Church pocket/106. Vide e credette: la corsa dei discepoli verso il Risorto

Nel mattino di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni, ci sono due uomini che corrono. Pietro e l’altro discepolo, quello che Gesù amava, che la tradizione indentifica come Giovanni. Corrono insieme verso il sepolcro, ma non corrono allo stesso modo. Giovanni arriva prima. Pietro arriva dopo, ma entra subito. L’altro discepolo si ferma, guarda, poi entra anche lui. E Giovanni annota, con una delle frasi più belle e misteriose del suo Vangelo: “Vide e credette”. Non ebbe bisogno di altro. Nessuna spiegazione, nessun’altra parola. Vide e credette. È una scena breve, eppure somiglia terribilmente anche a noi.
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Perché nella fede non tutti corrono allo stesso modo. C’è chi arriva prima per intuizione, per slancio, per amore. E c’è chi arriva dopo, più affaticato, più pesante, più ferito, ma non per questo meno vero. Giovanni sembra avere lo scatto del cuore. Pietro invece ha addosso tutta la fatica della sua storia: il rinnegamento, il crollo, la vergogna. Eppure la Gioia del Risorto arriva ad entrambi. Questo conta. È bello che il Vangelo di Pasqua non ci mostri discepoli trionfanti, sicuri, perfetti. Ci mostra uomini in movimento. Uomini che ancora non hanno capito tutto, ma che non restano fermi. Corrono perché qualcosa li ha rimessi in cammino. Corrono perché la notizia del sepolcro vuoto apre una ferita nuova nelle loro paure e, insieme, una possibilità inattesa. Anche questo è molto cristiano. La fede non nasce sempre da una certezza piena. A volte nasce da una corsa confusa. Da un’agitazione. Da una domanda. Da un vuoto che non ti lascia tranquillo. Pietro e Giovanni non corrono perché hanno già capito la risurrezione. Corrono proprio perché ancora non l’hanno capita. Ma hanno intuito che vale la pena verificare, vedere, esporsi. E poi c’è un dettaglio bellissimo: Giovanni arriva per primo, ma lascia entrare Pietro prima di lui. È quasi un piccolo Vangelo dentro il Vangelo. L’amore corre più veloce, ma sa aspettare. L’intuizione non schiaccia l’altro. La fede vera non fa a gara per primeggiare. Sa fermarsi sulla soglia. Sa riconoscere i tempi dell’altro. È una lezione anche per la Chiesa: si può correre molto, capire prima, sentire di più; ma se manca la carità, si arriva male. E Pietro? Pietro entra. Non ha la leggerezza di Giovanni, ma ha ancora il coraggio di varcare la soglia. Dopo aver sbagliato tanto, dopo aver pianto amaramente, non si tira indietro. Ed è forse questo il messaggio più consolante: il Vangelo non è per chi non cade mai, ma per chi, anche dopo essere caduto, trova ancora la forza di correre verso Cristo.
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La Pasqua, allora, non è solo il sepolcro vuoto. È anche questa corsa di uomini diversi, feriti, disuguali, eppure uniti nella ricerca del Signore. Uno arriva prima, uno entra prima, uno vede e crede. Ma tutti e due ci dicono la stessa cosa: che la fede vera non resta seduta. Si alza. Si mette in moto. Riparte. E nella prima domenica dopo Pasqua, questo è l’augurio più giusto anche per noi: avere almeno il coraggio di correre verso ciò che non comprendiamo ancora del tutto, ma che sentiamo capace di cambiarci la vita. Perché chi corre verso Cristo, anche se arriva con il fiatone, non corre mai invano.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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