I ragazzi sopra le righe sono figli nostri. Interroghiamoci sull'esempio che diamo loro
Cortese Direttore,
ho letto con attenzione la lettera della signora e condivido molte delle sue preoccupazioni. Scrivo da padre di 57 anni, con un figlio di 27, e sento il bisogno di aggiungere una riflessione che forse completa il quadro. I ragazzi che oggi vediamo fuori dai bar, spesso rumorosi o sopra le righe, non sono “altri”: sono i nostri figli, cresciuti nella nostra società e nella nostra generazione. Quando avevo la loro età, si usciva sì, ma con ritmi diversi: alle 21 fuori casa e alle 23 già di ritorno, perché il giorno dopo si lavorava. E anche allora c’era chi esagerava con l’alcol, magari non con cocktail elaborati ma con semplici e poco costosi “bianchini”.
La differenza, forse, non sta tanto nel bere in sé, quanto nel contesto e nei limiti. Un tempo il rispetto per gli adulti era più radicato. Oggi questo valore sembra essersi indebolito, e dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che una parte della responsabilità è anche nostra. Quante volte, come genitori, abbiamo difeso i nostri figli a prescindere, davanti al richiamo di un insegnante, di un educatore, o di un’altra figura adulta? Quante volte abbiamo preferito giustificare piuttosto che educare al limite, alla responsabilità e al rispetto? È giusto chiedere controlli, regole e interventi da parte delle istituzioni e dei commercianti, soprattutto quando si parla di sicurezza e convivenza civile.
Ma sarebbe un errore pensare che bastino ordinanze o sanzioni per risolvere il problema. Senza un recupero del ruolo educativo delle famiglie, ogni intervento rischia di essere solo parziale. Forse questo è il momento di interrogarci tutti, non solo su cosa fanno i ragazzi, ma su quale esempio abbiamo dato e continuiamo a dare loro. Cordiali saluti
ho letto con attenzione la lettera della signora e condivido molte delle sue preoccupazioni. Scrivo da padre di 57 anni, con un figlio di 27, e sento il bisogno di aggiungere una riflessione che forse completa il quadro. I ragazzi che oggi vediamo fuori dai bar, spesso rumorosi o sopra le righe, non sono “altri”: sono i nostri figli, cresciuti nella nostra società e nella nostra generazione. Quando avevo la loro età, si usciva sì, ma con ritmi diversi: alle 21 fuori casa e alle 23 già di ritorno, perché il giorno dopo si lavorava. E anche allora c’era chi esagerava con l’alcol, magari non con cocktail elaborati ma con semplici e poco costosi “bianchini”.
La differenza, forse, non sta tanto nel bere in sé, quanto nel contesto e nei limiti. Un tempo il rispetto per gli adulti era più radicato. Oggi questo valore sembra essersi indebolito, e dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che una parte della responsabilità è anche nostra. Quante volte, come genitori, abbiamo difeso i nostri figli a prescindere, davanti al richiamo di un insegnante, di un educatore, o di un’altra figura adulta? Quante volte abbiamo preferito giustificare piuttosto che educare al limite, alla responsabilità e al rispetto? È giusto chiedere controlli, regole e interventi da parte delle istituzioni e dei commercianti, soprattutto quando si parla di sicurezza e convivenza civile.
Ma sarebbe un errore pensare che bastino ordinanze o sanzioni per risolvere il problema. Senza un recupero del ruolo educativo delle famiglie, ogni intervento rischia di essere solo parziale. Forse questo è il momento di interrogarci tutti, non solo su cosa fanno i ragazzi, ma su quale esempio abbiamo dato e continuiamo a dare loro. Cordiali saluti
Giorgio
























