Church Pocket /111. Perché confessarsi ancora?

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Dal peccato che non scandalizza più nessuno al sacramento che ci restituisce la verità di noi stessi
Il peccato non è scomparso. Ha cambiato nome. Non lo chiamiamo più peccato, ma fragilità, errore, percorso, ferita, autenticità, condizionamento, ricerca personale. Parole che, prese una per una, possono anche contenere una parte di verità. L’uomo è davvero fragile. La libertà è spesso ferita. La biografia pesa. Le circostanze incidono. Non tutto si può giudicare con superficialità. Eppure resta una domanda: se il peccato non ha più nome, che cosa ne facciamo del perdono? È qui che il sacramento della Riconciliazione diventa oggi non un reperto devozionale del passato, ma uno dei luoghi più necessari della vita cristiana. Non perché la Chiesa abbia bisogno di controllare le coscienze. Non perché Dio sia un contabile severo in attesa dell’elenco delle nostre mancanze. Non perché confessarsi significhi umiliarsi davanti a un uomo. Ma perché, senza un luogo in cui dire la verità sul proprio male, l’uomo finisce quasi sempre per assolversi da solo e l’autoassoluzione è molto diversa dal perdono. Il perdono viene da un altro, parte da una relazione con un tu. L’autoassoluzione ce la costruiamo addosso, spesso con parole eleganti, ragionamenti convincenti. Il perdono chiama il male per nome e lo consegna alla misericordia. L’autoassoluzione, invece, cambia nome al male perché non faccia più male alla coscienza. Per questo confessarsi serve ancora. Anzi, forse serve oggi più di ieri.
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Il fondamento biblico del sacramento della Riconciliazione non nasce da una fissazione ecclesiastica, ma Vangelo stesso. Gesù non incontra mai il peccatore con indifferenza ma prima di curarne l’eventuale male fisico, ne guarisce l’anima e soprattutto la relazione con Dio. Nel Vangelo, Cristo si lascia avvicinare dai peccatori, mangia con loro, li guarda, li chiama, li rialza. Alla donna adultera non dice: “In fondo va bene così”. Le dice: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. A Zaccheo non chiede prima un certificato di rispettabilità morale: entra nella sua casa e quella presenza cambia la sua vita. Al paralitico dice prima ancora della guarigione fisica: “Ti sono perdonati i peccati”. Al ladrone crocifisso promette il paradiso quando tutto sembra ormai perduto. Il Vangelo non è la negazione del peccato ma la sua sconfitta. Il passaggio decisivo, però, arriva dopo la risurrezione. Nel Vangelo di Giovanni, il Risorto appare ai discepoli, dona loro lo Spirito Santo e dice: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Da qui il perdono dei peccati viene affidato da Cristo stesso alla Chiesa come ministero reale, visibile, sacramentale. Il Catechismo richiama proprio Gv 20,22-23 per ribadire che Cristo risorto ha conferito agli Apostoli il compito perdonare i peccati. 
Questo è essenziale: nella confessione non è il prete, come individuo, a “possedere” il perdono. Il sacerdote è ministro, non proprietario. È segno visibile di un’azione che appartiene a Cristo. Per questo la confessione non è una conversazione psicologica, anche se può avere effetti profondamente liberanti anche sul piano umano. Non è una seduta motivazionale o una terapia. Il centro è l’assoluzione. La parola sacramentale non dice semplicemente: “Ti capisco”. Dice qualcosa di infinitamente più grande: “Io ti assolvo dai tuoi peccati”. Non è comprensione soltanto; è remissione. Non è incoraggiamento; è grazia. Non è una pacca sulla spalla religiosa; è Cristo che, attraverso la Chiesa, spezza le corde del peccato che legano l’uomo nella sua posizione, lontano da Dio e restituisce il legame d’amore con Dio e di conseguenza alla comunione con i fratelli,
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Questo è un punto che oggi facciamo fatica a comprendere. Siamo abituati a pensare il peccato in termini individualistici: riguarda me, la mia coscienza, il mio percorso, la mia interiorità. Ma la visione cristiana è più profonda. Ogni peccato ha sempre una dimensione relazionale. Ferisce il rapporto con Dio, deforma il rapporto con gli altri, altera il rapporto con sé stessi e indebolisce la comunione della Chiesa. Per questo la riconciliazione è insieme verticale e orizzontale. È ritorno a Dio ed è reinserimento pieno nella comunione ecclesiale. Non è un atto intimistico, ma un evento sacramentale. Non è solo “sentirmi meglio”, ma essere realmente perdonato e riconciliato.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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