Church pocket/105. Dal sepolcro all’incontro: la Pasqua di Maria Maddalena
Nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni la Pasqua smette di essere un’idea e diventa un incontro. Non è il sepolcro vuoto, non sono gli angeli, non è neppure subito l’annuncio; è una sola parola, un nome pronunciato nel giardino del mattino: “Maria!”. Forse la Pasqua comincia davvero lì. Maria di Màgdala è al sepolcro, piange, cerca Gesù, ma lo cerca nel posto sbagliato: tra i morti. È l’immagine che potrebbe valere anche per noi. Quante volte cerchiamo Dio nelle cose finite, nei sepolcri interiori, nei ricordi, nelle assenze, in ciò che pensiamo perduto per sempre. Maria Maddalena vede Gesù, ma non lo riconosce, non capisce pienamente e subito quello che le sta accadendo, essere la protagonista, la testimone, eterna, del primo incontro del Cristo Risorto.

Il Risorto non le offre una spiegazione. Non le fa una lezione sulla risurrezione o un trattato teologico sui segni della gloria o sull’ora del Figlio. La chiama soltanto per nome: “Maria!”. Ed è qui che tutto cambia. Maria riconosce Gesù non quando vede meglio, ma quando si sente chiamare: la fede non nasce anzitutto da uno sforzo umano, ma da una voce che ti raggiunge. La Pasqua, allora, non è soltanto il lieto fine dopo il Venerdì Santo. È la rivelazione che per Dio nessuno è confuso nella folla, nessuno è dimenticato, nessuno è sepolto definitivamente. Il Risorto chiama per nome. E quando Dio ti chiama per nome, significa che la morte non ha vinto. Per questo, per me, questa pagina è una delle più potenti e commoventi del Vangelo di Giovanni. Maria arriva al sepolcro da donna che soffre; ne esce da testimone di gioia. Arriva cercando un corpo; riparte avendo incontrato il Vivente. Arriva nel buio; riparte con una parola dentro che le cambia il mondo: “Ho visto il Signore” che l’ha chiamata con quell’amore di sempre.
Forse la Pasqua è tutta qui: nel momento in cui scopri che mentre tu pensavi di aver perso Dio, era Lui che stava già cercando te. Perché il sepolcro vuoto è un segno. Ma sentirsi chiamare per nome dal Risorto è già rinascere.

Che questa Pasqua possa portare anche a noi questa grazia: sentirci chiamati per nome dal Signore della vita, proprio nei punti più bui, più fragili, più stanchi della nostra esistenza. Buona Pasqua: che il Cristo risorto trovi ciascuno di noi lì dove piange, e lo rimetta in cammino.

Il Risorto non le offre una spiegazione. Non le fa una lezione sulla risurrezione o un trattato teologico sui segni della gloria o sull’ora del Figlio. La chiama soltanto per nome: “Maria!”. Ed è qui che tutto cambia. Maria riconosce Gesù non quando vede meglio, ma quando si sente chiamare: la fede non nasce anzitutto da uno sforzo umano, ma da una voce che ti raggiunge. La Pasqua, allora, non è soltanto il lieto fine dopo il Venerdì Santo. È la rivelazione che per Dio nessuno è confuso nella folla, nessuno è dimenticato, nessuno è sepolto definitivamente. Il Risorto chiama per nome. E quando Dio ti chiama per nome, significa che la morte non ha vinto. Per questo, per me, questa pagina è una delle più potenti e commoventi del Vangelo di Giovanni. Maria arriva al sepolcro da donna che soffre; ne esce da testimone di gioia. Arriva cercando un corpo; riparte avendo incontrato il Vivente. Arriva nel buio; riparte con una parola dentro che le cambia il mondo: “Ho visto il Signore” che l’ha chiamata con quell’amore di sempre.
Forse la Pasqua è tutta qui: nel momento in cui scopri che mentre tu pensavi di aver perso Dio, era Lui che stava già cercando te. Perché il sepolcro vuoto è un segno. Ma sentirsi chiamare per nome dal Risorto è già rinascere.

Che questa Pasqua possa portare anche a noi questa grazia: sentirci chiamati per nome dal Signore della vita, proprio nei punti più bui, più fragili, più stanchi della nostra esistenza. Buona Pasqua: che il Cristo risorto trovi ciascuno di noi lì dove piange, e lo rimetta in cammino.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
























