Church pocket/109. Un anno da Leone: il Papa della misura che ha corretto il tono, ma non ancora tutti i nodi

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Un anno fa, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni, Leone XIV scelse di non presentarsi al mondo con una formula di effetto, con una rottura scenica o con un manifesto ideologico. Scelse una parola antica, evangelica, quasi disarmante nella sua semplicità: pace. “La pace sia con tutti voi”, disse nel suo primo saluto, qualificandola subito come “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, in un anelito, quasi profetico visto il repentino evolversi degli scenari geopolitici. Già questo momento è stato la parafrasi del pontificato che sarebbe venuto: meno spettacolo, meno personalismo, meno ricerca del consenso immediato; più gravità, più essenzialità, più desiderio di riportare il papato dentro una forma spiritualmente seria e teologicamente leggibile. A distanza di dodici mesi dall’elezione dell’8 maggio 2025 il profilo di Leone XIV è ormai sufficientemente definito da consentire un primo bilancio, seppur non esaustivo. Non definitivo, ovviamente. Un anno è troppo poco per giudicare in modo compiuto un pontificato. Ma è abbastanza per capire almeno la direzione di marcia, il tono ecclesiale, le priorità del magistero, il metodo di governo. E la prima impressione, oggi, è che Leone XIV abbia voluto anzitutto rimettere ordine nel respiro della Chiesa. 
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Il primo dato positivo è proprio questo: lo stile. Dopo anni in cui il papato è stato spesso letto, raccontato e consumato anche come evento comunicativo permanente e mediatico, Leone XIV ha riportato al centro una sobrietà che non è freddezza, ma disciplina della forma. La sua prima omelia da Papa, nella Messa pro Ecclesia del 9 maggio 2025, mise immediatamente al centro Cristo, “l’unico Salvatore”, e il compito della Chiesa di custodire e trasmettere il depositum fidei. Il giorno successivo, incontrando i cardinali, chiese consigli, proposte concrete, ascolto reciproco. Due segnali non secondari: un papato che vuole ripartire dal fondamento cristologico e un governo che, almeno nelle intenzioni iniziali, non ama il monologo. Il secondo merito del suo primo anno è la chiarezza tematica. Leone XIV non ha disperso il magistero in mille direzioni. Ha scelto alcuni assi portanti che possiamo riassumere in tre parole: pace, poveri, comunione. La continuità fra il primo saluto dell’8 maggio 2025 e il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026 è evidente: la stessa formula, “La pace sia con tutti voi”, torna come architrave di una visione che non è solo diplomatica e politica, ma spirituale e teologica. Accanto alla pace, il secondo grande asse del pontificato è quello dei poveri. Un terzo elemento positivo è il tentativo di abbassare la temperatura delle polarizzazioni ecclesiali. Fin dal primo saluto, il Papa ha parlato di costruire ponti, di camminare insieme, di essere una Chiesa missionaria aperta all’incontro. Non a caso il suo motto episcopale è “In Illo uno unum” ovvero “in lui - Cristo – siamo uno”, prova che della centralità cristologica ne ha fatto il suo stile di pastore, prima che di Papa. 
Anche sul piano simbolico, poi, il primo anno ha restituito un’immagine di papato più raccolta, meno centrata sulla persona del Pontefice come personaggio. È un punto da non sottovalutare. In una stagione storica dominata dalla performatività, dal commento immediato e dalla continua esposizione del leader, la misura può apparire persino una forma di debolezza. In realtà, per la Chiesa, potrebbe rivelarsi una virtù istituzionale. Leone XIV ha dato l’impressione di voler essere anzitutto Papa, non brand, non icona culturale, non catalizzatore di fandom ecclesiali. E in tempi di bulimia mediatica, questa è già una correzione non marginale. 
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Tuttavia proprio qui cominciano anche le ombre. Perché un pontificato non può essere giudicato soltanto dal tono, per quanto importante. Deve essere pesato anche dalla sua capacità di governo, dalla sua incisività, dal modo in cui affronta i nodi aperti. E il primo limite che oggi si può evidenziare è che Leone XIV, pur avendo chiarito il registro spirituale del suo ministero, non ha ancora mostrato fino in fondo quale sarà la sua impronta strutturale. Si avverte l’orientamento, ma non sempre la decisione né tantomeno la meta. 
Il secondo punto critico riguarda la sua stessa strategia di ricomposizione. Il richiamo alla pace, all’unità, al superamento delle polarizzazioni è condivisibile e persino necessario. Ma resta aperta una domanda: fino a che punto un pontificato può limitarsi a raffreddare i conflitti, senza sciogliere i nodi che li hanno prodotti? Fino a quando la strategia del “un colpo alla botte e un colpo al cerchio” può funzionare? Nella Chiesa contemporanea non mancano le fratture su dottrina, pastorale, disciplina, esercizio dell’autorità, ricezione del Sinodo, rapporto tra centro e periferie, continuità e discontinuità con il pontificato precedente, liturgia. Su questi temi Leone XIV ha finora preferito il registro dell’accompagnamento e del discernimento. È una scelta legittima, ma non priva di rischi: quello di apparire rassicurante senza essere ancora pienamente risolutivo. 
C’è poi il nodo dell’eredità di Francesco. Leone XIV non ha adottato la linea della smentita brusca, e probabilmente ha fatto bene. Sarebbe stato artificiale, e persino ecclesiologicamente povero, inaugurare il nuovo pontificato come regolamento di conti con il precedente. Ma proprio questa continuità vigilata apre un interrogativo critico: dove finisce la conferma e dove inizia la correzione? Il messaggio del 19 marzo 2026 per il decimo anniversario di Amoris laetitia, con la decisione di convocare nell’ottobre 2026 i presidenti delle Conferenze episcopali per un discernimento sinodale sulle famiglie, segnala che Leone XIV non intende archiviare quella traiettoria, ma neppure si limita a ripeterla meccanicamente. Il problema è che, al momento, la sua posizione appare più promettente che compiutamente definita. 
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In fondo, il primo anno di Leone XIV può essere letto così: non un anno rivoluzionario, ma un anno di assestamento; non un anno di gesti clamorosi, ma un anno di riequilibrio; non un anno di slogan, ma un anno di lessico restituito alla sua gravità. È poco? Dipende. Per chi voleva un pontefice capace di tagliare di netto con le confusioni recenti, forse sì. Per chi ritiene che la Chiesa avesse anzitutto bisogno di ritrovare una postura meno ansiosa, meno urlata, meno dipendente dal riflesso mediatico, probabilmente no. 
Il punto, allora, è questo: dopo un anno Leone XIV ha già dato una forma al proprio pontificato, ma non ancora tutta la sua forza storica. Ha mostrato un metodo, più che un sistema compiuto; una direzione, più che un approdo. Il lato positivo è evidente: ha riportato al centro pace, Cristo, Chiesa, comunione. Il lato negativo, o almeno il punto ancora aperto, è altrettanto evidente: deve dimostrare che questa limpidezza di tono può diventare anche governo incisivo, scelta, forma durevole, impronta. Un Papa, in fondo, non è chiamato soltanto a rasserenare il clima, ma a confermare i fratelli nella fede e a guidare la Chiesa nella storia. Il primo anno di Leone XIV dice che la rotta c’è. Il secondo dovrà mostrare se c’è anche la forza di imporla.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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