Cernusco: la disabilità nelle voci di chi la vive ogni giorno
Mercoledì 8 aprile, la sala civica di Cernusco Lombardone si è trasformata in uno spazio di ascolto e confronto, dove la disabilità è stata raccontata attraverso le voci di chi la vive ogni giorno. L’obiettivo: scardinare il concetto di “inclusione” per arrivare a riconoscere che ogni individuo è già, di diritto, parte integrante della società.
A guidare la serata Stefano Colombo, artista e dottore in psicologia, Katia Conti, referente volontaria del progetto “La Carovana del Viandante”, e Chiara Giambagli, docente dell’Istituto Badoni di Lecco, Autrice Hoepli e mamma di Leonardo. Accanto a lei, suo figlio Leo, protagonista silenzioso che ha saputo catturare l’attenzione e l’emozione del pubblico.
Da sinistra: Stefano Colombo, Katia Conti, Leonardo, Chiara GiambagliNelle parole di Chiara Giambagli si intrecciano due dimensioni: da un lato l'amore e l’esperienza personale di una mamma, dall’altro la consapevolezza professionale di un'insegnante. Questo doppio sguardo ha portato a rivedere il significato stesso della relazione educativa.
Spesso gli educatori si chiedono: “Come includere questi ragazzi?”. Ma, secondo Giambagli, il problema parte proprio da qui. Il vero punto di partenza diventa allora un altro: “Perchè dovrei includerli?”. Questa inversione di prospettiva apre a una riflessione più profonda che invita a mettere in discussione un approccio che rischia di separare invece di unire, e a riconoscere le potenzialità individuali di ciascuno.
La storia di Leonardo è segnata da una diagnosi tardiva, che ha portato la famiglia ad affrontare nuove sfide e incertezze. Proprio in quelle difficoltà, però, è emerso un talento inatteso: Leonardo disegna volti sullo schermo del telefono, sceglie colori e costruisce identità. Eppure, racconta la madre, fino alle scuole elementari, si rifiutava di disegnare. Poi, improvvisamente, la svolta: la capacità di rappresentare la figura umana con una sensibilità sorprendente, tracciando sullo schermo dei ritratti che diventano un modo per comprendere le persone, per leggere le emozioni e per comunicare anche quando la relazione diretta è più complessa.
Nel suo intervento ha sottolineato anche il ruolo degli insegnanti, chiamati a cogliere le sfaccettature di ogni studente. Si tratta di una capacità che Giambagli riconosce di aver allenato quotidianamente proprio nella relazione con suo figlio: «Io, come genitore, non mi aspetto nulla. Vivo giorno per giorno», racconta. Questo atteggiamento si traduce in una scelta che diventa occasione per scoprire nuove attitudini e costruire opportunità, anche attraverso le difficoltà.
Dopo la diagnosi, la famiglia ha scelto di mettere Leonardo alla prova con esperienze diverse, superando paure e timori: un percorso non semplice, ma guidato dalla convinzione che ragazzi diversi abbiamo bisogno di metodi diversi, non di aspettative ridotte.
«Essere mamma di Leo mi ha insegnato che non esistono limiti oggettivi, ma spesso limiti apparenti», conclude Giambagli: una consapevolezza che si traduce in scelte concrete, finalizzate a creare alternative e nuove opportunità. Oggi Leonardo ha portato la sua arte fuori dal contesto familiare: uno dei suoi lavori è stato esposto su un carro del Carnevale di Viareggio e le sue opere sono state protagoniste di mostre e presentazioni.
A portare la propria esperienza è stato anche Stefano Colombo, che ha raccontato il valore dell’arte come strumento di relazione e crescita. Nel suo intervento è emersa una riflessione sulla disabilità, definita come un "calderone" in cui si rischia di perdere di vista la persona. Secondo Colombo, infatti, la disabilità non è un concetto fisso, ma dipende anche dal contesto sociale: è la società, con le sue strutture e i suoi limiti, a determinare che cosa diventa disabilità e cosa invece può trasformarsi in opportunità.
Osservando alcuni lavori realizzati nei laboratori, Colombo ha sottolineato come nel prodotto finale non emerga la disabilità, ma l'essere umano e la sua capacità espressiva. La creatività, ha aggiunto, si riflette anche in altri ambiti, come ad esempio lo sport, dove il pensiero divergente permette di trovare soluzioni inclusive. L’esempio è quello delle persone cieche che giocano a calcio utilizzando un pallone sonoro: una soluzione creativa che dimostra come, con gli strumenti giusti, lo sport possa diventare davvero universale e accessibile a tutti.
A chiudere la serata Katia Conti, referente del progetto “La Carovana del Viandante”, un’iniziativa di trekking inclusivo rivolta a persone con disabilità intellettiva. Un’esperienza nata da una sensibilità personale e destinata a ripartire per la seconda edizione dal Triangolo Lariano. Non solo un cammino, ma un percorso di autonomia, amicizia e crescita, in cui ogni partecipante è affiancato da un accompagnatore dedicato.
Un incontro riuscito, che ha lasciato nella sala civica non solo parole, ma storie e consapevolezze. Perché parlare di disabilità, come è emerso durante la serata, significa prima di tutto parlare di persone e soprattutto di possibilità.
A guidare la serata Stefano Colombo, artista e dottore in psicologia, Katia Conti, referente volontaria del progetto “La Carovana del Viandante”, e Chiara Giambagli, docente dell’Istituto Badoni di Lecco, Autrice Hoepli e mamma di Leonardo. Accanto a lei, suo figlio Leo, protagonista silenzioso che ha saputo catturare l’attenzione e l’emozione del pubblico.
Da sinistra: Stefano Colombo, Katia Conti, Leonardo, Chiara GiambagliSpesso gli educatori si chiedono: “Come includere questi ragazzi?”. Ma, secondo Giambagli, il problema parte proprio da qui. Il vero punto di partenza diventa allora un altro: “Perchè dovrei includerli?”. Questa inversione di prospettiva apre a una riflessione più profonda che invita a mettere in discussione un approccio che rischia di separare invece di unire, e a riconoscere le potenzialità individuali di ciascuno.
La storia di Leonardo è segnata da una diagnosi tardiva, che ha portato la famiglia ad affrontare nuove sfide e incertezze. Proprio in quelle difficoltà, però, è emerso un talento inatteso: Leonardo disegna volti sullo schermo del telefono, sceglie colori e costruisce identità. Eppure, racconta la madre, fino alle scuole elementari, si rifiutava di disegnare. Poi, improvvisamente, la svolta: la capacità di rappresentare la figura umana con una sensibilità sorprendente, tracciando sullo schermo dei ritratti che diventano un modo per comprendere le persone, per leggere le emozioni e per comunicare anche quando la relazione diretta è più complessa.
Nel suo intervento ha sottolineato anche il ruolo degli insegnanti, chiamati a cogliere le sfaccettature di ogni studente. Si tratta di una capacità che Giambagli riconosce di aver allenato quotidianamente proprio nella relazione con suo figlio: «Io, come genitore, non mi aspetto nulla. Vivo giorno per giorno», racconta. Questo atteggiamento si traduce in una scelta che diventa occasione per scoprire nuove attitudini e costruire opportunità, anche attraverso le difficoltà.
Dopo la diagnosi, la famiglia ha scelto di mettere Leonardo alla prova con esperienze diverse, superando paure e timori: un percorso non semplice, ma guidato dalla convinzione che ragazzi diversi abbiamo bisogno di metodi diversi, non di aspettative ridotte.

A portare la propria esperienza è stato anche Stefano Colombo, che ha raccontato il valore dell’arte come strumento di relazione e crescita. Nel suo intervento è emersa una riflessione sulla disabilità, definita come un "calderone" in cui si rischia di perdere di vista la persona. Secondo Colombo, infatti, la disabilità non è un concetto fisso, ma dipende anche dal contesto sociale: è la società, con le sue strutture e i suoi limiti, a determinare che cosa diventa disabilità e cosa invece può trasformarsi in opportunità.
Osservando alcuni lavori realizzati nei laboratori, Colombo ha sottolineato come nel prodotto finale non emerga la disabilità, ma l'essere umano e la sua capacità espressiva. La creatività, ha aggiunto, si riflette anche in altri ambiti, come ad esempio lo sport, dove il pensiero divergente permette di trovare soluzioni inclusive. L’esempio è quello delle persone cieche che giocano a calcio utilizzando un pallone sonoro: una soluzione creativa che dimostra come, con gli strumenti giusti, lo sport possa diventare davvero universale e accessibile a tutti.

Un incontro riuscito, che ha lasciato nella sala civica non solo parole, ma storie e consapevolezze. Perché parlare di disabilità, come è emerso durante la serata, significa prima di tutto parlare di persone e soprattutto di possibilità.
F.Ri.
























