Come capire se il ragazzo/a è dipendente dal social network. Serata con Davide Vassena
Quali sono i sintomi per capire se un ragazzo o una ragazza sono dipendenti dai social network e in generale dai mezzi di comunicazione digitale?
Con questa domanda, che riflette la preoccupazione di molti genitori, si è aperto giovedì sera l’incontro con lo psicologo Davide Vassena, terzo dei quattro previsti per il ciclo “Figli connessi, genitori (s)connessi” organizzati dall’Istituto comprensivo di Merate in collaborazione con la Fondazione Carolina.

L’esperto ne ha elencati alcuni: la perdita di interesse per qualcosa per cui prima ci si appassionava, uno stato di apatia nei confronti della scuola, l’avere il sonno disturbato (che può consistere sia nell’insonnia sia nel sonno troppo prolungato), disturbi somatici che non hanno un fondamento clinico (tipici sono il mal di pancia e il mal di testa).
Però, ha subito chiarito Vassena, “questi sintomi potrebbero anche verificarsi per altri motivi e non essere necessariamente dovuti a una dipendenza dalle tecnologie”.
E allora, come si fa a capire?
“Bisogna essere a contatto con i ragazzi, utilizzando le competenze di base che vengono messe in atto nella relazione educativa”.
Innanzitutto serve ascolto, “parola abusata ma fondamentale”.

Un ascolto “attivo”, che in una prima fase vuol dire non interrompere e restare in silenzio focalizzandosi su quello che i figli ci stanno dicendo. Ma poi, in un secondo momento, può anche tradursi in domande per comprendere meglio, che possono anche costituire un aiuto all’espressione di chi parla.
La serata, che ha visto una partecipazione in presenza poco numerosa mentre in streaming erano collegate 40 persone, era stata pensata con una fruizione interattiva.
Lo psicologo ha quindi distribuito un foglio con un gioco chiamato “Bingo!” in cui una serie di caselle riportano attività riferite all’uso di internet e dei social media: il gioco consiste nell’indovinare chi tra le persone presenti esercita le singole attività, vince chi ne indovina di più.
Ma con i genitori è stato utilizzato come spunto per vedere se queste attività siano o meno conosciute. E in effetti alcune tra queste – “ha shoppato”, “sa cos’è il PEGI”, “parla spesso con un chatbot” – sono risultate un po’ oscure.
“Shoppare vuol dire fare acquisti nell’ambito dei videogiochi di aggiornamenti, funzionalità, avatar e loro abbigliamento”, ha spiegato l’esperto. Un incentivo all’acquisto “che nasce dal bisogno di sentirsi parte di un gruppo”.
PEGI invece è un acronimo che sta per “Pan European Game Information”, ovvero un sistema europeo di classificazione che suggerisce l’età adatta per videogiochi e applicazioni in base a determinati criteri che possono essere l’uso di un linguaggio scurrile, il consumo di droga, la presenza di riferimenti sessuali, violenza o gioco d’azzardo.

“In molti videogiochi sono presenti le cosiddette ‘Loot box’, che sottendono un meccanismo simile a quello del gioco d’azzardo”, ha spiegato lo psicologo.
Si tratta di scatole “a sorpresa”, contenenti delle ricompense virtuali, che si possono acquistare sperando di trovare al loro interno armi o altre potenzialità senza avere la certezza di quello che si riceverà. Il che le avvicina in qualche modo al gioco d’azzardo.
“I bambini e i ragazzi sono molto sensibili alle ricompense e questo chi progetta i videogiochi lo sa bene”, ha sottolineato Vassena.
Un approfondimento è stato poi dedicato ai chatbot, una realtà che sta prendendo sempre più piede anche grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale.
“Ci risulta che un preadolescente su quattro usa l’IA per domande anche su problemi relativi alla vita di relazione, per esempio per i maschi su come comportarsi con le ragazze”, ha riferito lo psicologo che si è poi rivolto al pubblico presente chiedendo per quale motivo venga scelto un interlocutore virtuale anziché uno in carne e ossa.
“Perché ci si vergogna di meno”, “perché non si ha paura di essere giudicati”, “perché è sempre disponibile”, “perché appare più competente e più oggettivo” sono state le risposte.
All’esperto è toccato il compito di svelare il rischio sotteso a questo tipo di utilizzo, soprattutto in situazioni molto delicate come può essere la presenza nei preadolescenti di pensieri suicidari.
“L’obiettivo dell’IA è quello di tenere l’utente agganciato il più a lungo possibile e lo fa per esempio manifestando comprensione verso i suoi problemi ma senza prospettare vie d’uscita, cosa che invece farebbe un adulto in carne e ossa”.

Un altro approfondimento è stato dedicato all’uso di social network quali Instagram e Tik tok, i più utilizzati dagli adolescenti a cui comunque l’accesso sarebbe vietato prima dei 14 anni.
Nessuna demonizzazione, ma caso mai, ha sottolineato Vassena, quello che serve è la comprensione dei bisogni a cui rispondono.
Instagram è come una vetrina in cui ci si mette in mostra e il bisogno sotteso è quindi quello di essere visti e riconosciuti tramite i like e i commenti dei follower.
Mentre Tik tok, il cui contenuto sono brevi video, risponde al bisogno di replicare quello che fanno gli altri con un’aggiunta di creatività personale, che è poi il meccanismo attraverso cui avviene l’apprendimento.
Se i primi passi da compiere sono ascoltare, conoscere e comprendere, per completare il percorso educativo servono la responsabilizzazione e la condivisione.
“Le regole ci vogliono e litigare con i genitori è utile perché serve a dare il senso del limite”, ha concluso Vassena. “Da soli però è faticoso, insieme si è più motivati e ci si aiuta”.
Questo è anche il senso dei Patti digitali, che consistono nello stabilire un accordo tra famiglie che insieme decidono di seguire le stesse prassi per promuovere un utilizzo sicuro e consapevole della tecnologia.
La Fondazione Carolina da circa un anno ha anche attivato il Centro Re.Te, uno spazio fisico dedicato alle nuove fragilità di adolescenti e preadolescenti, dove un’équipe di professionisti fornisce gratuitamente un supporto contro il disagio e la sofferenza nell’era digitale.
Il prossimo appuntamento è per martedì 19 maggio, quando si parlerà di “Genitori e figli nel web. Opportunità e rischi”, con la dottoressa Stefania Crema.
Con questa domanda, che riflette la preoccupazione di molti genitori, si è aperto giovedì sera l’incontro con lo psicologo Davide Vassena, terzo dei quattro previsti per il ciclo “Figli connessi, genitori (s)connessi” organizzati dall’Istituto comprensivo di Merate in collaborazione con la Fondazione Carolina.

L’esperto ne ha elencati alcuni: la perdita di interesse per qualcosa per cui prima ci si appassionava, uno stato di apatia nei confronti della scuola, l’avere il sonno disturbato (che può consistere sia nell’insonnia sia nel sonno troppo prolungato), disturbi somatici che non hanno un fondamento clinico (tipici sono il mal di pancia e il mal di testa).
Però, ha subito chiarito Vassena, “questi sintomi potrebbero anche verificarsi per altri motivi e non essere necessariamente dovuti a una dipendenza dalle tecnologie”.
E allora, come si fa a capire?
“Bisogna essere a contatto con i ragazzi, utilizzando le competenze di base che vengono messe in atto nella relazione educativa”.
Innanzitutto serve ascolto, “parola abusata ma fondamentale”.

Un ascolto “attivo”, che in una prima fase vuol dire non interrompere e restare in silenzio focalizzandosi su quello che i figli ci stanno dicendo. Ma poi, in un secondo momento, può anche tradursi in domande per comprendere meglio, che possono anche costituire un aiuto all’espressione di chi parla.
La serata, che ha visto una partecipazione in presenza poco numerosa mentre in streaming erano collegate 40 persone, era stata pensata con una fruizione interattiva.
Lo psicologo ha quindi distribuito un foglio con un gioco chiamato “Bingo!” in cui una serie di caselle riportano attività riferite all’uso di internet e dei social media: il gioco consiste nell’indovinare chi tra le persone presenti esercita le singole attività, vince chi ne indovina di più.
Ma con i genitori è stato utilizzato come spunto per vedere se queste attività siano o meno conosciute. E in effetti alcune tra queste – “ha shoppato”, “sa cos’è il PEGI”, “parla spesso con un chatbot” – sono risultate un po’ oscure.
“Shoppare vuol dire fare acquisti nell’ambito dei videogiochi di aggiornamenti, funzionalità, avatar e loro abbigliamento”, ha spiegato l’esperto. Un incentivo all’acquisto “che nasce dal bisogno di sentirsi parte di un gruppo”.
PEGI invece è un acronimo che sta per “Pan European Game Information”, ovvero un sistema europeo di classificazione che suggerisce l’età adatta per videogiochi e applicazioni in base a determinati criteri che possono essere l’uso di un linguaggio scurrile, il consumo di droga, la presenza di riferimenti sessuali, violenza o gioco d’azzardo.

“In molti videogiochi sono presenti le cosiddette ‘Loot box’, che sottendono un meccanismo simile a quello del gioco d’azzardo”, ha spiegato lo psicologo.
Si tratta di scatole “a sorpresa”, contenenti delle ricompense virtuali, che si possono acquistare sperando di trovare al loro interno armi o altre potenzialità senza avere la certezza di quello che si riceverà. Il che le avvicina in qualche modo al gioco d’azzardo.
“I bambini e i ragazzi sono molto sensibili alle ricompense e questo chi progetta i videogiochi lo sa bene”, ha sottolineato Vassena.
Un approfondimento è stato poi dedicato ai chatbot, una realtà che sta prendendo sempre più piede anche grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale.
“Ci risulta che un preadolescente su quattro usa l’IA per domande anche su problemi relativi alla vita di relazione, per esempio per i maschi su come comportarsi con le ragazze”, ha riferito lo psicologo che si è poi rivolto al pubblico presente chiedendo per quale motivo venga scelto un interlocutore virtuale anziché uno in carne e ossa.
“Perché ci si vergogna di meno”, “perché non si ha paura di essere giudicati”, “perché è sempre disponibile”, “perché appare più competente e più oggettivo” sono state le risposte.
All’esperto è toccato il compito di svelare il rischio sotteso a questo tipo di utilizzo, soprattutto in situazioni molto delicate come può essere la presenza nei preadolescenti di pensieri suicidari.
“L’obiettivo dell’IA è quello di tenere l’utente agganciato il più a lungo possibile e lo fa per esempio manifestando comprensione verso i suoi problemi ma senza prospettare vie d’uscita, cosa che invece farebbe un adulto in carne e ossa”.

Un altro approfondimento è stato dedicato all’uso di social network quali Instagram e Tik tok, i più utilizzati dagli adolescenti a cui comunque l’accesso sarebbe vietato prima dei 14 anni.
Nessuna demonizzazione, ma caso mai, ha sottolineato Vassena, quello che serve è la comprensione dei bisogni a cui rispondono.
Instagram è come una vetrina in cui ci si mette in mostra e il bisogno sotteso è quindi quello di essere visti e riconosciuti tramite i like e i commenti dei follower.
Mentre Tik tok, il cui contenuto sono brevi video, risponde al bisogno di replicare quello che fanno gli altri con un’aggiunta di creatività personale, che è poi il meccanismo attraverso cui avviene l’apprendimento.
Se i primi passi da compiere sono ascoltare, conoscere e comprendere, per completare il percorso educativo servono la responsabilizzazione e la condivisione.
“Le regole ci vogliono e litigare con i genitori è utile perché serve a dare il senso del limite”, ha concluso Vassena. “Da soli però è faticoso, insieme si è più motivati e ci si aiuta”.
Questo è anche il senso dei Patti digitali, che consistono nello stabilire un accordo tra famiglie che insieme decidono di seguire le stesse prassi per promuovere un utilizzo sicuro e consapevole della tecnologia.
La Fondazione Carolina da circa un anno ha anche attivato il Centro Re.Te, uno spazio fisico dedicato alle nuove fragilità di adolescenti e preadolescenti, dove un’équipe di professionisti fornisce gratuitamente un supporto contro il disagio e la sofferenza nell’era digitale.
Il prossimo appuntamento è per martedì 19 maggio, quando si parlerà di “Genitori e figli nel web. Opportunità e rischi”, con la dottoressa Stefania Crema.
A.Vi.
























