Church Pocket/110. Il peccato che non scandalizza più nessuno
Viviamo in un tempo che si scandalizza di tutto, tranne che del peccato. Ci scandalizza la politica, ci scandalizza la Chiesa, ci scandalizza il vicino, il collega, il prete, il Papa, il commento sbagliato, la frase fuori posto, l’incoerenza altrui. Abbiamo sviluppato una sensibilità quasi chirurgica per individuare la contraddizione negli altri, per gridare o scrivere “VERGOGNA!!!!!” sotto qualsiasi post, ma a volte abbiamo una sorprendente difficoltà a riconoscere il male quando ci attraversa personalmente. La nostra epoca non ha perso il gusto del giudizio. Anzi, forse ne è persino satura, grazie anche ai social che hanno dato voce, ahimè, a quelle parole che spesso rimanevano discussioni post lavoro da bar. Ogni giorno si aprono tribunali morali, spesso senza appello: sui social, nei giornali, nelle conversazioni, nei salotti, perfino nelle comunità cristiane. Tutti giudicano tutto. Tutti denunciano qualcosa. Ma proprio mentre aumenta l’indignazione, sembra diminuire il pentimento. È come se fossimo diventati bravissimi a dire: “Guarda che cosa ha fatto lui”, ma quasi incapaci di dire: “Ho peccato”.
Eppure questa parola antica, oggi quasi impronunciabile che riporta, alla mente dei superficiali a strutture medioevali, è una delle più serie del cristianesimo. Peccato. Non perché la Chiesa abbia bisogno di umiliare l’uomo, di appesantirlo, di tenerlo sotto ricatto morale e psicologico. Al contrario: il cristianesimo parla di peccato perché prende sul serio la libertà dell’uomo. Solo chi è libero può scegliere e quindi peccare. Solo chi è libero può convertirsi. Solo chi può dire “ho sbagliato davanti a Dio” può anche ascoltare davvero la parola più grande: “sei perdonato”. Il problema è che oggi il peccato non è scomparso. Ha semplicemente cambiato nome.
Non pecchiamo più: sbagliamo. Non tradiamo: ci cerchiamo. Non cediamo all’egoismo: ci mettiamo finalmente al centro. Non mentiamo: presentiamo la nostra realtà come verità. Non feriamo: esprimiamo ciò che sentiamo. Non ci allontaniamo da Dio: siamo in una fase diversa del nostro percorso. Non ci convertiamo: ci raccontiamo meglio. Tutto sembra avere una spiegazione. Quasi nulla sembra avere più bisogno di conversione.
Ma che cos’è, allora, il peccato? Conviene dirlo subito: il peccato non è semplicemente “fare una cosa vietata”. Non è una multa spirituale. Ridurlo a questo significa banalizzarlo e, in fondo, renderlo caricaturale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce il peccato come “una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza” e come un allontanamento dell’amore vero verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo, causata da un attaccamento disordinato a determinati beni o fini. Dunque il peccato non riguarda solo la legge, ma l’uomo. Non riguarda solo ciò che è proibito, ma ciò che ferisce l’amore: è una frattura della relazione: con Dio, con gli altri, con sé stessi. Il peccato è un bene usato contro il Bene. Per questo il peccato non può essere liquidato come un residuo medievale, una fissazione clericale o un controllo collettivo sociale della Chiesa sul “popolo”. Se eliminiamo il peccato, non otteniamo un uomo più libero. Otteniamo un uomo più opaco a sé stesso.
San Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia, pubblicata il 2 dicembre 1984, riprende una diagnosi severa, già formulata da Pio XII: “il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato”. Per il Papa Polacco l’uomo contemporaneo è insidiato proprio dalla perdita del senso del peccato, fino alla tentazione di una sorta di impeccabilità pratica: non perché non compia più il male, ma perché non riesce più a riconoscerlo come tale. È questo il punto, profetico. L’uomo si giustifica prima ancora di interrogarsi. L’uomo che sostituisce l’esame di coscienza con l’autonarrazione e quindi all’auto assoluzione. In questa perdita del senso del peccato c’entra molto il relativismo, quello più raffinato, quello del “dipende”: dal contesto, dalla sensibilità, dalla storia personale, dal desiderio, dalla percezione individuale, dal momento, dalla ferita, dall’intenzione, dalla fase della mia vita.

E certo, molte cose dipendono davvero anche dal contesto. Il cristianesimo non è cieco davanti alle fragilità, ai condizionamenti, alle ferite psicologiche, alle storie personali. La Chiesa sa bene che la responsabilità morale concreta deve essere valutata anche alla luce della coscienza, della libertà effettiva, della piena avvertenza, del deliberato consenso. Ma una cosa è comprendere la complessità dell’agire umano; altra cosa è dissolvere ogni responsabilità fino a rendere impossibile la conversione.
Il relativismo, alla fine, non elimina il male. Elimina la coscienza davanti al quale il male può essere riconosciuto. Benedetto XVI, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005, parlò della “dittatura del relativismo”, in una omelia che è rimasta nella storia della Chiesa e della Teologia. Indica una cultura che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura soltanto il proprio io e i suoi desideri. Se la misura ultima sono io, se il criterio finale è ciò che sento, se la verità coincide con la mia percezione, allora il peccato diventa quasi indicibile e alloa si, parlarne è puro medioevalismo. Perché il peccato presuppone che esista una verità davanti alla quale la mia vita può essere giudicata, guarita, raddrizzata. E quando il peccato diventa opinione, la conversione diventa facoltativa se non inutile. Qui entra in gioco anche una questione linguistica di cui il nostro presente è intriso. Le parole non sono mai neutre. Cambiare le parole significa spesso significa cambiare il modo in cui leggiamo la realtà. Se una società smette di usare la parola “peccato”, non compie solo un’operazione lessicale. Modifica il proprio rapporto con il male.
Oggi il peccato si traveste bene. È il grande ed antichissimo inganno del demonio. La superbia diventa autostima. L’egoismo diventa cura di sé. La lussuria diventa libertà affettiva. La fuga da Dio diventa ricerca personale. Naturalmente non tutto è falso in queste parole. Esistono davvero la fragilità, la ferita, la stanchezza, la ricerca, il bisogno di proteggersi. Il cristianesimo non chiede di schiacciare l’uomo sotto il peso della colpa, il cui senso nella coscienza è diverso e distinto dal senso del peccato. Spesso oggi la Chiesa che non osa più parlare di peccato, con l’obiettivo di diventare automaticamente più misericordiosa. Rischia, al contrario, di diventare meno capace di annunciare il perdono. Perché la misericordia cristiana non è una generica approvazione dell’esistente. Ma Misericordia non è mai slegata dalla Giustizia. La misericordia è Dio entra nella miseria dell’uomo per innalzarlo. È Cristo che non banalizza il male, ma lo prende su di sé.
Forse il nostro tempo non è meno morale di altri. Anzi, è spesso ferocemente moralista. Sa indignarsi, accusare, smascherare, denunciare, cancellare. Ma ha perso qualcosa di più profondo: la capacità di pentirsi. La differenza è enorme. L’indignazione guarda fuori. Il pentimento guarda dentro. L’indignazione cerca un colpevole. Il pentimento riconosce una ferita e la cura. Il pentimento apre alla grazia.

Non pecchiamo più: sbagliamo. Non tradiamo: ci cerchiamo. Non cediamo all’egoismo: ci mettiamo finalmente al centro. Non mentiamo: presentiamo la nostra realtà come verità. Non feriamo: esprimiamo ciò che sentiamo. Non ci allontaniamo da Dio: siamo in una fase diversa del nostro percorso. Non ci convertiamo: ci raccontiamo meglio. Tutto sembra avere una spiegazione. Quasi nulla sembra avere più bisogno di conversione.
Ma che cos’è, allora, il peccato? Conviene dirlo subito: il peccato non è semplicemente “fare una cosa vietata”. Non è una multa spirituale. Ridurlo a questo significa banalizzarlo e, in fondo, renderlo caricaturale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce il peccato come “una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza” e come un allontanamento dell’amore vero verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo, causata da un attaccamento disordinato a determinati beni o fini. Dunque il peccato non riguarda solo la legge, ma l’uomo. Non riguarda solo ciò che è proibito, ma ciò che ferisce l’amore: è una frattura della relazione: con Dio, con gli altri, con sé stessi. Il peccato è un bene usato contro il Bene. Per questo il peccato non può essere liquidato come un residuo medievale, una fissazione clericale o un controllo collettivo sociale della Chiesa sul “popolo”. Se eliminiamo il peccato, non otteniamo un uomo più libero. Otteniamo un uomo più opaco a sé stesso.
San Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia, pubblicata il 2 dicembre 1984, riprende una diagnosi severa, già formulata da Pio XII: “il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato”. Per il Papa Polacco l’uomo contemporaneo è insidiato proprio dalla perdita del senso del peccato, fino alla tentazione di una sorta di impeccabilità pratica: non perché non compia più il male, ma perché non riesce più a riconoscerlo come tale. È questo il punto, profetico. L’uomo si giustifica prima ancora di interrogarsi. L’uomo che sostituisce l’esame di coscienza con l’autonarrazione e quindi all’auto assoluzione. In questa perdita del senso del peccato c’entra molto il relativismo, quello più raffinato, quello del “dipende”: dal contesto, dalla sensibilità, dalla storia personale, dal desiderio, dalla percezione individuale, dal momento, dalla ferita, dall’intenzione, dalla fase della mia vita.

E certo, molte cose dipendono davvero anche dal contesto. Il cristianesimo non è cieco davanti alle fragilità, ai condizionamenti, alle ferite psicologiche, alle storie personali. La Chiesa sa bene che la responsabilità morale concreta deve essere valutata anche alla luce della coscienza, della libertà effettiva, della piena avvertenza, del deliberato consenso. Ma una cosa è comprendere la complessità dell’agire umano; altra cosa è dissolvere ogni responsabilità fino a rendere impossibile la conversione.
Il relativismo, alla fine, non elimina il male. Elimina la coscienza davanti al quale il male può essere riconosciuto. Benedetto XVI, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005, parlò della “dittatura del relativismo”, in una omelia che è rimasta nella storia della Chiesa e della Teologia. Indica una cultura che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura soltanto il proprio io e i suoi desideri. Se la misura ultima sono io, se il criterio finale è ciò che sento, se la verità coincide con la mia percezione, allora il peccato diventa quasi indicibile e alloa si, parlarne è puro medioevalismo. Perché il peccato presuppone che esista una verità davanti alla quale la mia vita può essere giudicata, guarita, raddrizzata. E quando il peccato diventa opinione, la conversione diventa facoltativa se non inutile. Qui entra in gioco anche una questione linguistica di cui il nostro presente è intriso. Le parole non sono mai neutre. Cambiare le parole significa spesso significa cambiare il modo in cui leggiamo la realtà. Se una società smette di usare la parola “peccato”, non compie solo un’operazione lessicale. Modifica il proprio rapporto con il male.
Oggi il peccato si traveste bene. È il grande ed antichissimo inganno del demonio. La superbia diventa autostima. L’egoismo diventa cura di sé. La lussuria diventa libertà affettiva. La fuga da Dio diventa ricerca personale. Naturalmente non tutto è falso in queste parole. Esistono davvero la fragilità, la ferita, la stanchezza, la ricerca, il bisogno di proteggersi. Il cristianesimo non chiede di schiacciare l’uomo sotto il peso della colpa, il cui senso nella coscienza è diverso e distinto dal senso del peccato. Spesso oggi la Chiesa che non osa più parlare di peccato, con l’obiettivo di diventare automaticamente più misericordiosa. Rischia, al contrario, di diventare meno capace di annunciare il perdono. Perché la misericordia cristiana non è una generica approvazione dell’esistente. Ma Misericordia non è mai slegata dalla Giustizia. La misericordia è Dio entra nella miseria dell’uomo per innalzarlo. È Cristo che non banalizza il male, ma lo prende su di sé.
Forse il nostro tempo non è meno morale di altri. Anzi, è spesso ferocemente moralista. Sa indignarsi, accusare, smascherare, denunciare, cancellare. Ma ha perso qualcosa di più profondo: la capacità di pentirsi. La differenza è enorme. L’indignazione guarda fuori. Il pentimento guarda dentro. L’indignazione cerca un colpevole. Il pentimento riconosce una ferita e la cura. Il pentimento apre alla grazia.
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























