Garlasco e il circo del processo mediatico

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Il caso di Garlasco, ormai, è diventato il perfetto esempio italiano di processo mediatico permanente:
una serie infinita dove ogni settimana arriva “la svolta decisiva”, salvo poi essere sostituita dalla svolta
decisiva successiva nel giro di quarantotto ore. Più che un’inchiesta, un palinsesto.
Negli ultimi mesi il copione si è ripetuto identico: intercettazioni diffuse a pezzi, frasi estrapolate, audio
interpretati come se ogni studio televisivo fosse diventato contemporaneamente aula di tribunale,
laboratorio del RIS e dipartimento di criminologia. Una pausa diventa “inquietante”, un’espressione è
“gelida”, un tono di voce “ambiguo”. Ormai in Italia non basta essere innocenti: bisogna anche parlare
nel modo giusto, respirare con moderazione e possibilmente piangere bene davanti alle telecamere.
Nel caso Garlasco questa deriva è stata evidente. Alcune intercettazioni attribuite ad Andrea Sempio
sono state raccontate quasi come confessioni mascherate, salvo poi scoprire che secondo i legali si
trattava di conversazioni decontestualizzate o interpretate liberamente. Ma il punto, ormai, non è più
capire: è alimentare la narrazione. E una frase ambigua, in televisione, vale più di cento pagine di atti.
Il problema non sono i media in sé. La stampa resta fondamentale e senza giornalismo molte vicende
resterebbero opache. Il problema nasce quando la cronaca smette di raccontare e comincia a tifare.
Alcuni giornalisti seguono i casi giudiziari con lo spirito ultras: hanno già deciso chi sia il colpevole e
aspettano solo la conferma. Nel frattempo ogni dettaglio diventa materiale da suspense, con musiche
cupe, rallenty della villetta e dibattiti notturni dove tutti parlano come se avessero risolto il caso durante
la pubblicità.
E poi c’è il rapporto, spesso molto comodo, tra magistratura e stampa. Verbali che compaiono sui
giornali con puntualità chirurgica, intercettazioni diffuse a rate, indiscrezioni che escono quando
dovrebbero essere coperte dal segreto istruttorio. In teoria il processo si celebra in aula; in pratica
debutta prima in prima serata.
Il risultato è che il pubblico non segue più un’indagine: sceglie una fazione. E quando la giustizia
diventa intrattenimento, la verità rischia di contare meno degli ascolti.
M.C.
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