perdersi. Turoldo lascia in eredità una soluzione per ritrovare la via: la capacità di interrogarsi, di non giudicare e di intavolare un dialogo aperto con le altre religioni.
Il libro di Mauro Manzoni è un testo che interroga chiunque, a prescindere dalla fede, capace di scatenare una sana crisi interiore, ha concluso Cagliani invitando a leggere l’opera. La serata si è conclusa con un firma copie e con i numerosi racconti dei presenti, che hanno condiviso i loro personali incontri con il frate.
I.Bi.
























