La mia sul giornale
Quando non sei più un giornale, ma il gruppetto WhatsApp che si è aperto un sito
Fino a ieri osservavo tutta questa situazione da fuori, senza particolare voglia di intervenire. Sulla movida meratese si può discutere (a me non fa impazzire), sui locali si può essere d’accordo o meno, sui disagi si può parlare seriamente. Fa parte del gioco. Poi però, leggendo certe note editoriali e certi toni, è diventato difficile non notare una cosa molto semplice: qui non si sta più solo parlando di bar, serate o rumore. Qui la movida meratese sta diventando, sempre più chiaramente, un capro espiatorio perfetto per una certa politica. Ed è una cosa quasi comoda da guardare, per quanto sia trasparente. C’è malcontento? Colpa della movida. C’è disagio? Colpa dei locali. C’è tensione in paese? Si prende il bersaglio più facile, più visibile, più “raccontabile”, e lo si trasforma nel problema principale. Il punto è che questa dinamica, ormai, è talmente evidente da non richiedere neanche più grande sforzo interpretativo. Non siamo più neanche nel campo dell’“anti-sgamo”, del sottinteso intelligente o della linea editoriale appena accennata. No. Qui siamo in un territorio molto più banale: la direzione è sempre la stessa, il bersaglio è sempre lo stesso, il tono è sempre lo stesso. Ed è questo che rende il tutto, francamente, poco serio. Perché un conto è ospitare opinioni. Un altro è trasformare uno spazio che si presenta come informativo in un contenitore dove certe posizioni vengono accompagnate, accarezzate, rafforzate, mentre altre vengono trattate con ironia, allusioni e delegittimazione. Più che raccontare i fatti, sembra ci sia la volontà di accompagnare sempre il lettore verso la stessa conclusione. E allora, a quel punto, una parola viene quasi spontanea: propaganda. Anche se, a dirla tutta, definire Merate Online una “macchina da propaganda” rischia quasi di essere un complimento. Perché una macchina da propaganda, almeno, uno se la immagina capace di penetrare, di allargarsi, di raggiungere pubblici nuovi. Qui invece i numeri raccontano qualcosa di molto meno glorioso. Circa il 78% del traffico è branded. Tradotto per chi non vive di analytics: significa che la stragrande maggioranza delle persone non arriva lì perché scopre contenuti interessanti, perché si imbatte in una notizia ben fatta o perché il sito si sta davvero diffondendo. Ci arriva perché cerca direttamente quel nome e va lì apposta, già sapendo perfettamente cosa troverà. Questo non descrive una testata che informa e apre il dibattito. Descrive molto più facilmente un circuito chiuso. Una stanza dove entrano sempre gli stessi. Un’abitudine, non una scoperta. Una conferma, non un’informazione. Più che un giornale, sembra il gruppetto WhatsApp che a un certo punto si è aperto un sito. Ed è questo il vero punto. Non essere pro o contro un locale, una serata o un certo modo di vivere il paese. Il punto è la serietà. Perché quando la linea editoriale è così prevedibile, quando la movida diventa il colpevole ideale di qualsiasi cosa, e quando chi dovrebbe raccontare la realtà sembra limitarsi a filtrarla sempre nello stesso modo, allora il problema non è più la movida meratese. Il problema è la credibilità di chi pretende di raccontarla. E sì, a un certo punto diventa anche difficile non dirlo in modo netto: se questo deve passare per giornalismo, allora il livello si è abbassato parecchio. Per correttezza, questo testo è già stato pubblicato anche sui social, così se qualcuno avesse la tentazione di far sparire anche queste righe, almeno si evita di perdere tempo a fingere che non siano mai esistite.
Fino a ieri osservavo tutta questa situazione da fuori, senza particolare voglia di intervenire. Sulla movida meratese si può discutere (a me non fa impazzire), sui locali si può essere d’accordo o meno, sui disagi si può parlare seriamente. Fa parte del gioco. Poi però, leggendo certe note editoriali e certi toni, è diventato difficile non notare una cosa molto semplice: qui non si sta più solo parlando di bar, serate o rumore. Qui la movida meratese sta diventando, sempre più chiaramente, un capro espiatorio perfetto per una certa politica. Ed è una cosa quasi comoda da guardare, per quanto sia trasparente. C’è malcontento? Colpa della movida. C’è disagio? Colpa dei locali. C’è tensione in paese? Si prende il bersaglio più facile, più visibile, più “raccontabile”, e lo si trasforma nel problema principale. Il punto è che questa dinamica, ormai, è talmente evidente da non richiedere neanche più grande sforzo interpretativo. Non siamo più neanche nel campo dell’“anti-sgamo”, del sottinteso intelligente o della linea editoriale appena accennata. No. Qui siamo in un territorio molto più banale: la direzione è sempre la stessa, il bersaglio è sempre lo stesso, il tono è sempre lo stesso. Ed è questo che rende il tutto, francamente, poco serio. Perché un conto è ospitare opinioni. Un altro è trasformare uno spazio che si presenta come informativo in un contenitore dove certe posizioni vengono accompagnate, accarezzate, rafforzate, mentre altre vengono trattate con ironia, allusioni e delegittimazione. Più che raccontare i fatti, sembra ci sia la volontà di accompagnare sempre il lettore verso la stessa conclusione. E allora, a quel punto, una parola viene quasi spontanea: propaganda. Anche se, a dirla tutta, definire Merate Online una “macchina da propaganda” rischia quasi di essere un complimento. Perché una macchina da propaganda, almeno, uno se la immagina capace di penetrare, di allargarsi, di raggiungere pubblici nuovi. Qui invece i numeri raccontano qualcosa di molto meno glorioso. Circa il 78% del traffico è branded. Tradotto per chi non vive di analytics: significa che la stragrande maggioranza delle persone non arriva lì perché scopre contenuti interessanti, perché si imbatte in una notizia ben fatta o perché il sito si sta davvero diffondendo. Ci arriva perché cerca direttamente quel nome e va lì apposta, già sapendo perfettamente cosa troverà. Questo non descrive una testata che informa e apre il dibattito. Descrive molto più facilmente un circuito chiuso. Una stanza dove entrano sempre gli stessi. Un’abitudine, non una scoperta. Una conferma, non un’informazione. Più che un giornale, sembra il gruppetto WhatsApp che a un certo punto si è aperto un sito. Ed è questo il vero punto. Non essere pro o contro un locale, una serata o un certo modo di vivere il paese. Il punto è la serietà. Perché quando la linea editoriale è così prevedibile, quando la movida diventa il colpevole ideale di qualsiasi cosa, e quando chi dovrebbe raccontare la realtà sembra limitarsi a filtrarla sempre nello stesso modo, allora il problema non è più la movida meratese. Il problema è la credibilità di chi pretende di raccontarla. E sì, a un certo punto diventa anche difficile non dirlo in modo netto: se questo deve passare per giornalismo, allora il livello si è abbassato parecchio. Per correttezza, questo testo è già stato pubblicato anche sui social, così se qualcuno avesse la tentazione di far sparire anche queste righe, almeno si evita di perdere tempo a fingere che non siano mai esistite.
AV
Numeri a parte, che parlano da soli e sono certificati da società indipendente, del restante contenuto della lettera, giusto per adeguarci, non abbiamo capito un cazzo. Se non che abbiamo un altro docente di giornalismo che, così, a sensazione, rimanda al noto locale, con un marchio di fabbrica chiarissimo. La povertà intellettuale dell'anonimo docente trova conferma nell'ultima riga: il "trattato" è già sui social. . .A beh allora . . . . .
























