Merate, Robbiani: manca una visione sull’uso di immobili pubblici. Villa Confalonieri torni a essere sede del Comune
Gentile Direttore,
il dibattito sulla Villa Confalonieri, riemerso ancora una volta in questi giorni, non fa che riportare alla luce una criticità più ampia, che si protrae da troppo tempo: l’assenza di una visione strategica e chiara circa il destino di uno degli immobili più significativi della città.
Va premesso che Merate presenta diverse situazioni di rilievo urbanistico che meriterebbero di essere poste ai vertici dell’agenda amministrativa. Oltre alla Villa Confalonieri, che a mio avviso riveste la massima priorità, si pensi, ad esempio, all’ex oratorio San Rocco di via Bianchi, che versa da decenni in uno stato di evidente degrado. Ma vi è anche un’altra questione che non può più essere elusa né rinviata: la necessità che Merate si doti finalmente di un centro sportivo multifunzionale, moderno, in grado di ampliare l’offerta della pratica sportiva. È una scelta che riguarda la qualità della vita, la socialità e la capacità di una comunità di guardare al futuro. In questa prospettiva, ritengo che un intervento di questo tipo debba trovare una collocazione naturale nell’area oggi occupata dallo stadio Ferrario, struttura ormai datata. A mio avviso, il tema non è più la presenza di un singolo impianto sportivo, ma la capacità di dotare la città di una piattaforma multisport moderna, accessibile e integrata, come già avviene in molti altri contesti. Una piattaforma fruibile dalle scuole, dalle società sportive, dagli amatori e magari da utilizzare per eventi o manifestazioni.
Tornando alla più urgente delle criticità, ovvero la Villa Confalonieri, dobbiamo constatare che negli anni si sono susseguiti annunci, ipotesi e promesse di interventi parziali, senza tuttavia affrontare il nodo essenziale: la definizione di una destinazione funzionale, stabile e sostenibile nel lungo periodo. Questo approccio frammentario e attendista, ha prodotto un duplice effetto negativo: da un lato il progressivo deterioramento dell’immobile, dall’altro un utilizzo inefficiente delle risorse pubbliche.
Il tema, del resto, non è nuovo. Già durante il mio mandato da sindaco (2009–2014) avevo iniziato ad affrontarlo; tuttavia, i vincoli stringenti imposti in quegli anni ai bilanci degli enti locali, non ci consentirono di sviluppare un progetto concreto. Ciò anche in considerazione della necessità di portare a termine interventi strategici già avviati, quali la chiusura dei cantieri storici (ereditati dalla precedente amministrazione), la realizzazione del centro diurno per disabili e la riqualificazione del centro sportivo di via Matteotti.
Successivamente, nel mio ruolo di assessore con delega ai parchi, durante la consigliatura Panzeri, è stato possibile intervenire sul parco storico della Villa, che si trovava in condizioni critiche. Il lavoro svolto sul compendio esterno ha consentito di riqualificare l’area, renderla nuovamente fruibile e restituirla alla cittadinanza attraverso nuovi percorsi e una gestione più ordinata della vegetazione. Resta tuttavia irrisolta la questione fondamentale: quale funzione attribuire alla Villa Confalonieri.
Nel tempo si sono alternate diverse ipotesi: sede della biblioteca, polo culturale, spazio museale, senza che alcuna trovasse una reale concretizzazione. Ciò anche perché, oggettivamente, la città non esprime oggi una domanda culturale tale da giustificare un contenitore interamente dedicato a queste funzioni. È opportuno riconoscere che, nonostante il tema fosse stato indicato come prioritario, nemmeno l’amministrazione precedente è riuscita a tradurlo in un progetto attuativo, pur trattandosi, a mio avviso, dell’intervento che avrebbe dovuto caratterizzare l’intero mandato, anziché concentrarsi sull’intervento di riqualificazione di via Verdi che, diciamolo con chiarezza, al netto della de-semaforizzazione degli incroci, non ha portato evidenti vantaggi in chiave vivibilità.
È dunque necessario uscire da questa ambiguità. Da un lato, è urgente avviare i lavori di ristrutturazione e restauro conservativo, poiché lo stato dell’edificio richiede interventi non più rinviabili; dall’altro, occorre definire con chiarezza la destinazione d’uso. Personalmente, ritengo opportuno valutare concretamente il ritorno della sede comunale in Villa Confalonieri. Si tratterebbe di una scelta coerente sotto il profilo urbanistico e funzionale, capace di restituire centralità a un edificio storico e di riattivare un presidio amministrativo nel quale gli uffici possano, dopo anni, ritrovare spazi adeguati e non dispersivi. Inoltre, alla luce delle evidenti spinte verso una sempre maggiore digitalizzazione dei servizi, della necessità di ottimizzare gli spazi e della ridotta pianta organica, si potrebbe realmente individuare un equilibrio efficace, riportando ad esempio l’anagrafe nell’edificio adiacente che, ai tempi, ospitava alcuni uffici dell’anagrafe e la polizia locale. Ad ogni modo, credo sia anche necessaria una revisione complessiva della viabilità di via Garibaldi, oggi segnata da criticità evidenti che incidono sulla sicurezza e sulla fruibilità della strada. Non è realisticamente sostenibile continuare a mantenere il doppio senso di marcia e, al contempo, consentire il parcheggio lungo il lato interno: una contraddizione che richiede una scelta chiara e non ulteriormente procrastinabile.
Lo spostamento degli uffici comunali consentirebbe inoltre di risolvere una contraddizione ormai evidente: Palazzo Tettamanti, concepito come spazio culturale e destinato ad accogliere la biblioteca, è stato snaturato dal suo utilizzo come sede municipale. Ripristinarne la funzione originaria significherebbe rafforzare l’offerta culturale cittadina e restituire coerenza al sistema degli spazi pubblici. A palazzo Tettamanti potrebbe quindi trovare ospitalità la biblioteca ed anche il museo Ambrosioni.
Accanto alla visione, tuttavia, è necessario mantenere un rigoroso realismo tecnico ed economico. Lo stanziamento attualmente previsto appare oggettivamente insufficiente. Un intervento su Villa Confalonieri non può limitarsi a operazioni superficiali o parziali: richiede una riqualificazione complessiva, sia strutturale sia impiantistica, oltre ad un attento restauro conservativo nel rispetto dei vincoli storici.
Alla luce dei costi attuali e della complessità dell’immobile, è ragionevole stimare un fabbisogno economico significativamente più elevato, verosimilmente nell’ordine di almeno quattro milioni di euro, qualora si voglia garantire un recupero completo, sicuro e duraturo. È peraltro opportuno evidenziare come, già in sede di bilancio previsionale 2025, fosse stata ipotizzata una dotazione di questa entità; previsione che, per l’anno 2026, risulterebbe, per quanto è dato sapere, significativamente ridimensionata, scendendo a poco meno di due milioni di euro. Una dinamica che, oltre a evidenziare una preoccupante incertezza nella programmazione, restituisce l’immagine di una gestione priva di una direzione chiara. Una contrazione dell’investimento, nei fatti, comprometterebbe qualsiasi prospettiva di intervento organico, riportando ancora una volta il progetto nell’alveo degli interventi parziali e non risolutivi.
Non è dato sapere ad oggi, almeno a chi scrive, se l’attuale amministrazione abbia già richiesto agli uffici di valutare il ricorso a strumenti di finanziamento quali l’accensione di mutui, ovvero l’accesso a fondi pubblici specificamente destinati al recupero ed alla valorizzazione di edifici storici. In questo quadro, anche il ricorso a un mutuo, se inserito in una strategia finanziaria sostenibile e coerente, non dovrebbe essere escluso a priori. È tuttavia evidente che, in assenza di un’azione strutturata in questa direzione, il rischio è quello di limitarsi a una gestione ordinaria, incapace di sostenere interventi di tale portata.
Sarebbe oltremodo opportuno che il Comune finalmente si dotasse di una funzione, se non di una vera e propria struttura dedicata, orientata alla ricerca e all’intercettazione di risorse esterne, come già avviene in molte altre realtà amministrative. Oggi più che mai, infatti, la capacità di accedere a finanziamenti sovracomunali rappresenta un fattore determinante per trasformare le intenzioni in progetti concreti. Proseguire con interventi parziali, privi di un disegno organico e di una destinazione chiara, significa esporsi al rischio concreto di moltiplicare i costi nel tempo senza giungere mai a una soluzione definitiva.
Vi sono momenti nei quali la qualità della decisione pubblica dipende dalla capacità di includere, più che di escludere. Questo è uno di quei momenti. Limitare il confronto, muovendo dall’assunto di aver già compreso ogni aspetto, significherebbe restringere l’orizzonte delle possibili soluzioni; ampliarlo, al contrario, rappresenta oggi non solo un atto di apertura, ma una precisa responsabilità istituzionale. Del resto, chi oggi governa la città sosteneva con forza questi principi quando sedeva tra i banchi dell’opposizione. È dunque questo il momento di dimostrare coerenza, traducendo in pratica ciò che allora si rivendicava, garantendo un reale coinvolgimento delle minoranze, proprio come si richiedeva in passato. In questo quadro, diventa oltremodo essenziale, un confronto reale anche con le forze di minoranza, chiamate non soltanto a esercitare una funzione di controllo, ma a farsi parte attiva attraverso proposte concrete e contributi costruttivi.
il dibattito sulla Villa Confalonieri, riemerso ancora una volta in questi giorni, non fa che riportare alla luce una criticità più ampia, che si protrae da troppo tempo: l’assenza di una visione strategica e chiara circa il destino di uno degli immobili più significativi della città.

Tornando alla più urgente delle criticità, ovvero la Villa Confalonieri, dobbiamo constatare che negli anni si sono susseguiti annunci, ipotesi e promesse di interventi parziali, senza tuttavia affrontare il nodo essenziale: la definizione di una destinazione funzionale, stabile e sostenibile nel lungo periodo. Questo approccio frammentario e attendista, ha prodotto un duplice effetto negativo: da un lato il progressivo deterioramento dell’immobile, dall’altro un utilizzo inefficiente delle risorse pubbliche.
Il tema, del resto, non è nuovo. Già durante il mio mandato da sindaco (2009–2014) avevo iniziato ad affrontarlo; tuttavia, i vincoli stringenti imposti in quegli anni ai bilanci degli enti locali, non ci consentirono di sviluppare un progetto concreto. Ciò anche in considerazione della necessità di portare a termine interventi strategici già avviati, quali la chiusura dei cantieri storici (ereditati dalla precedente amministrazione), la realizzazione del centro diurno per disabili e la riqualificazione del centro sportivo di via Matteotti.
Successivamente, nel mio ruolo di assessore con delega ai parchi, durante la consigliatura Panzeri, è stato possibile intervenire sul parco storico della Villa, che si trovava in condizioni critiche. Il lavoro svolto sul compendio esterno ha consentito di riqualificare l’area, renderla nuovamente fruibile e restituirla alla cittadinanza attraverso nuovi percorsi e una gestione più ordinata della vegetazione. Resta tuttavia irrisolta la questione fondamentale: quale funzione attribuire alla Villa Confalonieri.
Nel tempo si sono alternate diverse ipotesi: sede della biblioteca, polo culturale, spazio museale, senza che alcuna trovasse una reale concretizzazione. Ciò anche perché, oggettivamente, la città non esprime oggi una domanda culturale tale da giustificare un contenitore interamente dedicato a queste funzioni. È opportuno riconoscere che, nonostante il tema fosse stato indicato come prioritario, nemmeno l’amministrazione precedente è riuscita a tradurlo in un progetto attuativo, pur trattandosi, a mio avviso, dell’intervento che avrebbe dovuto caratterizzare l’intero mandato, anziché concentrarsi sull’intervento di riqualificazione di via Verdi che, diciamolo con chiarezza, al netto della de-semaforizzazione degli incroci, non ha portato evidenti vantaggi in chiave vivibilità.
È dunque necessario uscire da questa ambiguità. Da un lato, è urgente avviare i lavori di ristrutturazione e restauro conservativo, poiché lo stato dell’edificio richiede interventi non più rinviabili; dall’altro, occorre definire con chiarezza la destinazione d’uso. Personalmente, ritengo opportuno valutare concretamente il ritorno della sede comunale in Villa Confalonieri. Si tratterebbe di una scelta coerente sotto il profilo urbanistico e funzionale, capace di restituire centralità a un edificio storico e di riattivare un presidio amministrativo nel quale gli uffici possano, dopo anni, ritrovare spazi adeguati e non dispersivi. Inoltre, alla luce delle evidenti spinte verso una sempre maggiore digitalizzazione dei servizi, della necessità di ottimizzare gli spazi e della ridotta pianta organica, si potrebbe realmente individuare un equilibrio efficace, riportando ad esempio l’anagrafe nell’edificio adiacente che, ai tempi, ospitava alcuni uffici dell’anagrafe e la polizia locale. Ad ogni modo, credo sia anche necessaria una revisione complessiva della viabilità di via Garibaldi, oggi segnata da criticità evidenti che incidono sulla sicurezza e sulla fruibilità della strada. Non è realisticamente sostenibile continuare a mantenere il doppio senso di marcia e, al contempo, consentire il parcheggio lungo il lato interno: una contraddizione che richiede una scelta chiara e non ulteriormente procrastinabile.
Lo spostamento degli uffici comunali consentirebbe inoltre di risolvere una contraddizione ormai evidente: Palazzo Tettamanti, concepito come spazio culturale e destinato ad accogliere la biblioteca, è stato snaturato dal suo utilizzo come sede municipale. Ripristinarne la funzione originaria significherebbe rafforzare l’offerta culturale cittadina e restituire coerenza al sistema degli spazi pubblici. A palazzo Tettamanti potrebbe quindi trovare ospitalità la biblioteca ed anche il museo Ambrosioni.
Accanto alla visione, tuttavia, è necessario mantenere un rigoroso realismo tecnico ed economico. Lo stanziamento attualmente previsto appare oggettivamente insufficiente. Un intervento su Villa Confalonieri non può limitarsi a operazioni superficiali o parziali: richiede una riqualificazione complessiva, sia strutturale sia impiantistica, oltre ad un attento restauro conservativo nel rispetto dei vincoli storici.
Alla luce dei costi attuali e della complessità dell’immobile, è ragionevole stimare un fabbisogno economico significativamente più elevato, verosimilmente nell’ordine di almeno quattro milioni di euro, qualora si voglia garantire un recupero completo, sicuro e duraturo. È peraltro opportuno evidenziare come, già in sede di bilancio previsionale 2025, fosse stata ipotizzata una dotazione di questa entità; previsione che, per l’anno 2026, risulterebbe, per quanto è dato sapere, significativamente ridimensionata, scendendo a poco meno di due milioni di euro. Una dinamica che, oltre a evidenziare una preoccupante incertezza nella programmazione, restituisce l’immagine di una gestione priva di una direzione chiara. Una contrazione dell’investimento, nei fatti, comprometterebbe qualsiasi prospettiva di intervento organico, riportando ancora una volta il progetto nell’alveo degli interventi parziali e non risolutivi.
Non è dato sapere ad oggi, almeno a chi scrive, se l’attuale amministrazione abbia già richiesto agli uffici di valutare il ricorso a strumenti di finanziamento quali l’accensione di mutui, ovvero l’accesso a fondi pubblici specificamente destinati al recupero ed alla valorizzazione di edifici storici. In questo quadro, anche il ricorso a un mutuo, se inserito in una strategia finanziaria sostenibile e coerente, non dovrebbe essere escluso a priori. È tuttavia evidente che, in assenza di un’azione strutturata in questa direzione, il rischio è quello di limitarsi a una gestione ordinaria, incapace di sostenere interventi di tale portata.
Sarebbe oltremodo opportuno che il Comune finalmente si dotasse di una funzione, se non di una vera e propria struttura dedicata, orientata alla ricerca e all’intercettazione di risorse esterne, come già avviene in molte altre realtà amministrative. Oggi più che mai, infatti, la capacità di accedere a finanziamenti sovracomunali rappresenta un fattore determinante per trasformare le intenzioni in progetti concreti. Proseguire con interventi parziali, privi di un disegno organico e di una destinazione chiara, significa esporsi al rischio concreto di moltiplicare i costi nel tempo senza giungere mai a una soluzione definitiva.
Vi sono momenti nei quali la qualità della decisione pubblica dipende dalla capacità di includere, più che di escludere. Questo è uno di quei momenti. Limitare il confronto, muovendo dall’assunto di aver già compreso ogni aspetto, significherebbe restringere l’orizzonte delle possibili soluzioni; ampliarlo, al contrario, rappresenta oggi non solo un atto di apertura, ma una precisa responsabilità istituzionale. Del resto, chi oggi governa la città sosteneva con forza questi principi quando sedeva tra i banchi dell’opposizione. È dunque questo il momento di dimostrare coerenza, traducendo in pratica ciò che allora si rivendicava, garantendo un reale coinvolgimento delle minoranze, proprio come si richiedeva in passato. In questo quadro, diventa oltremodo essenziale, un confronto reale anche con le forze di minoranza, chiamate non soltanto a esercitare una funzione di controllo, ma a farsi parte attiva attraverso proposte concrete e contributi costruttivi.
Andrea Robbiani
























