Stefano Motta: "Tu quoque fili mi?" Se gli studenti sapessero cosa passa nella testa e nel cuore dei loro insegnanti...
Quando facevo il preside mi capitava spesso di ricevere famiglie che sostenevano che il professore o la professoressa tale “ce l’avessero su” con i loro pargoli, facessero preferenze, addirittura prendessero di mira a bella posta i loro figli.
Ho sempre cercato di spiegare quanta incolmabile distanza anagrafica, emotiva, professionale intercorresse tra laureati di quarant’anni e preadolescenti di tredici, ma non credo di esserci mai riuscito.
Quando io stesso a volte sono stato fatto oggetto di critiche simili ho perlopiù perso la pazienza che invece adottavo quando dovevo difendere i miei dipendenti, e sono stato più diretto: “Secondo voi a una persona con il mio curriculum può importare dare quattro o cinque o nove o dieci a un ragazzino?”. Ma anche lì, non ho sortito alcun effetto.

Vorrei però che i ragazzi e i genitori che criticano, accusano, offendono gli insegnanti rei di chissà quali severità nei loro confronti potessero qualche volta accedere alle riunioni, ai mille momenti di confronto formali e informali tra docenti, con la classe, e rendersi conto di quanto tempo, di quante energie, di quante preoccupazioni (e anche di quante risorse economiche) la scuola e gli insegnanti mettono a disposizione proprio di questi ragazzi. Oso dire soprattutto di questi ragazzi, più problematici. La scuola butta via – non ho alcuna paura a dirlo – un sacco di tempo e di soldi per il recupero e il contenimento delle situazioni difficili, e non investe su quelli che la vulgata definirebbe “bravi”. Per avere cosa in cambio? Uno stipendio insultante, le polemiche plebee di chi sostiene che i docenti siano solo attaccati al posto fisso e ai tre mesi di ferie all’anno, i pregiudizi taglienti dell’opinione pubblica e, sempre più spesso, i colpi taglienti dei loro alunni.
Quello avvenuto nella scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è solo l'ultimo caso di violenza che vede coinvolti docenti e ragazzi, e – se la prognosi della povera insegnante di francese è, come pare, rassicurante – non è nemmeno il più grave.
Nel 2023 ad Abbiategrasso, in provincia di Milano, Elisabetta Condò è stata ferita a scuola durante una lezione da uno studente di 16 anni che l’ha accoltellata alle spalle mentre era alla lavagna; nel 2024 a Varese Sara Campiglio è stata aggredita da un alunno che, bocciato l’anno precedente (naturalmente con ricorso presentato dalla famiglia), ha ben pensato di fare lui ricorso, non al TAR ma alle armi, colpendola alla schiena e a un polmone. "Quando me ne sono accorta è stato un momento di profondo dolore è stata una cosa improvvisa, inaspettata, imprevedibile", aveva commentato, con parole che più di altre rivelavano il dolore e il senso di sconfitta, professionale e umana.
Gli insegnanti vogliono bene ai loro studenti, davvero. Non come “a dei figli”: è un modo di dire sciocco – vi prego! – empatico e non professionale, ma non c’è alcun dubbio che investano le loro migliori energie, negli anni migliori della loro vita, nel tempo migliore della loro giornata, per aiutare, guidare, rafforzare la crescita dei ragazzi e delle ragazze loro affidate.
Riceverne violenza in cambio ha lo stesso sapore metallico del sangue in bocca, del tradimento. Non “anche tu”, come spesso si sente tradotta la frase che Cesare avrebbe rivolto a Bruto che lo accoltellava insieme agli altri, ma “persino tu?”. Persino tu, Bruto, pompeiano come Crasso, graziato da Cesare, protetto e non punito, adesso congiuri contro chi è stato clemente nei tuoi confronti e lo pugnali a morte? Proprio tu?
Proprio tu, ragazzino complicato che mi ha dato non sai quanti pensieri, per il quale ho studiato, cercato di trovare soluzioni, chiuso gli occhi, sopportato e perdonato, adesso ti rivolti contro?
Ci sono gesti che hanno il sapore di un tradimento, e tradire chi ti fa del bene è un davvero un comportamento incomprensibile.
A meno che non si sia Gesù Cristo in croce, è difficile – tolta la retorica dei media – perdonare davvero dopo gesti simili. Ascolto gli amici e i colleghi insegnanti, qualcuno mi chiama, molti mi scrivono, mi rendo conto che c’è un’intera generazione di docenti che ha paura. Una volta era la delusione di non essere valorizzati nella propria professione, di non essere capiti nella propria dedizione. Adesso è una paura più fisica, difficile da razionalizzare.
Gli studenti sanno cosa passa nella testa e nel cuore dei loro insegnanti e negli occhi: per questo li colpiscono alle spalle.
Poveri, ingrati, vigliacchi ragazzini.
E adesso sanno che i loro prof hanno paura. Chi ci aiuta a non fargli alzare ancora di più la testa? A non dargli la sensazione (la certezza) dell’impunità, a contenere la protervia di un’intera generazione che mettendo in discussione la scuola sta rovinando il proprio stesso futuro?
Ho sempre cercato di spiegare quanta incolmabile distanza anagrafica, emotiva, professionale intercorresse tra laureati di quarant’anni e preadolescenti di tredici, ma non credo di esserci mai riuscito.
Quando io stesso a volte sono stato fatto oggetto di critiche simili ho perlopiù perso la pazienza che invece adottavo quando dovevo difendere i miei dipendenti, e sono stato più diretto: “Secondo voi a una persona con il mio curriculum può importare dare quattro o cinque o nove o dieci a un ragazzino?”. Ma anche lì, non ho sortito alcun effetto.

Vorrei però che i ragazzi e i genitori che criticano, accusano, offendono gli insegnanti rei di chissà quali severità nei loro confronti potessero qualche volta accedere alle riunioni, ai mille momenti di confronto formali e informali tra docenti, con la classe, e rendersi conto di quanto tempo, di quante energie, di quante preoccupazioni (e anche di quante risorse economiche) la scuola e gli insegnanti mettono a disposizione proprio di questi ragazzi. Oso dire soprattutto di questi ragazzi, più problematici. La scuola butta via – non ho alcuna paura a dirlo – un sacco di tempo e di soldi per il recupero e il contenimento delle situazioni difficili, e non investe su quelli che la vulgata definirebbe “bravi”. Per avere cosa in cambio? Uno stipendio insultante, le polemiche plebee di chi sostiene che i docenti siano solo attaccati al posto fisso e ai tre mesi di ferie all’anno, i pregiudizi taglienti dell’opinione pubblica e, sempre più spesso, i colpi taglienti dei loro alunni.
Quello avvenuto nella scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è solo l'ultimo caso di violenza che vede coinvolti docenti e ragazzi, e – se la prognosi della povera insegnante di francese è, come pare, rassicurante – non è nemmeno il più grave.
Nel 2023 ad Abbiategrasso, in provincia di Milano, Elisabetta Condò è stata ferita a scuola durante una lezione da uno studente di 16 anni che l’ha accoltellata alle spalle mentre era alla lavagna; nel 2024 a Varese Sara Campiglio è stata aggredita da un alunno che, bocciato l’anno precedente (naturalmente con ricorso presentato dalla famiglia), ha ben pensato di fare lui ricorso, non al TAR ma alle armi, colpendola alla schiena e a un polmone. "Quando me ne sono accorta è stato un momento di profondo dolore è stata una cosa improvvisa, inaspettata, imprevedibile", aveva commentato, con parole che più di altre rivelavano il dolore e il senso di sconfitta, professionale e umana.
Gli insegnanti vogliono bene ai loro studenti, davvero. Non come “a dei figli”: è un modo di dire sciocco – vi prego! – empatico e non professionale, ma non c’è alcun dubbio che investano le loro migliori energie, negli anni migliori della loro vita, nel tempo migliore della loro giornata, per aiutare, guidare, rafforzare la crescita dei ragazzi e delle ragazze loro affidate.
Riceverne violenza in cambio ha lo stesso sapore metallico del sangue in bocca, del tradimento. Non “anche tu”, come spesso si sente tradotta la frase che Cesare avrebbe rivolto a Bruto che lo accoltellava insieme agli altri, ma “persino tu?”. Persino tu, Bruto, pompeiano come Crasso, graziato da Cesare, protetto e non punito, adesso congiuri contro chi è stato clemente nei tuoi confronti e lo pugnali a morte? Proprio tu?
Proprio tu, ragazzino complicato che mi ha dato non sai quanti pensieri, per il quale ho studiato, cercato di trovare soluzioni, chiuso gli occhi, sopportato e perdonato, adesso ti rivolti contro?
Ci sono gesti che hanno il sapore di un tradimento, e tradire chi ti fa del bene è un davvero un comportamento incomprensibile.
A meno che non si sia Gesù Cristo in croce, è difficile – tolta la retorica dei media – perdonare davvero dopo gesti simili. Ascolto gli amici e i colleghi insegnanti, qualcuno mi chiama, molti mi scrivono, mi rendo conto che c’è un’intera generazione di docenti che ha paura. Una volta era la delusione di non essere valorizzati nella propria professione, di non essere capiti nella propria dedizione. Adesso è una paura più fisica, difficile da razionalizzare.
Gli studenti sanno cosa passa nella testa e nel cuore dei loro insegnanti e negli occhi: per questo li colpiscono alle spalle.
Poveri, ingrati, vigliacchi ragazzini.
E adesso sanno che i loro prof hanno paura. Chi ci aiuta a non fargli alzare ancora di più la testa? A non dargli la sensazione (la certezza) dell’impunità, a contenere la protervia di un’intera generazione che mettendo in discussione la scuola sta rovinando il proprio stesso futuro?
Stefano Motta

























