Merate, auditorium: serata sul cambiamento climatico col prof. Roberto Fumagalli
Il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica, ma anche etica, politica ed economica. E’ questo il messaggio centrale che Roberto Fumagalli, docente di Filosofia, Politica ed Economia al King’s College London, meratese ed ex allievo del liceo M. G. Agnesi, ha portato martedì 14 aprile all’Auditorium comunale, tornando sul territorio per riflettere su una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

L’incontro, introdotto dall’assessora Patrizia Riva e dal consigliere Alessandro Crippa, ha evitato tanto gli allarmismi quanto le illusioni. Fumagalli ha scelto di affrontare il tema con uno sguardo concreto e privo di semplificazioni, smontando subito un equivoco di fondo «Nemmeno se tutti i presenti in questa stanza avviassero oggi una transizione verde l’impatto sarebbe significativo su scala globale». Un’affermazione che non invita alla rassegnazione, ma alla consapevolezza: il problema richiede risposte collettive e sistemiche, oltre agli impegni individuali.

«La questione non è l’aumento delle temperature in sé, perché già in passato la Terra ha vissuto periodi più caldi» ha spiegato l’esperto. Il problema è la rapidità con cui sta avvenendo il cambiamento, che non lascia il tempo necessario a specie ed ecosistemi per adattarsi. Per Fumagalli, negare oggi il cambiamento climatico significa essere mal informati o in malafede: «il vero dibattito riguarda come affrontare il problema, non la sua esistenza».
Trovare soluzioni, però, non è semplice. Fumagalli ha individuato almeno tre nodi critici.

Il primo è l’incertezza: non siamo in grado di stimare con precisione gli effetti futuri, eppure non possiamo aspettare perchè «quando avremo certezze, potrebbe essere troppo tardi». Il secondo riguarda le responsabilità: le azioni individuali hanno effetti minimi, ma sommate producono conseguenze globali. Chi è dunque il responsabile? Il terzo è il cosiddetto dilemma del prigioniero: se tutti i Paesi riducessero le emissioni, tutti ne beneficerebbero. Ogni Stato però è tentato di non farlo per ottenere vantaggi economici, scaricando il costo sugli altri. A questo si aggiunge la dimensione intergenerazionale: le misure climatiche hanno costi immediati, ma i benefici principali andranno alle generazioni future, che non possono né incentivare né compensare gli sforzi di chi agisce oggi. Una struttura, come la definisce Fumagalli, “tragica”, non per condannarci all’inerzia, ma perché cambiarla richiede tempo, cultura e istituzioni, e il tempo potrebbe essere quello che non abbiamo.

Di fronte a tutto questo, Fumagalli propone un approccio pragmatico su tre livelli: individuale, collettivo e sistemico. Cambiare stili di vita e abitudini resta il punto di partenza. Certo, il singolo non muove il mondo, ma come sottolineato dal professore «Tutte le grandi rivoluzioni sono partite dall’azione di poche persone». Poi viene la mobilitazione sociale, con l’avvertimento di evitare i due estremi del negazionismo e del catastrofismo.

Quest’ultimo in particolare rischia di generare disimpegno: se non c’è nulla da fare, tanto vale fare nulla. «Se inizialmente ero scettico su Fridays for Future, perché pensavo che fosse meglio studiare davvero quei problemi, oggi ritengono che ogni iniziativa sia importante per creare consapevolezza e movimento» ha precisato Fumagalli. Infine, servono interventi politici e istituzionali a livello globale.

Il punto più profondo, però, è filosofico. Il cambiamento ci costringe a ripensare cosa vogliamo davvero: «Che senso ha possedere beni di lusso se non sono più godibili? Che senso ha avere una Porsche se si scioglie l'asfalto?». Un’immagine secca che dice tutto: non si tratta solo di salvare il pianeta, ma di capire che futuro vogliamo immaginare e per chi.
Alessandro Crippa e Patrizia Riva
L’incontro, introdotto dall’assessora Patrizia Riva e dal consigliere Alessandro Crippa, ha evitato tanto gli allarmismi quanto le illusioni. Fumagalli ha scelto di affrontare il tema con uno sguardo concreto e privo di semplificazioni, smontando subito un equivoco di fondo «Nemmeno se tutti i presenti in questa stanza avviassero oggi una transizione verde l’impatto sarebbe significativo su scala globale». Un’affermazione che non invita alla rassegnazione, ma alla consapevolezza: il problema richiede risposte collettive e sistemiche, oltre agli impegni individuali.
Roberto Fumagalli
«La questione non è l’aumento delle temperature in sé, perché già in passato la Terra ha vissuto periodi più caldi» ha spiegato l’esperto. Il problema è la rapidità con cui sta avvenendo il cambiamento, che non lascia il tempo necessario a specie ed ecosistemi per adattarsi. Per Fumagalli, negare oggi il cambiamento climatico significa essere mal informati o in malafede: «il vero dibattito riguarda come affrontare il problema, non la sua esistenza».
Trovare soluzioni, però, non è semplice. Fumagalli ha individuato almeno tre nodi critici.
Il primo è l’incertezza: non siamo in grado di stimare con precisione gli effetti futuri, eppure non possiamo aspettare perchè «quando avremo certezze, potrebbe essere troppo tardi». Il secondo riguarda le responsabilità: le azioni individuali hanno effetti minimi, ma sommate producono conseguenze globali. Chi è dunque il responsabile? Il terzo è il cosiddetto dilemma del prigioniero: se tutti i Paesi riducessero le emissioni, tutti ne beneficerebbero. Ogni Stato però è tentato di non farlo per ottenere vantaggi economici, scaricando il costo sugli altri. A questo si aggiunge la dimensione intergenerazionale: le misure climatiche hanno costi immediati, ma i benefici principali andranno alle generazioni future, che non possono né incentivare né compensare gli sforzi di chi agisce oggi. Una struttura, come la definisce Fumagalli, “tragica”, non per condannarci all’inerzia, ma perché cambiarla richiede tempo, cultura e istituzioni, e il tempo potrebbe essere quello che non abbiamo.
Di fronte a tutto questo, Fumagalli propone un approccio pragmatico su tre livelli: individuale, collettivo e sistemico. Cambiare stili di vita e abitudini resta il punto di partenza. Certo, il singolo non muove il mondo, ma come sottolineato dal professore «Tutte le grandi rivoluzioni sono partite dall’azione di poche persone». Poi viene la mobilitazione sociale, con l’avvertimento di evitare i due estremi del negazionismo e del catastrofismo.
Quest’ultimo in particolare rischia di generare disimpegno: se non c’è nulla da fare, tanto vale fare nulla. «Se inizialmente ero scettico su Fridays for Future, perché pensavo che fosse meglio studiare davvero quei problemi, oggi ritengono che ogni iniziativa sia importante per creare consapevolezza e movimento» ha precisato Fumagalli. Infine, servono interventi politici e istituzionali a livello globale.
Mattia Muzio, Patrizia Riva, Roberto Fumagalli, Alessandro Crippa,
Mattia Salvioni, Valeria Marinari e Silvia Sesana
Mattia Salvioni, Valeria Marinari e Silvia Sesana
Il punto più profondo, però, è filosofico. Il cambiamento ci costringe a ripensare cosa vogliamo davvero: «Che senso ha possedere beni di lusso se non sono più godibili? Che senso ha avere una Porsche se si scioglie l'asfalto?». Un’immagine secca che dice tutto: non si tratta solo di salvare il pianeta, ma di capire che futuro vogliamo immaginare e per chi.
F.Ri.
























