Donne, l'altro sguardo/10. Le "case-rifugio" per salvarsi e ripartire
Quando una donna è vittima di violenza da parte del marito o compagno convivente spesso non è in grado di sottrarsi alle violenze perché non saprebbe dove potersi rifugiare.
Ciò è anche causa del fatto che gli atti violenti non vengano denunciati e il problema è maggiore se la coppia ha dei figli.
Per poter essere d’aiuto in casi come questi l’associazione “L’altra metà del cielo” di Merate ha da anni realizzato delle case-rifugio ed è di questo che vogliamo parlare oggi nella rubrica.
Ma cosa sono esattamente le case-rifugio?
“Sono strutture residenziali a indirizzo segreto che offrono un alloggio sicuro, protezione e supporto alle donne vittime di violenza e ai loro figli minori, spesso in emergenza o in situazioni ad alto rischio. Ci piace pensare che siano ‘porte’ che si aprono per evitare epiloghi tragici. La casa-rifugio garantisce l'anonimato e la riservatezza”, spiegano le volontarie.
“L'Altra metà del cielo” ha sul territorio due case di prima accoglienza, dove vige la massima protezione e l’indirizzo è segreto, e quattro case di seconda accoglienza, dove la donna può, attraverso un progetto di concerto con i Servizi sociali del territorio, cominciare un percorso personalizzato verso l'uscita dalla violenza e verso l'autonomia.
Nelle case-rifugio operano esclusivamente le operatrici, formate e in costante formazione, del Centro antiviolenza.
Vediamo come sono praticamente le procedure di accoglienza.
Innanzitutto va sottolineato che l’accesso avviene sempre su base volontaria.
A fare da tramite sono le istituzioni che nello specifico possono essere i Servizi sociali, le Forze dell’ordine, il personale dei Pronto soccorso, qualora si ravvedano pericoli reali e immediati per l’incolumità della donna che ha subito violenza.
Una volta giunta nella casa-rifugio, fondamentale è l’accoglienza dell’operatrice che accoglie la donna in momenti di particolare pericolo e stress, la ascolta e si mette quotidianamente in relazione con lei, cercando di dare un supporto emotivo e aiutandola nelle attività quotidiane e nel riappropriarsi della propria vita.
L’operatrice inoltre monitora costantemente la sua sicurezza e la realizzazione del progetto in essere, favorendo il clima di coabitazione fra le donne ospitate e interfacciandosi con loro per i bisogni quotidiani.
“Il percorso di protezione è un percorso molto difficile”, spiegano le volontarie. “La donna e gli eventuali suoi figli vengono forzatamente separati da tutto quello che fino a quel momento ha costituito la loro vita. Lasciano la loro casa, la rete familiare e amicale, il lavoro e i bambini la scuola, i loro amici, le attività ricreative, gli sport... Il concetto della protezione, dell'uscita dalla violenza e dai maltrattamenti deve essere costantemente rinforzato. Così come va costantemente trasmesso loro che un passo alla volta ci si riapproprierà della vita ma senza paura e senza dolore”.
Alle ospiti delle case-rifugio viene offerto un supporto legale e psicologico.
Nel supporto legale l'operatrice, in relazione con la donna, la accompagna per tutto il percorso in ambito giudiziario insieme all'avvocata, sia nei processi civili che penali, così come è presente, con un affiancamento, negli incontri con i Servizi sociali.
All'interno del percorso di protezione alla donna viene offerto, attraverso colloqui con la psicologa del Centro antiviolenza, un sostegno finalizzato all'elaborazione del trauma, a ricostruire l'autostima e un aiuto alla genitorialità nel caso siano presenti dei figli. Questo anche con il supporto di una educatrice, affinché non ci sia un’interruzione del percorso scolastico senza trascurare i pur importanti momenti ludici.
Superata l’emergenza si lavora anche per aiutare la donna a intraprendere un percorso di autonomia attraverso la formazione e l’inserimento lavorativo.
Qualche dato relativo alle case-rifugio de “L’altra metà del cielo”.
Tra il 2014 e il 2019 si era verificato un calo delle presenze, che hanno visto poi un aumento significativo nel 2021 forse in relazione al lock down imposto con la diffusione del Covid.
Nel 2024 gli ingressi sono stati in totale 15, di cui quattro senza figli, uno con 1 figlio, sette con 2 figli e tre con 3 figli.
Nel 2025 sono stati 21 in totale, di cui 13 senza figli, tre con 1 figlio, due con 2 figli e tre con 3 figli.
La nazionalità italiana è quella di gran lunga prevalente, così come sono in maggioranza le donne senza figli. C’è tuttavia un numero significativo di mamme con 1, 2 e anche 3 figli.
Ciò è anche causa del fatto che gli atti violenti non vengano denunciati e il problema è maggiore se la coppia ha dei figli.
Per poter essere d’aiuto in casi come questi l’associazione “L’altra metà del cielo” di Merate ha da anni realizzato delle case-rifugio ed è di questo che vogliamo parlare oggi nella rubrica.
Ma cosa sono esattamente le case-rifugio?
“Sono strutture residenziali a indirizzo segreto che offrono un alloggio sicuro, protezione e supporto alle donne vittime di violenza e ai loro figli minori, spesso in emergenza o in situazioni ad alto rischio. Ci piace pensare che siano ‘porte’ che si aprono per evitare epiloghi tragici. La casa-rifugio garantisce l'anonimato e la riservatezza”, spiegano le volontarie.
“L'Altra metà del cielo” ha sul territorio due case di prima accoglienza, dove vige la massima protezione e l’indirizzo è segreto, e quattro case di seconda accoglienza, dove la donna può, attraverso un progetto di concerto con i Servizi sociali del territorio, cominciare un percorso personalizzato verso l'uscita dalla violenza e verso l'autonomia.
Nelle case-rifugio operano esclusivamente le operatrici, formate e in costante formazione, del Centro antiviolenza.
Vediamo come sono praticamente le procedure di accoglienza.
Innanzitutto va sottolineato che l’accesso avviene sempre su base volontaria.
A fare da tramite sono le istituzioni che nello specifico possono essere i Servizi sociali, le Forze dell’ordine, il personale dei Pronto soccorso, qualora si ravvedano pericoli reali e immediati per l’incolumità della donna che ha subito violenza.
Una volta giunta nella casa-rifugio, fondamentale è l’accoglienza dell’operatrice che accoglie la donna in momenti di particolare pericolo e stress, la ascolta e si mette quotidianamente in relazione con lei, cercando di dare un supporto emotivo e aiutandola nelle attività quotidiane e nel riappropriarsi della propria vita.
L’operatrice inoltre monitora costantemente la sua sicurezza e la realizzazione del progetto in essere, favorendo il clima di coabitazione fra le donne ospitate e interfacciandosi con loro per i bisogni quotidiani.
“Il percorso di protezione è un percorso molto difficile”, spiegano le volontarie. “La donna e gli eventuali suoi figli vengono forzatamente separati da tutto quello che fino a quel momento ha costituito la loro vita. Lasciano la loro casa, la rete familiare e amicale, il lavoro e i bambini la scuola, i loro amici, le attività ricreative, gli sport... Il concetto della protezione, dell'uscita dalla violenza e dai maltrattamenti deve essere costantemente rinforzato. Così come va costantemente trasmesso loro che un passo alla volta ci si riapproprierà della vita ma senza paura e senza dolore”.
Alle ospiti delle case-rifugio viene offerto un supporto legale e psicologico.
Nel supporto legale l'operatrice, in relazione con la donna, la accompagna per tutto il percorso in ambito giudiziario insieme all'avvocata, sia nei processi civili che penali, così come è presente, con un affiancamento, negli incontri con i Servizi sociali.
All'interno del percorso di protezione alla donna viene offerto, attraverso colloqui con la psicologa del Centro antiviolenza, un sostegno finalizzato all'elaborazione del trauma, a ricostruire l'autostima e un aiuto alla genitorialità nel caso siano presenti dei figli. Questo anche con il supporto di una educatrice, affinché non ci sia un’interruzione del percorso scolastico senza trascurare i pur importanti momenti ludici.
Superata l’emergenza si lavora anche per aiutare la donna a intraprendere un percorso di autonomia attraverso la formazione e l’inserimento lavorativo.
Qualche dato relativo alle case-rifugio de “L’altra metà del cielo”.
Tra il 2014 e il 2019 si era verificato un calo delle presenze, che hanno visto poi un aumento significativo nel 2021 forse in relazione al lock down imposto con la diffusione del Covid.
Nel 2024 gli ingressi sono stati in totale 15, di cui quattro senza figli, uno con 1 figlio, sette con 2 figli e tre con 3 figli.
Nel 2025 sono stati 21 in totale, di cui 13 senza figli, tre con 1 figlio, due con 2 figli e tre con 3 figli.
La nazionalità italiana è quella di gran lunga prevalente, così come sono in maggioranza le donne senza figli. C’è tuttavia un numero significativo di mamme con 1, 2 e anche 3 figli.
In collaborazione con L’altra metà del cielo. Telefono Donna-Merate
























