Karim e Germano
Che il termine “Remigrazione” sia ormai quasi uno slogan sembrerebbe quantomeno dimostrato da una sua crescente citazione sui media e soprattutto negli spesso salottieri talk show televisivi.
Da qualche tempo varie forze politiche ne stanno facendo una bandiera programmatica giocando volta per volta su una sua interpretazione più o meno estrema.
Di per sé la Treccani così la definisce nella “sezione” Neologismi (2025): “Eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d'origine” ma quella che viene contrabbandata come una questione legata ad una doverosa sicurezza spesso rappresenta l'ultimo escamotage di certa destra per fare leva sulla pancia non solo degli Italiani.
Non a caso usando la cosiddetta Intelligenza Artificiale questo è il “commento”: La remigrazione è definita dalla Treccani nei suoi Neologismi 2025 come un eufemismo per indicare il ritorno forzato o l'espulsione di persone immigrate verso il loro Paese d'origine. Il termine, utilizzato in contesti neopolitici, nasconde spesso sotto un apparente tecnicismo politiche di rimpatrio coatto o incentivato
Pur con le dovute distanze, non relative solo all'uso del termine, ne abbiamo avuto anche localmente qualche dimostrazione. Basti pensare al mal celato tentativo di attribuire in qualche modo l'ispirazione di alcuni incresciosi fatti di violenza nostrane a solo presunte vicinanze ad altrettanto e più o meno presunte moschee.
Per fortuna sembrerebbe invece che la gran parte degli Italiani siano ormai vaccinati dal morbo di un neo intollerante razzismo più o meno strisciante. La mal riuscita manifestazione “internazionale” a tema di pochi giorni fa in Piazza Duomo a Milano sembra proprio dimostrarlo.
Pur comprendendo le giuste esigenze di sicurezza in capo ad ogni cittadino, a prescindere da qualsiasi tipologia a cui appartiene, quello che proprio spiace è quel “soffiare sul fuoco” spesso per ragioni utilitaristiche di consenso politico.
Infatti i problemi (ma anche le indubitabili positività) che quasi inevitabilmente possono insorgere nella convivenza tra individui, come tra popoli, si possono e anzi si devono ben considerare cercando costruttivamente di portarli a soluzione ma sempre alla luce del principio base del rispetto reciproco. Un rispetto reciproco che ovviamente vuol anche dire una doverosa punibilità in caso di reati o comportamenti antisociali ma che non può essere eluso in nome di un mal interpretato diritto superiore derivante dell'essere indigeni.
Del resto è proprio questo uno dei “principi ispiratori” di quel Cristianesimo purtroppo invece strumentalmente “scimiottato” dai cosiddetti “suprematisti bianchi” e in primis dal Presidente tycoon made in Usa ( e getta, si spera).
Sarebbe piuttosto utile mettere tutti davanti ad un'assunzione di responsabilità rispetto alle proprie azioni per il fatto stesso di essere uomini e donne e non di tale o talaltra provenienza o simili aprioristiche distinzioni. Anche giustamente tenendo conto di aspetti culturali che possono dividere ma anche unire se portati a sintesi positiva.
Come anche voler e saper unire le forze positive di tutti, senza “buonismi” ma anche “precostituite diffidenze”, per regolare in modo realmente costruttivo i sempre possibili attriti che la convivenza umana pone inevitabilmente ad ogni livello.
Quindi tutt'altro che soffiare sul fuoco.
Forse è pure questione di “distanze” che si possono e si devono ridurre perlomeno attraverso una pur prudente ma sempre aperta e non prevenuta conoscenza reciproca.
A questo riguardo mi sento di evidenziare, senza alcuna moralistica pretesa, un esempio personale, pur se si vuole banale.
Alcuni giorni fa uscendo dal Poliambulatorio (alias Casa di Comunità) di Oggiono ho incrociato un signore che gentilmente mi ha chiesto dove fosse ubicata la Posta. Essendo ben distante e pure di difficile spiegazione mi è venuto spontaneo offrigli un passaggio.
Karim, è questo il suo nome, mi diceva che allo sportello ambulatoriale gli avevano indicato di effettuare una certa operazione in Posta, essendo intenzionato a raggiungerla, ma rimanendo ora stupito della mia “gentilezza”. Pur nel breve viaggio parlando un po' con lui (ho poi scoperto che il significato del nome Karim è generoso, nobile, benevolo) abbiamo reciprocamente condiviso l'importanza, pur nelle differenze, di un rispetto reciproco e di sentirci innanzitutto Cittadini del Mondo, prima che Italiani e Europei o Marocchini e Mediorientali.
In nome non di una pelosa retorica ma di una semplice considerazione di buon senso.
A destinazione ci siamo salutati, lui ringraziandomi molto, stringendoci la mano.
Un piccolo esempio di come un approccio pur superficiale può costituire un'occasione di reciproca soddisfacente conoscenza.
Una conoscenza che non esclude certamente la prudenza ( come del resto vale con ogni altra persona) ma che predispone perlomeno all'ascolto dell'altro ,magari con le sue diversità ma che, se ben orientate, possono arricchire tutti.
L'esatto contrario del soffiare sul fuoco delle differenze.
Da qualche tempo varie forze politiche ne stanno facendo una bandiera programmatica giocando volta per volta su una sua interpretazione più o meno estrema.
Di per sé la Treccani così la definisce nella “sezione” Neologismi (2025): “Eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d'origine” ma quella che viene contrabbandata come una questione legata ad una doverosa sicurezza spesso rappresenta l'ultimo escamotage di certa destra per fare leva sulla pancia non solo degli Italiani.
Non a caso usando la cosiddetta Intelligenza Artificiale questo è il “commento”: La remigrazione è definita dalla Treccani nei suoi Neologismi 2025 come un eufemismo per indicare il ritorno forzato o l'espulsione di persone immigrate verso il loro Paese d'origine. Il termine, utilizzato in contesti neopolitici, nasconde spesso sotto un apparente tecnicismo politiche di rimpatrio coatto o incentivato
Pur con le dovute distanze, non relative solo all'uso del termine, ne abbiamo avuto anche localmente qualche dimostrazione. Basti pensare al mal celato tentativo di attribuire in qualche modo l'ispirazione di alcuni incresciosi fatti di violenza nostrane a solo presunte vicinanze ad altrettanto e più o meno presunte moschee.
Per fortuna sembrerebbe invece che la gran parte degli Italiani siano ormai vaccinati dal morbo di un neo intollerante razzismo più o meno strisciante. La mal riuscita manifestazione “internazionale” a tema di pochi giorni fa in Piazza Duomo a Milano sembra proprio dimostrarlo.
Pur comprendendo le giuste esigenze di sicurezza in capo ad ogni cittadino, a prescindere da qualsiasi tipologia a cui appartiene, quello che proprio spiace è quel “soffiare sul fuoco” spesso per ragioni utilitaristiche di consenso politico.
Infatti i problemi (ma anche le indubitabili positività) che quasi inevitabilmente possono insorgere nella convivenza tra individui, come tra popoli, si possono e anzi si devono ben considerare cercando costruttivamente di portarli a soluzione ma sempre alla luce del principio base del rispetto reciproco. Un rispetto reciproco che ovviamente vuol anche dire una doverosa punibilità in caso di reati o comportamenti antisociali ma che non può essere eluso in nome di un mal interpretato diritto superiore derivante dell'essere indigeni.
Del resto è proprio questo uno dei “principi ispiratori” di quel Cristianesimo purtroppo invece strumentalmente “scimiottato” dai cosiddetti “suprematisti bianchi” e in primis dal Presidente tycoon made in Usa ( e getta, si spera).
Sarebbe piuttosto utile mettere tutti davanti ad un'assunzione di responsabilità rispetto alle proprie azioni per il fatto stesso di essere uomini e donne e non di tale o talaltra provenienza o simili aprioristiche distinzioni. Anche giustamente tenendo conto di aspetti culturali che possono dividere ma anche unire se portati a sintesi positiva.
Come anche voler e saper unire le forze positive di tutti, senza “buonismi” ma anche “precostituite diffidenze”, per regolare in modo realmente costruttivo i sempre possibili attriti che la convivenza umana pone inevitabilmente ad ogni livello.
Quindi tutt'altro che soffiare sul fuoco.
Forse è pure questione di “distanze” che si possono e si devono ridurre perlomeno attraverso una pur prudente ma sempre aperta e non prevenuta conoscenza reciproca.
A questo riguardo mi sento di evidenziare, senza alcuna moralistica pretesa, un esempio personale, pur se si vuole banale.
Alcuni giorni fa uscendo dal Poliambulatorio (alias Casa di Comunità) di Oggiono ho incrociato un signore che gentilmente mi ha chiesto dove fosse ubicata la Posta. Essendo ben distante e pure di difficile spiegazione mi è venuto spontaneo offrigli un passaggio.
Karim, è questo il suo nome, mi diceva che allo sportello ambulatoriale gli avevano indicato di effettuare una certa operazione in Posta, essendo intenzionato a raggiungerla, ma rimanendo ora stupito della mia “gentilezza”. Pur nel breve viaggio parlando un po' con lui (ho poi scoperto che il significato del nome Karim è generoso, nobile, benevolo) abbiamo reciprocamente condiviso l'importanza, pur nelle differenze, di un rispetto reciproco e di sentirci innanzitutto Cittadini del Mondo, prima che Italiani e Europei o Marocchini e Mediorientali.
In nome non di una pelosa retorica ma di una semplice considerazione di buon senso.
A destinazione ci siamo salutati, lui ringraziandomi molto, stringendoci la mano.
Un piccolo esempio di come un approccio pur superficiale può costituire un'occasione di reciproca soddisfacente conoscenza.
Una conoscenza che non esclude certamente la prudenza ( come del resto vale con ogni altra persona) ma che predispone perlomeno all'ascolto dell'altro ,magari con le sue diversità ma che, se ben orientate, possono arricchire tutti.
L'esatto contrario del soffiare sul fuoco delle differenze.
Germano Bosisio - Significato del nome Karim
























