Church pocket/108. 
Il Vangelo e le bombe: Benedetto XV e la pace inascoltata

Ci sono secoli che avanzano come processioni verso l’altare della civiltà, e secoli che invece assomigliano a una selva oscura. Il Novecento fu così: non solo un tempo di guerre, ma una frattura dell’anima. Il continente che aveva insegnato il Vangelo al mondo imparava di nuovo l’arte di massacrarsi. In mezzo a questo abisso, i papi fecero ciò che possono fare i papi quando la storia diventa follia: parlare, ammonire, supplicare, tentare di salvare almeno l’umano mentre tutto sembrava precipitare. Il racconto dei papi e delle guerre mondiali è spesso ridotto a formule troppo facili, soprattutto in un tempo che pretende di comprimere la storia in pochi secondi e di trasformare ogni giudizio in slogan. Benedetto XV, “il Papa della pace”. Pio XII, “il Papa del silenzio”. Ma la storia vera, come sempre, è meno comoda delle etichette. Perché davanti alla guerra il Papa non dispone di eserciti, non firma armistizi, non impone trattati. Ha la Parola, la diplomazia, il prestigio morale, la rete della Chiesa, e qualche volta neppure quello. Eppure proprio per questo il modo in cui i papi attraversano le guerre mondiali dice molto non solo sulla Chiesa, ma anche sui limiti della coscienza cristiana quando la civiltà precipita nella barbarie.
Church26_aprile2.png (381 KB)
Con la Prima guerra mondiale il trono di Pietro è occupato da Benedetto XV, eletto nel 1914, praticamente all’inizio del conflitto. Diplomatico ma anche Pastore, è forse il Papa che più chiaramente comprese il carattere suicidario di quella guerra. Quando gran parte dell’Europa era ancora ubriaca di retorica patriottica, Benedetto XV aveva già capito che quella non sarebbe stata una guerra di gloria, ma una carneficina. Come Cassandra davanti a Troia, non fu ascoltato. Proponeva mediazioni, ma gli Stati erano ormai prigionieri delle loro alleanze e delle loro ambizioni. Il Papa vedeva che la guerra stava divorando non solo gli uomini, non solo l’idea di Europa cristiana, ma la coscienza stessa dell’uomo. La sua parola rimase, in larga misura, isolata, ignorata, quasi “voce di uno che grida nel deserto” (Mt 3,3). Appena eletto, nel settembre 1914, si presentò non come papa “di parte”, ma come padre comune. Nella prima enciclica, Ad beatissimi Apostolorum del 1° novembre 1914, descrisse l’Europa come travolta dal “tremendo fantasma della guerra”, parlò di “gigantesche carneficine”, di sangue, morti e feriti, e fece capire subito che la Santa Sede non avrebbe benedetto il conflitto. La sua prima enciclica, che possiamo considerare come un manifesto di governo, non si limitò a deplorare le conseguenze materiali della guerra, ma ne colpì anche le radici spirituali e morali: odio, rivalità, egoismo collettivo, smarrimento del senso di fraternità. Benedetto XV non fu soltanto “pacifista” in senso generico. Fu il Papa che comprese molto presto che la guerra moderna non era più l’ultima ratio tra Stati, ma una macchina di distruzione capace di divorare l’intera civiltà europea. Scrive che non vi è “quasi altro pensiero” nelle menti che la guerra e che “nessun limite” sembra esservi alle rovine e alle stragi.  Nel 1915, nel primo anniversario dello scoppio del conflitto, tornò a intervenire pubblicamente con l’esortazione Allorché fummo chiamati del 28 luglio, richiamando i popoli belligeranti e i loro governanti alla cessazione della guerra; e pochi mesi dopo, nel discorso al Concistoro Nostis profecto del 6 dicembre 1915, riconobbe di avere adoperato “ogni mezzo” per affrettare la pace e comporre le discordie, pur senza risultato. In quel testo insiste su un punto decisivo: per fermare la guerra era necessario che tutte le parti rinunciassero a qualcosa, perché nessuno potesse sottrarsi alla responsabilità morale di continuare una carneficina senza precedenti.
Church26_aprile1.png (658 KB)
Il culmine del suo tentativo politico arrivò però nel 1917, con la celebre Nota ai capi dei popoli belligeranti del 1° agosto, il documento più importante del suo pontificato sul conflitto. Qui Benedetto XV non si limitò più a un richiamo morale generico, ma avanzò una vera piattaforma di pace. Parlò di “triennio sanguinoso”, temette che l’Europa corresse “all’abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio” e, mosso – dice lui stesso – non da mire politiche particolari, ma dalla coscienza del suo dovere di padre comune, lanciò nuovamente il grido della pace. Chiese una pace “giusta e duratura”, fondata su alcuni capisaldi: riduzione reciproca degli armamenti, sostituzione della forza delle armi con la forza del diritto, arbitrato internazionale, libertà e comunanza dei mari, rinuncia reciproca alle indennità di guerra, restituzione dei territori occupati, esame equo delle questioni territoriali contese, come quelle tra Italia e Austria o tra Francia e Germania. In altre parole, tentò di portare i governi fuori dalla logica della vittoria totale e dentro una logica di composizione giuridica del conflitto, ponendosi come un autentico tavolo diplomatico neutrale e super partes

Eppure non bastò. Benedetto XV merita di essere sottratto alla polvere delle formule e alla distrazione della storia. Perché troppo spesso lo si ricorda appena, come una figura secondaria tra papi più mediatici, più citati, più controversi. E invece il suo pontificato fu tutt’altro che marginale. C’è anche una novità pastorale nel governo della Chiesa che meriterebbe di essere riletta con più attenzione. In un tempo in cui il papato avrebbe potuto limitarsi a denunciare, egli cercò invece di curare, mediare, soccorrere, custodire il più possibile l’umano dentro l’inumano. Fu un Papa che non separò mai la diplomazia dalla compassione, né la lucidità politica dalla paternità spirituale.  La storia, però, è spesso ingrata con chi non vince, con chi non impone, con chi non domina la scena. E così Benedetto XV è rimasto, per molti, il Papa dell’“inutile strage”, quasi che bastassero due parole a esaurire la statura di un pontificato. Ma quelle due parole non bastano. 
Rubrica a cura di Pietro Santoro
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.