Egemonia culturale e controllo del consenso
Egemonia culturale e controllo del consenso Le polemiche che nelle ultime settimane hanno investito il Ministero della Cultura, la Biennale di Venezia, il caso del padiglione russo e le controversie legate alla produzione cinematografica e documentaristica riportano al centro una questione antica ma decisiva: il rapporto tra cultura, potere e consenso. Dietro lo scontro politico quotidiano emerge infatti un interrogativo più profondo: esiste davvero un’egemonia culturale oppure stiamo assistendo alla crisi stessa della capacità di governare il dibattito culturale? Nel Novecento il confronto sull’egemonia culturale aveva caratteristiche molto diverse da quelle odierne. Si riconosceva l’esistenza di grandi tradizioni culturali e ideali — il pensiero liberale, quello cattolico e quello socialista-comunista — tutte collocate dentro precisi orizzonti politici ma capaci, al loro interno, di sviluppare autonomia critica e pluralismo. Nessuna di queste culture coincideva integralmente con il potere politico che teoricamente rappresentava. Il mondo cattolico, ad esempio, non è mai stato una semplice articolazione della Democrazia Cristiana. I movimenti sociali cattolici, il sindacalismo, l’associazionismo e parte della cultura religiosa hanno spesso svolto una funzione critica nei confronti del potere moderato, sollecitando attenzione verso i temi della giustizia sociale, del lavoro e della solidarietà. Anche il pensiero liberale ha conosciuto conflitti interni profondi, soprattutto nel rapporto con il neoliberismo affermatosi negli anni di Reagan e Thatcher. Il liberalismo europeo non è stato soltanto celebrazione del mercato, ma anche riflessione sui limiti del capitalismo, sui diritti civili e sul ruolo pubblico dello Stato. Ancora più evidente è il caso della cultura socialista e comunista. Parlare di una “egemonia culturale della sinistra” come blocco monolitico significa ignorare la straordinaria dialettica che ha attraversato quel mondo. Intellettuali come Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini hanno rappresentato voci autonome, spesso duramente polemiche verso i partiti della sinistra ufficiale. Lo stesso gruppo del Manifesto, il movimento del Sessantotto, i consigli di fabbrica, il femminismo e i movimenti operai hanno esercitato una pressione continua sul pensiero socialista e marxista, costringendolo a confrontarsi con trasformazioni sociali e culturali che ne mettevano in discussione rigidità e dogmi. Quella stagione non fu quindi caratterizzata da una cultura unica dominante, ma da un conflitto fecondo tra culture diverse e da un continuo lavoro critico interno alle stesse tradizioni politiche. Proprio questa pluralità contribuì alla crescita democratica e civile del Paese. Per questo appare oggi strumentale l’uso politico dell’espressione “egemonia culturale della sinistra” da parte di alcuni settori dell’attuale maggioranza di governo. Si confonde infatti una lunga stagione di confronto intellettuale e produzione culturale con l’idea di un controllo ideologico centralizzato. In realtà, quella pluralità di pensieri — cattolico, liberale, socialista — ha rappresentato una ricchezza nazionale e non un sistema di occupazione del potere. La vera cesura si produce piuttosto dopo la caduta del Muro di Berlino. Con la crisi delle grandi culture politiche del Novecento e l’irruzione sulla scena di Silvio Berlusconi, il rapporto tra cultura e politica cambia radicalmente. Non nasce una nuova egemonia culturale nel senso classico del termine, ma un sistema comunicativo fondato sul potere mediatico, sul consumo e sulla spettacolarizzazione permanente. Attraverso il predominio televisivo di Mediaset si afferma progressivamente un immaginario basato sull’edonismo, sull’individualismo competitivo e sulla centralità del mercato. Il consumismo assume i tratti di una nuova religione civile: il successo personale sostituisce l’idea di emancipazione collettiva, mentre il principio secondo cui “il più forte comanda” diventa spesso il paradigma implicito della comunicazione pubblica. Dentro questa trasformazione si indeboliscono i luoghi tradizionali della formazione critica: i partiti di massa, i sindacati, le associazioni culturali, le scuole di pensiero. La politica stessa smette progressivamente di produrre cultura e si limita a gestire consenso immediato. Le difficoltà e le tensioni che attraversano oggi il governo di Giorgia Meloni mostrano proprio questo limite. Il tentativo di piegare il mondo culturale alle esigenze identitarie della politica si scontra con una realtà molto più complessa e frammentata. La cultura non può essere amministrata come un apparato di propaganda: quando la politica tenta di ridurla a strumento di consenso, finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con la sua natura critica e plurale. Forse, allora, sarebbe utile tornare alla lezione del Novecento, non per nostalgia ideologica ma per recuperare l’idea che una democrazia matura vive del confronto tra culture differenti. Riconoscere la legittimità dei diversi pensieri — liberale, cattolico, socialista e di tutte le nuove sensibilità contemporanee — potrebbe essere il punto di partenza per uscire dall’attuale tossicità culturale. Il problema dell’Italia di oggi non è l’eccesso di egemonia culturale, ma la sua assenza: manca un terreno comune di confronto critico, sostituito troppo spesso da polarizzazione, propaganda e comunicazione permanente. Senza una nuova stagione di autonomia intellettuale e di pluralismo reale, il rischio è che il dibattito pubblico resti prigioniero del conflitto identitario e incapace di immaginare il futuro del Paese.
Milva Caglio

























